che “rabbi Jonathan, in nome di rabbi Zakkai, dice che….”, riportando cioè il suo insegnamento come semplice trasmissione della parola originaria udita dal venerato Rabbi, fondatore di quella Scuola. Nelle lettere pastorali un elemento importante sarà la polemica contro coloro che si discostano dalla sana dottrina trasmessa dagli apostoli, per cui definire Timòteo “figlio mio” è una chiara indicazione che nell’insegnamento di Timòteo si può riconoscere l’autentica voce di Paolo, e dunque egli è abilitato a difendere la vera fede. Chiamare Timòteo “figlio” è anche un richiamo a chi può essere confuso dai vari insegnamenti uditi e cerca dove sia la genuina trasmissione della fede: ascoltando Timòteo i credenti della sua comunità possono essere sicuri di perseverare nella fede ricevuta dall’Apostolo. È da notare che Paolo definisce Timòteo “vero figlio nella fede”, dunque è nell’ambito della fede che va compresa questa figliolanza. Alla luce del retroterra rabbinico comprendiamo la specificazione “nella fede” in senso oggettivo.
Cioè con la parola “fede” qui si intenderebbe piuttosto il contenuto della fede, le verità che devono essere credute da coloro che vogliono essere cristiani. Per molti commentatori questo è il significato prevalente della parola “fede” nelle lettere pastorali, mentre nelle altre lettere di Paolo con “fede” intenderebbe piuttosto l’atto di fede, la fiducia accordata con tutto il cuore a Dio che salva in Cristo crocifisso e risorto. Tuttavia una distinzione così netta sembra più concettuale che reale, perché l’atto di fede avviene sempre come risposta alla parola ascoltata nella predicazione, e la parola della predicazione ha un contenuto, non è vuota; aderire a Dio salvatore significa anche credere alla verità di lui e su di lui proclamata dalla Chiesa che annuncia. Così Timòteo è figlio perché trasmette i contenuti predicati da Paolo, ma anche perché ha aderito alla stessa fede di Paolo e perché ha ricevuto il battesimo compiendo l’atto di fede nella parola udita. L’altra novità dell’indirizzo è il titolo con cui è definito Gesù Cristo, “nostra speranza”.
Con questo titolo lo sguardo si volge al futuro: anche lì brilla Gesù Cristo come punto di arrivo e àncora salda della vita del credente. La Chiesa cui si rivolge la 1Tm vive tempi travagliati dalla presenza di falsi maestri, che confondono gli animi. Ma Cristo è la speranza, egli sta sempre davanti come mèta sicura della strada tracciata dall’insegnamento apostolico. Se i falsi maestri possono proporre cose mirabolanti e realizzazioni seducenti, il vero cristiano pone la sua speranza solo nel Cristo: egli è tutta la sua vita, tutta la sua sapienza, e questo gli basta. Questa speranza posta in Cristo salva dalla disperazione dei propri peccati e dalla vana superbia di chi crede di farsi giusto con le proprie forze, magari osservando i precetti della Legge o assumendo particolari comportamenti, o conoscendo verità misteriose e nascoste. Paolo si propone come vivente modello della speranza che è Cristo: egli da peccatore è stato fatto oggetto di grazia non per opere o per sapienza ma solo per la misericordia che Dio gli ha usato in Cristo. Il suo ministero apostolico è vivente annuncio della misericordia; egli infatti non è stato chiamato dopo essersi purificato con ascesi ed esercizio di perfezione morale, come forse appariva nel comportamento dei falsi maestri (cfr. 1Tm 4,3), ma mentre era lontano da Cristo, per pura misericordia.
Timòteo è chiamato ad opporsi a coloro che insegnano dottrine diverse ed aderiscono a favole e genealogie interminabili (cfr. 1Tm 1,4). Probabilmente Paolo si riferisce ad alcune leggende giudaiche riguardo la discendenza dei patriarchi, che istituivano fantasiosi collegamenti tra i personaggi dell’Antico Testamento e figure di pura invenzione ritenuti portatori di poteri e saperi arcani. Queste leggende trovavano buona accoglienza nel mondo del sincretismo ellenistico, cui piaceva discutere di genealogie divine, con legami tra dei, semidei ed essere umani. Potremmo inserire in questo filone la moda, venuta in auge pochi anni fa grazie al fortunato best seller di Dan Brown Il codice da Vinci, di ritrovare discendenti del fantastico matrimonio tra Gesù e la Maddalena, con tutta la serie di sette e gruppi segreti dediti a proteggere o a distruggere questi discendenti del sangue reale di Cristo. Come direbbe Qohelet, “niente di nuovo sotto il sole!”. Dietro queste speculazioni si nascondeva, e si nasconde, la pretesa di riallacciarsi alle origini della fede per vie diverse ed alternative a quella della trasmissione ufficiale, cioè biblicorabbinica per la tradizione ebraica e neotestamentaria ed apostolica per quella cristiana. E la via diversa riconduce anche ad origini e conseguenze diverse.
Il bailamme scatenato da Dan Brown e tutti i suoi emuli ci aiuta a capire: se la teoria millantata da costoro fosse vera cambierebbe tutto il modo di capire il cristianesimo! Il matrimonio di Gesù non sarebbe solo un accidente possibile nella vita umana del Figlio di Dio, ma negherebbe la sua natura divina, perché la vera partecipazione alla sua vita sarebbe nella discendenza carnale e non nel legame nello Spirito, e la comunità si radunerebbe attorno al discendente biologico come gruppo solo sociologico e storico, senza nessuna pretesa di verità, né di speranza per la vita eterna; invece Cristo è nostra speranza! Dunque le favole inventate, pur nella loro fascinosità, distruggono la fede, la riducono a pura mondanità. È questa la battaglia decisiva che Timòteo dovrà combattere ad Efeso e che noi, che ci sentiamo “veri figli nella fede” dell’apostolo Paolo, dobbiamo ancora portare avanti in questo nostro tempo.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Come vivere oggi la fedeltà alla vivente tradizione della Chiesa, senza nostalgici tradizionalismi né avventate innovazioni? In che modo proporla come grazia di fedeltà di Dio e a Dio, ai fratelli nella fede?
2) Come discernere ed aiutare a discernere, con sobrietà e sapienza tra le varie proposte di credenze “arcane”, sia nate in campo laico che in un fideismo troppo legato a messaggi dall’alto, segreti apocalittici, visioni e rivelazioni?
3) Che significa per noi, nel nostro contesto sociale ed ecclesiale, essere “veri figli nella fede” dell’apostolo Paolo?
Don Marco Renda |