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Il 10 febbraio 2013 Papa Benedetto XVI, con piena libertà, dichiara di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma e successore di San Pietro. Una decisione di quelle che non si prendono a cuor leggero e che il Papa meditava da tempo, forse da anni. L’annuncio arriva quando la Chiesa Cattolica sembra aver trovato un po’ di pace dopo gli scandali e clamori del 2012. A lui è toccato chiudere molte partite: dallo scandalo della pedofilia, al problema dei movimenti ecclesiali; ha creato nuovi cardinali e ha tentato di rendere più trasparente la finanza vaticana. Per molti il suo pontificato è iniziato in quel venerdì Santo del 2005, in cui le immagini del Colosseo si alternano a quelle di Karol Wojtyla abbracciato alla croce della malattia nei suoi ultimi giorni di vita. All’allora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede erano state affidate le meditazione della Via Crucis; alla IX stazione ecco il suo grido di dolore su alcuni aspetti della Chiesa: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa... quanta superbia, quanta autosufficienza! Quanto poco rispetto del sacramento della riconciliazione, nel quale egli ci aspetta per rialzarci dalle nostre cadute”. Una cosa fa sempre più capolino nelle sue parole, coerenza; anche se poi sorprende tutti con la sua prima enciclica Deus Caritas Est, Dio è Amore. Il papa-professore, descritto come distaccato e disinteressato agli aspetti temporali dell’amministrazione ecclesiastica, nel momento di maggior crisi è tutt’altro che distratto e affida a tre cardinali il compito di indagare sui pasticci del Vaticano. Quasi otto anni di pontificato Joseph Ratzinger li ha trascorsi con una missione: riunificare la Chiesa Cattolica,
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