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LA LETTERA DI GIUDA

 

Non ci dilungheremo molto nel leggere la lettera di Giuda. Questo scritto è molto breve e non presenta un grande sviluppo di temi. Potremmo quasi dire che si tratta di una predica molto forte rivolta ai cristiani perché si guardino dagli errori di dottrina e di comportamento di alcuni “impostori” (v. 18), che potevano traviare la comunità. Inoltre lo studio che abbiamo fatto della Seconda Lettera di Pietro ci aiuta a comprendere la Lettera di Giuda: il contenuto infatti è simile e gli avversari contro cui combatte Giuda sembra che abbiano gli stessi comportamenti e le stesse idee degli avversari combattuti dalla Seconda Lettera di Pietro. Inoltre gli esempi di punizione divina, richiamati per minacciare di castigo severo gli empi, sono quasi uguali sia in Giuda che nella Seconda Lettera di Pietro, perciò rimandiamo allo studio precedente per il commento. Ci soffermiamo invece a notare alcune differenze. Anzitutto l’intestazione. Chi è questo Giuda che si presenta come “servo di Gesù Cristo e fratello di Giacomo” (v. 1)? Il nome Giuda era tra i più diffusi al tempo di Gesù. Dopo l’esilio babilonese il nome era stato usato quasi come una fiera rivendicazione dell’appartenenza alla pura razza ebraica, che aveva il suo fulcro nella tribù di Giuda, la tribù del re David, la tribù da cui doveva sorgere il Messia.
Nel collegio degli apostoli ben due di essi portano questo nome, Giuda Iscariota, il traditore, ed un Giuda (figlio) di Giacomo (cfr. Lc 6,16; At 1,13), che in Gv 14,22 chiede come mai Gesù si manifesti solo ai discepoli e non al mondo. Questo Giuda viene identificato con il Taddeo dell’elenco di Mc 3,18 e nella tradizione ecclesiale porta il doppio nome di Giuda Taddeo e dalla pietà popolare è invocato come intercessore per ottenere grazie “impossibili” (prima che santa Rita gli usurpasse questa specializzazione!). Ma chi scrive la nostra lettera si definisce sorprendentemente “fratello di Giacomo” (v. 1). Il NT conosce una coppia di fratelli che si chiamano Giacomo e Giuda, e sono addirittura i fratelli del Signore menzionati in Mc 6,3 e Mt 13,55. E poiché sappiamo che i fratelli del Signore, cioè i suoi parenti, non seguirono Gesù durante la vita terrena, difficilmente questo Giuda può essere identificato con Giuda Taddeo. Ma dopo la Pasqua la famiglia nazaretana di Gesù ebbe un ruolo importante nel movimento cristiano in Palestina, tanto che a capo della Chiesa di Gerusalemme vi fu Giacomo il Giusto, il “fratello del Signore”, cui pare succedette suo fratello Simone. Il nostro Giuda potrebbe essere l’altro “fratello”, forse guida della Chiesa in Galilea, che rivendica perciò come titolo di autorità il legame di parentela con il prestigioso capo della Chiesa madre di Gerusalemme. Perché allora non si definisce “fratello del Signore”? Certo sarebbe stato più prestigioso. Sapendo quanto vago è il termine “fratello” in questo contesto, potremmo pensare che ci fosse

