dell’evento della salvezza cristiana. Il nostro Autore probabilmente qui polemizza con i suoi avversari, che forse si basavano su miti che narravano una fondazione della vita e della dottrina fuori da una storia concreta e verificabile. Inoltre questi miti sono definiti sesofisménoi, cioè frutto di abilità con la parola. I sofisti antichi venivano popolarmente intesi come coloro che riuscivano, tramite le parole, a stravolgere la realtà, e con la loro abilità nel parlare confondevano le idee dei semplici, facendo apparire vero ciò che in realtà è falso, come, secondo lo Scrittore della Lettera, facevano coloro che egli vuole combattere. Egli invece dice di essere stato epòptes/“testimone oculare” della grandezza del Signore Gesù, con particolare riferimento all’evento della trasfigurazione, narrato da tutti i vangeli sinottici. È molto interessante che l’Autore usi qui proprio la parola epòptes. Questo lessema ci riporta all’ambito del vedere direttamente, dell’essere testimone oculare di un fatto. Indica dunque la concretezza dell’evento visto, insieme alla presenza ad esso, quasi, se così possiamo esprimerci, un “toccare con mano” ciò che si è visto. Dunque non un vedere metaforico, come capire una cosa o contemplare una verità. Ma dall’altro lato, al tempo in cui fu scritta la Seconda Lettera di Pietro, si definiva epòptes l’iniziato ai misteri sacri. Nelle religioni misteriche, ampiamente diffuse nel I secolo dell’era cristiana, si riteneva che l’essere ammessi a vedere alcuni riti, o oggetti sacri, o rappresentazioni misteriche delle vicende di un Dio, permettesse a chi ne era spettatore di assimilare quelle realtà ed essere così partecipe della sorte divina. Si tratta dunque di una visione trasformante.
Scegliendo proprio questo termine, l’Autore sembra dirci che nell’esperienza storica, concreta, della vita del Signore Gesù si è resi partecipi della sua vita divina. Allora non a caso l’evento ricordato potrebbe essere quello della Trasfigurazione. I racconti evangelici infatti dicono che in quell’evento la nube, segno della presenza e della gloria divina, alla fine avvolge Gesù, Mosè ed Elia, ed anche i discepoli, preannunciando l’adozione filiale, la partecipazione dei credenti alla vita gloriosa del Figlio di Dio, e perciò di Dio stesso, come la tradizione patristica ha concordemente letto in questo segno. Inoltre in quell’episodio, Pietro propone di fare tre tende, per fermare la presenza della gloria; ora egli, nei vv. 13 e 14, per due volte definisce la vita terrena come abitare nella tenda. Non è la gloria divina a fermarsi nella tenda, ma l’uomo concreto, nella sua tenda di carne, incontra la gloria di Dio e questo trasforma la sua vita. In questa tenda del corpo avviene l’incontro definitivo che cambia la sorte per l’eternità. La trasfigurazione del Signore viene ricordata come evento che può essere testimoniato direttamente, ma che annuncia già la sua resurrezione, che sarà senza testimoni oculari come evento in sé. Inoltre accanto al Signore sono presenti Elia e Mosè, testimoni della resurrezione futura. La loro presenza accanto al Cristo testimonia la validità della Legge, contro il libertinismo dei falsi maestri, e l’esperienza dei castighi divini di cui fu maestro il profeta Elia, contro la sicumera del falsi profeti. I veri profeti, quelli le cui parole sono contenute nelle Scritture, sono la guida sicura verso Cristo. Elia e Mosè, anch’egli considerato profeta nella tradizione ebraica, ne sono l’esempio più luminoso.
Nella Trasfigurazione si manifesta anche come la profezia biblica dà testimonianza a Cristo. Nel buio del mondo, buio anche di verità, e nell’aria resa torbida dagli insegnamenti dei falsi profeti, la profezia biblica è lampada che rischiara il cammino diritto che conduce all’incontro con Cristo. Cristo stesso è la stella del mattino. Il suo brillare nei cuori segna la fine della notte di questo mondo di inganno, ma anche la fine della notte oscura della fede, per inaugurare il tempo della visione. Pietro nella notte ha fatto esperienza del rinnegamento di Cristo, ma proprio a lui il Signore ha affidato il compito di confermare i fratelli. Egli, o chi scrive a suo nome, esercita questo ufficio scrivendo queste parole e lasciandole come testamento spirituale. Il suo esempio mette in guardia coloro che si sentono sicuri nella fede, come lo era Pietro quando si professava pronto a seguire Gesù fino alla morte, perché nella notte della verità non cedano alla tentazione (cfr. 2Pt 1,12). E un modo per cedere alla tentazione intellettuale e non conoscere più il Cristo è quello di sottoporre le Scritture a “privata spiegazione” (v.20). La Scrittura, specialmente profetica, appare come un enigma che deve essere sciolto; dove nell’italiano troviamo infatti la parola “spiegazione”, essa traduce la parola greca epilùsis, che significa “sciogliere/spiegare” un enigma, legata al verbo originante luein, che significa sciogliere. Questo verbo Pietro aveva udito dalla bocca di Gesù quando egli gli aveva assicurato che ciò che avrebbe sciolto in terra, sarebbe stato sciolto anche in cielo (cfr. Mt 16,19).
E certamente la Chiesa cui si rivolge il vangelo di Matteo aveva letto le parole del Maestro anche nel contesto della sua cultura ebraica, da cui sapeva che per i rabbini sciogliere/legare significava anche stabilire quale comportamento corrispondeva esattamente ad un dato comando di Dio che non appariva del tutto chiaro nella lettera della Legge. Dunque sciogliere la Scrittura profetica significa darne la giusta interpretazione, trarne la giusta indicazione di comportamento morale, operazione questa in cui sbagliavano completamente i falsi maestri e profeti. Essi infatti facevano una interpretazione idìa/”propria”, cioè estranea alla comunione. È solo nella vivente comunione della Chiesa, dove nessuno ritiene nessuna cosa come” propria”(greco: ìdion), ma tutto è messo in comune, perché si sta nella comunione dell’insegnamento apostolico (cfr. At 4,32; 2,42ss.), che si ha la giusta comprensione delle Scritture e di conseguenza si vive in maniera conforme a Dio. La “privata spiegazione” che qui viene condannata non è tanto l’interpretazione personale, ma quella che nega la comunione di pensiero, di vita e di azione con tutta la comunità dei credenti, con la santa Chiesa di Dio, e che così genera separazioni, genera le sette. La separazione e divisione nasce dal prevalere della volontà umana, quella da cui sono generati coloro che non nascono da Dio come suoi figli (cfr. Gv 1,13), quelli che ascoltando la voce della carne e del sangue, cioè del limite e della sensualità umana, si precludono alla rivelazione di Dio (cfr. Mt 16,17). Pietro è infatti l’esempio di chi si è lasciato ammaestrare non da carne e sangue, ma dalla voce di Dio, quella voce che sul monte santo ha proclamato Gesù come il Figlio in cui si realizza e si manifesta tutta la volontà buona del Padre di salvare gli uomini (cfr. 2Pt 1,17).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
Quali “miti artificiosamente inventati” si oppongono oggi alla verità dell’Incarnazione ed impediscono all’uomo contemporaneo di farne esperienza?
Quali esperienze di “epoptìa”, di testimonianza oculare può vivere il credente di ogni tempo del mistero della salvezza così da accedere alla visione trasformante?
Dove si riscontrano ancor oggi situazioni di “privata spiegazione” delle Scritture e come rispondere ad esse?
Don Marco Renda