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LA GIOIA DI SEGUIRE GESU'

 

 

Il giorno 6 luglio Papa Francesco ha incontrato i seminaristi, i novizi e le novizie. Con l’immediatezza e la spontaneità che lo contraddistinguono, il Santo Padre ha parlato a braccio, intrattenendosi sulle esigenze della sequela: totalità, radicalità evangelica, gioia, impegno costante e sincero di santificazione, spinta missionaria e desiderio di annuncio, il tutto tenuto insieme da un imprescindibile amore fraterno. Di seguito riportiamo alcuni passaggi dell’intervento, invitandone alla lettura integrale.

Buona sera!

[…] Voi avete voglia di dare la vita per sempre a Cristo! Voi adesso applaudite, fate festa, perché è tempo di nozze… Ma quando finisce la luna di miele, che cosa succede? Ho sentito un seminarista, un bravo seminarista, che diceva che lui voleva servire Cristo, ma per dieci anni, e poi penserà di incominciare un’altra vita… Questo è pericoloso! Ma sentite bene: tutti noi, anche noi più vecchi, anche noi, siamo sotto la pressione di questa cultura del provvisorio; e questo è pericoloso, perché uno non gioca la vita una volta per sempre. Io mi sposo fino a che dura l’amore; io mi faccio suora, ma per un “tempino…”, “un po’ di tempo”, e poi vedrò; io mi faccio seminarista per farmi prete, ma non so come finirà la storia. Questo non va con Gesù! Io non rimprovero voi, rimprovero questa cultura del provvisorio, che ci bastona tutti, perché non ci fa bene: perché una scelta definitiva oggi è molto difficile. […] Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio. Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? Noi dobbiamo imparare a chiudere la porta della nostra cella interiore, da dentro. […] Ma quando uno lascia la chiave sempre fuori, per quello che può succedere… non va. Dobbiamo imparare a chiudere la porta da dentro! E se non sono sicura penso, mi prendo il tempo, e quando mi sento sicuro – in Gesù, si capisce, perché senza Gesù nessuno è sicuro – chiudo la porta.