una parentela più stretta con Giacomo che non con Gesù? Sono tutte ipotesi che non possono trovare risposta. Ci accontenteremo di dire che il nostro autore, menzionando Giacomo, si lega alla cerchia dei parenti di sangue di Gesù ed alla tradizione cristiano-giudaica, che vede in Giacomo il suo rappresentante. Forse potremmo anche vedere una rivendicazione di una linea cristiana più legata alle origini giudaiche che corre parallela con quella più aperta al mondo pagano, rappresentata da Pietro e Paolo e dal resto del collegio apostolico storico, cioè coloro che hanno seguito Gesù durante la sua vita terrena. Se questa ipotesi fosse vera renderebbe più comprensibile un altro particolare di questa Lettera che crea un problema teologico. Giuda al v. 9 cita come prova di ciò che vuole insegnare un testo apocrifo. Com’è possibile che un autore ispirato non si appoggi sull’autorità delle Scritture ispirate, ma su quella di un testo che né la Chiesa né la Sinagoga riconoscono come ispirato? Ed il fatto che sia citato da un autore canonico dà valore di testo sacro a ciò che cita? Tuttavia dobbiamo semplicemente dire che il nostro Autore è solo debitore della cultura giudaica del suo tempo, dove questi testi apocrifi erano letti e diffusi.
Inoltre nel modo ebraico di commentare le Scritture è molto presente il commento narrativo, cioè racconti che amplificano il testo biblico per mostrarne tutte le implicazioni, inserendo fatti e dialoghi che la Bibbia non riporta; tuttavia chi li racconta sa bene che non si tratta di fatti reali, ma solo di esemplificazioni narrative. Giuda qui ricorre ad un modello diffuso e ad un racconto conosciuto per sottolineare il giusto timore che si deve avere davanti a realtà che trascendono la natura e l’opera umana e rifugiarsi solo nella protezione di Dio, nell’obbedienza alla sua parola che salva. Questo primato assoluto della Parola divina è richiamato dalla nostra Lettera. L’obbedienza alla parola detta chiaramente da Dio salva da pretese di superbia spirituale che portano alla perdizione. In questa linea si spiega un’altra differenza di Giuda rispetto alla Seconda Lettera di Pietro.
I due scritti hanno in comune gli stessi esempi di peccati puniti tratti dall’Antico Testamento, tranne in un punto. Mentre la 2Pt cita come esempio di malvagità punita la generazione del diluvio che non volle convertirsi, Giuda offre come primo esempio negativo la generazione del deserto che si ribellò continuamente contro Mosé, e perciò contro Dio che li liberava dall’Egitto. E mentre la 2Pt segue l’ordine del racconto biblico nel presentare i suoi modelli, Giuda mette al primo posto la vicenda dell’esodo e poi torna indietro ai racconti di Genesi sugli angeli ribelli e Sodoma e Gomorra. Vuol dire che per lui l’esempio dell’esodo è il più forte. Mentre Dio libera il suo popolo, questo si ribella contro di lui. Così i cristiani, liberati da Cristo, se ascoltano gli impostori tornano nell’Egitto spirituale del peccato e dell’idolatria. Infatti la liberazione giunge a buon fine se c’è la fede; quelli invece non vollero credere. La Parola di Dio indica la via nel deserto; chi non segue questa via si perde e fallisce la sua vita. Poco più avanti Giuda ricorda Caino, Balaam e Core (v. 11). Caino era stato ammonito da Dio di non dare ascolto alla tentazione, ma si lasciò trascinare dalla passione dell’ira (Gn 4,6-7); Balaam era stato costretto da Dio a benedire Israele, ma per denaro si lasciò corrompere insegnando al re come perdere Israele (Nm 31,16); Core pretese il sacerdozio che la Parola di Dio aveva riservato ad Aronne, in preda alla passione della superbia (Nm 16).
Giuda ci dice così che ascoltare la voce delle passioni impedisce di ascoltare la voce di Dio, e le passioni seguite distruggono l’uomo che le segue. Infatti “la gente che vive di istinti non ha lo Spirito Santo” (cfr. v. 19). I credenti invece sono costruiti proprio mediante la fede (v. 20). La capacità di fidarsi di Dio e della sua Parola rende davvero consistenti, e questa fede si esprime nell’amore per Dio che diventa preghiera e nell’amore del prossimo che diventa compassione, anche per chi sbaglia (vedi v. 20ss.). Ma la fede nella Parola ascoltata permette anche di fare discernimento, opera la separazione da chi porta idee perverse. Questa separazione dalla veste contaminata, ricorda le norme di purezza rituale contenute nel Levitico, ma qui assume sfumature nuove. Se la veste significa l’apparire di una persona, il suo ruolo sociale, Giuda invita a non seguirli come maestri. Questa lontananza è compassionevole, perché può permettere a chi sbaglia di vedere la differenza tra il suo comportamento e quello di chi invece vive secondo la Parola di Dio. E solo vedendo la differenza, senza facili contaminazioni, è possibile che l’empio riconosca la bellezza della verità, incarnata in chi segue il vero insegnamento apostolico, e si converta. Tramite la tradizione apostolica si ascolta l’autentica Parola di Gesù, l’unica in cui c’è salvezza, l’unica che strappa dalla seduzione delle passioni che ingannano e portano l’io a chiudersi in sé e così morire di asfissia spirituale.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Quali criteri di appartenenza nelle nostre comunità: quelli secondo la carne (come i “fratelli del Signore”) o secondo lo Spirito ed in obbedienza alla Parola di Dio? Il rischio corso dalla comunità primitiva è sempre presente!
2) Credere è fidarsi della Parola di Dio più che degli istinti: come combattere le passioni? Come riconoscerle per tali? Cosa mi dicono gli esempi di Caino, di Balaam e di Core?
3) Come vivere la compassione e la separazione verso chi sbaglia?

Don Marco Renda

 

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