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LA SECONDA LETTERA DI PIETRO
(4)

 

2Pt 2: Ascoltare la divina lezione del passato

Dopo aver rimandato all’autorità profetica delle Scritture, l’Autore della Seconda Lettera di Pietro mette in guardia i suoi ascoltatori dai falsi maestri presenti tra di loro. Questi sono gli eredi dei falsi profeti con cui dovette confrontarsi il cammino del popolo di Israele. Forse si vuole indicare due modi diversi con cui viene trasmessa la parola di Dio, e due diversi modi di tradirla: il profeta trasmette una rivelazione divina, il maestro la interpreta. I destinatari della 2Pt hanno forse davanti a sé non tanto sedicenti portatori di nuove rivelazioni divine, ma maestri che interpretano in maniera errata le stesse parole profetiche annunciate dagli apostoli. Essi introducono airèseis apòleias. La parola airèseis indicava le scuole filosofiche particolari e finì per definire una “setta”, e quindi le sue dottrine, fino al significato di “eresia” che acquista sotto la penna di Ignazio di Antiochia. L’apòleia è la distruzione. Dunque i falsi maestri sono portatori di insegnamenti che creano divisioni, e queste distruggono la comunità credente, ma anche il singolo che viene allontanato dalla “via della verità”, cioè dall’essere basato su ciò che è solido; perdendo il rapporto alla verità, che si esprime nel giusto comportamento, la persona perde consistenza, perde se stessa. In 2Pt 2,1-3 per 3 volte ritorna la parola apòleia/distruzione, rovina. Le eresie di rovina portano rapidamente rovina a chi le propaga e le accoglie. Quelli che si separano dalla verità si separano dalla salvezza. Ma Dio sa separare i giusti dagli empi per salvarli. Esempio di ciò sono le punizioni divine descritte dall’Antico Testamento. Probabilmente questi esempi erano noti nella predicazione, perché li ritroviamo simili sia nella lettera di Giuda che nei discorsi escatologici dei vangeli sinottici. I falsi maestri conducono anche ad una vita falsa, dove i comportamenti sono pervertiti. Gli esempi di punizione citati ad ammonimento dei credenti sembrano avere in comune comportamenti contro natura nell’ambito della sessualità. Gli angeli ribelli con cui 2Pt apre la lista sono quelli di cui si parla nel misterioso passo di Gn 6,2-4, interpretato alla luce della coeva letteratura apocrifa giudaica. In quel passo vago e di discussa interpretazione si parla di “figli di Dio” che invaghiti dalla bellezza delle “figlie dell’uomo” si unirono ad esse, generando esseri mostruosi sia nel fisico che nella malvagità, da cui viene un flusso di empietà tale che porterà Dio a decretare il diluvio. L’unione di essere superiori, gli angeli “figli di Dio”, con esseri di natura inferiore turba l’ordine della creazione, stabilito da Dio per separazione. Essi hanno abbandonato il loro luogo esistenziale, l’altezza; per questo sono rinchiusi nel posto più basso, gli abissi infernali. Questo è il luogo dell’essere permanentemente contro se stessi, il vivere fuori di sé: sono distrutti nella loro dimensione esistenziale. Anche la generazione di Noè è immagine di un peccato “contro natura”. Secondo la tradizione ebraica, prima del diluvio la natura era prodiga di frutti, così che si poteva vivere senza lavorare, e l’ozio, si sa, è padre di vizi, cui essi si abbandonavano

 