Avete capito questo? Cosa è la cultura del provvisorio? Quando sono entrato, ho visto quello che avevo scritto. Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, i seminaristi, le religiose e i religiosi, i giovani, c’è gioia, sempre c’è gioia! È la gioia della freschezza, è la gioia del seguire Gesù; la gioia che ci dà lo Spirito Santo, non la gioia del mondo. C’è gioia! Ma dove nasce la gioia? Nasce… ma, sabato sera torno a casa e andrò a ballare con i miei antichi compagni. Da questo nasce la gioia? Di un seminarista, per esempio? No? O sì?
Alcuni diranno: la gioia nasce dalle cose che si hanno, e allora ecco la ricerca dell’ultimo modello di smartphone, lo scooter più veloce, l’auto che si fa notare… Ma io vi dico, davvero, a me fa male quando vedo un prete o una suora con la macchina ultimo modello: ma non si può! Non si può! Voi pensate questo: ma adesso, Padre, dobbiamo andare con la bicicletta? È buona la bicicletta! Mons. Alfred va con la bicicletta: lui va con la bicicletta. Io credo che la macchina sia necessaria, perché si deve fare tanto lavoro e per spostarsi di qua… ma prendetene una più umile! E se ti piace quella bella, pensate a quanti bambini muoiono di fame. Soltanto questo! La gioia non nasce, non viene dalle cose che si hanno! […] La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere, no! Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, nasce dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere e dall’amare; e questo non per l’interesse di un momento, ma perché l’altro, l’altra è una persona. La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! È il sentirsi dire: “Tu sei importante per me”, non necessariamente a parole. Questo è bello… Ed è proprio questo che Dio ci fa capire. Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama. Diventare sacerdote, religioso, religiosa non è primariamente una scelta nostra. Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: “Io ho scelto questa strada”.
Non mi piace questo! Non va! Ma è la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore. Sento qualcosa dentro, che mi inquieta, e io rispondo di sì. Nella preghiera il Signore ci fa sentire questo amore, ma anche attraverso tanti segni che possiamo leggere nella nostra vita, tante persone che mette sul cammino. E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa. San Tommaso diceva “bonum est diffusivum sui” – non è un latino troppo difficile! – Il bene si diffonde. E anche la gioia si diffonde. Non abbiate paura di mostrare la gioia di aver risposto alla chiamata del Signore, alla sua scelta di amore e di testimoniare il suo Vangelo nel servizio alla Chiesa. E la gioia, quella vera, è contagiosa; contagia… fa andare avanti. Invece, quando ti trovi con un seminarista troppo serio, troppo triste o con una novizia così, tu pensi: ma qualcosa qui non va! Manca la gioia del Signore, la gioia che ti porta al servizio, la gioia dell’incontro con Gesù, che ti porta all’incontro con gli altri per annunziare Gesù. Manca questo! Non c’è santità nella tristezza, non c’è! Santa Teresa – ci sono tanti spagnoli qui e la conoscono bene – diceva: “Un santo triste è un triste santo!”. […] Voi potete pensare: “Ma è un problema psichiatrico”. No, è vero: può andare, può andare, questo sì. Succede: alcuni, poverini, si ammalano… Può andare. Ma in genere non è un problema psichiatrico. È un problema di insoddisfazione? Eh, sì! Ma dov’è il centro di quella mancanza di gioia? È un problema di celibato. Vi spiego. Voi, seminaristi, suore, consacrate il vostro amore a Gesù, un amore grande; il cuore è per Gesù, e questo ci porta a fare il voto di castità, il voto di celibato.
Ma il voto di castità e il voto di celibato non finisce nel momento del voto, va avanti… Una strada che matura, matura, matura verso la paternità pastorale, verso la maternità pastorale, e quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità. Non si può pensare un prete o una suora che non siano fecondi: questo non è cattolico! Questo non è cattolico! Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia… […] Per essere testimoni gioiosi del Vangelo bisogna essere autentici, coerenti. E questa è un’altra parola che voglio dirvi: autenticità. Gesù bastonava tanto gli ipocriti: ipocriti, quelli che pensano di sotto; quelli che hanno – per dirlo chiaramente – doppia faccia. Parlare di autenticità ai giovani non costa, perché i giovani – tutti – hanno questa voglia di essere autentici, di essere coerenti. E a tutti voi fa schifo, quando trovate tra noi preti che non sono autentici o suore che non sono autentiche! Questa è una responsabilità prima di tutto degli adulti, dei formatori. È di voi formatori che siete qui: dare un esempio di coerenza ai più giovani. Vogliamo giovani coerenti? Siamo noi coerenti! Al contrario, il Signore ci dirà quello che diceva dei farisei al popolo di Dio: “Fate quello che dicono, ma non quello che fanno!”.
Coerenza e autenticità! […] La coerenza è fondamentale perché la nostra testimonianza sia credibile. Ma non basta, ci vuole anche una preparazione culturale, preparazione culturale sottolineo, per dare ragione della fede e della speranza. Il contesto in cui viviamo sollecita continuamente questo “dare ragione”, ed è una cosa buona, perché ci aiuta a non dare nulla per scontato. Oggi non possiamo dare nulla per scontato! Questa civiltà, questa cultura… non possiamo. Ma certamente è anche impegnativo, richiede una buona formazione, equilibrata, che unisca tutte le dimensioni della vita, quella umana, quella spirituale, la dimensione intellettuale con quella pastorale. […] Arriviamo ad un altro problema qui. Tante volte ho trovato comunità, seminaristi, religiosi, o comunità diocesane dove le giaculatorie più comuni sono le chiacchiere! È terribile! Si “spellano” uno con l’altro… E questo è il nostro mondo clericale, religioso… Scusatemi, ma è comune: gelosie, invidie, parlare male dell’altro. Non solo parlare male dei superiori, questo è un classico! Ma io voglio dirvi che questo è tanto comune, tanto comune. Anche io sono caduto in questo. Tante volte l’ho fatto, tante volte! E mi vergogno! Mi vergogno di questo! Non sta bene farlo: andare a fare chiacchiere. “Hai sentito… Hai sentito…”. Ma è un inferno quella comunità! Questo non fa bene. E perciò è importante la relazione di amicizia e di fraternità. Gli amici sono pochi.
La Bibbia dice questo: gli amici, uno, due… Ma la fraternità, fra tutti. Se io ho qualcosa con una sorella o con un fratello, lo dico in faccia, o lo dico a quello o a quella che lo può aiutare, ma non lo dico agli altri per “sporcarlo”. E le chiacchiere, è terribile! Dietro le chiacchiere, sotto le chiacchiere ci sono le invidie, le gelosie, le ambizioni. […] Non parlare male di altri.. “Ma, padre, ci sono problemi…”: dillo al superiore, dillo alla superiora, dillo al vescovo, che può rimediare. Non dirlo a quello che non può aiutare. Questo è importante: fraternità! Ma dimmi, tu parlerai male della tua mamma, del tuo papà, dei tuoi fratelli? Mai. E perché lo fai nella vita consacrata, nel seminario, nella vita presbiterale? Soltanto questo: pensate, pensate… Fraternità! Questo amore fraterno. Ci sono però due estremi; in questo aspetto dell’amicizia e della fraternità, ci sono due estremi: tanto l’isolamento quanto la dissipazione. Un’amicizia e una fraternità che mi aiuti a non cadere né nell’isolamento né nella dissipazione. Coltivare le amicizie, sono un bene prezioso: devono però educarvi non alla chiusura, ma ad uscire da voi stessi.
Un sacerdote, un religioso, una religiosa non può mai essere un’isola, ma una persona sempre disponibile all’incontro. Le amicizie poi si arricchiscono anche dei diversi carismi delle vostre famiglie religiose. È una ricchezza grande. Pensiamo alle belle amicizie di tanti santi. […] Io vorrei dirvi: uscite da voi stessi per annunziare il Vangelo, ma per fare questo dovete uscire da voi stessi per incontrare Gesù. Ci sono due uscite: una verso l’incontro di Gesù, verso la trascendenza; l’altra verso gli altri per annunziare Gesù. Queste due vanno insieme. Se tu ne fai una soltanto, non va! […] Io vorrei una Chiesa più missionaria, non tanto tranquilla. […] Uscire da se stessi, verso la trascendenza a Gesù nella preghiera, verso la trascendenza agli altri nell’apostolato, nel lavoro. Date il contributo per una Chiesa così: fedele alla strada che Gesù vuole. Non imparate da noi, da noi, che non siamo più giovanissimi; non imparate da noi quello sport che noi, i vecchi, abbiamo spesso: lo sport del lamento! Non imparate da noi il culto della “dea lamentela”. È una dea quella… sempre col lamento…. Ma siate positivi, coltivate la vita spirituale e, nello stesso tempo, andate, siate capaci di incontrare le persone, specialmente quelle più disprezzate e svantaggiate. Non abbiate paura di uscire e andare controcorrente. Siate contemplativi e missionari. Tenete sempre la Madonna con voi, pregate il Rosario, per favore… Non lasciatelo! Tenete sempre la Madonna con voi nella vostra casa, come la teneva l’Apostolo Giovanni. Lei sempre vi accompagni e vi protegga. […]

Papa Francesco

 

 

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