abbondantemente. Per dirla con il linguaggio di Freud e Marcuse, il “principio del piacere” domina sul “principio di realtà”, il quale rimanda ad un logos ordinatore, che in questo mondo non può essere che quello divino, che prescrive che l’uomo e la donna siano una sola carne. Nella licenziosità ascritta ai contemporanei di Noè, ogni donna è per il piacere di ogni uomo, e viceversa, e questo perverte l’ordine creaturale voluto da Dio. Evidente appare l’essere ed agire contro natura dei sodomiti, il cui stesso nome è diventato connotativo della tendenza omoerotica. Inoltre, secondo il racconto di Gn 19, i visitatori notturni di Lot che attirano la libidine irrefrenabile degli abitanti di Sodoma sono angeli; non solo certamente maschi, forti, belli e virili secondo l’immaginazione del tempo, ma anche di natura diversa e superiore. Si ripete dunque davanti ai nostri occhi inorriditi il dramma del mescolamento, almeno attentato, delle nature diverse e divise, quella angelica e quella umana, e cosa ancor più grave, l’inferiore vuole possedere quella superiore! Da questa lista di esempi apprendiamo che l’unione confusa ed indifferenziata porta alla confusione che distrugge ed alla separazione che dissolve l’essere, lo annichila.
È da notare come il testo mostra come Dio separa il giusto dall’empio, e nell’esplodere dell’ira divina con l’acqua del diluvio ed il fuoco di Sodoma Dio mette da parte per la salvezza i giusti Noè e Lot. Ma essi non sono salvati da soli, bensì con la loro famiglia. Noè è definito ògdoon/ l’ottavo (la Bibbia CEI porta la traduzione esplicativa di quest’unica parola: “con altre sette persone”). Giustino vede in questa definizione un annuncio del battesimo, sacramento dell’ottavo giorno pasquale, il Giorno oltre tutti i sette giorni di questa creazione temporale che passa. Ma la definizione dell’«ottavo», alla luce del racconto genesiaco del diluvio, rimanda a Noè e i suoi tre figli, cui stanno accanto la moglie e le tre nuore, apice di tutti i salvati nell’arca, salvati a coppie maschio-femmina per la riproduzione. In questa immagine della creazione voluta da Dio si svela il contrario del mescolamento che separa e distrugge, cioè la differenza che chiama alla comunione generatrice di vita. I peccati “contro natura” puniti sono nemici della vita, sono contro la natura creatrice della sessualità umana. I rabbini insegnano che l’uomo che non procrea è come l’uomo che sparge sangue.
L’urgenza del comando “crescete e moltiplicate” è testimoniato, in modo per noi sconvolgente, dalla storia biblica di Lot e delle sue figlie. Dopo che la moglie di Lot è morta di nostalgia per la terra del peccato, divenendo statua di sale, e poiché i generi di Lot si sono rifiutati di abbandonare Sodoma, complici della sua vita di dissolutezza che porta dissoluzione, le figlie di Lot, pur di procreare, si uniscono al loro padre. Questa “ansia di procreazione” dice una attesa del futuro; per la speranza ebraica, procreare era il modo attraverso cui chi si addormentava con i suoi padri nella morte poteva vedere, nel frutto dei suoi lombi, il giorno benedetto del Messia; rinunciare a procreare significava rinnegare quell’attesa, estraniarsi dal desiderio di vedere la salvezza di Dio. Ed è proprio ciò che fanno i falsi maestri contro cui polemizza la 2Pt, che non aspettano più nessuna salvezza, nessuna venuta del Signore.
I salvati di cui parlano questi racconti hanno pagato caramente la loro giustizia: Noè irriso dai suoi contemporanei, Lot perdendo casa e moglie per rifugiarsi nella fiducia in Dio. Il nostro Autore consola i suoi lettori ricordando che Dio sa “liberare dalla prova chi gli è devoto” (2Pt 2,9). È significativo che chi scrive la Lettera usa qui la particella ek e non apò: entrambi significano “da”, ma apò indicherebbe che Dio libera dalla prova evitandola, allontanandola dal pio. Ek indica invece provenienza; Dio libera dalla prova facendola attraversare, non lasciando operare un fattore di distruzione nel quale pure si incorre. L’Autore non risparmia improperi ai suoi avversari, accusati di essere àloga zoa, animali senza ragione (v.12), senza logos, cioè senza l’intelligenza che viene dal logos divino, la parola rivelata, la sapienza creatrice che ha ordinato il mondo e ne svela la vera natura ed il giusto uso. Perciò essi sono schiavi: la libertà di cui si vantano è essere aggiogati alle catene degli istinti, come animali. La stessa natura umana, fatta dalla libertà che proviene dalla ragione, è in loro dissolta. La libertà liberata da Cristo con la sua croce è perduta. La schiavitù da cui Cristo ci ha riscattato (cfr. 2Pt 2,1) è di nuovo subita per il rinnegamento del Signore che libera. In questo modo essi dimostrano di non conoscere il Signore, come Pietro che nella notte fatidica, spinto dall’istinto della sopravvivenza, disse: “Non lo conosco”.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) In che modo la libertà cristiana è una libertà liberata dalla croce di Cristo? Quale immagine di uomo suggerisce questo testo della 2Pt nell’intreccio di istinti, ragione e parola divina che crea ed illumina?

2) Ancora oggi falsi maestri insidiano la via della verità: ne conosciamo qualche esempio? Notiamo l’attualità del legame tra rifiuto della tradizione del magistero apostolico e rivendicazione di una morale sessuale diversa da quella custodita dalla Chiesa?

3) Come presentare il messaggio cristiano sulla sessualità come vangelo, cioè buona notizia che dona gioia e vita, specie nelle situazioni difficili, come le coppie che hanno difficoltà ad accedere al matrimonio, o i cristiani omosessuali?

Don Marco Renda

 

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