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I SETTE VIZI CAPITALI

 

Nel primo volume dell’opera Alle Figlie di San Paolo 1929-1933, pp. 203-207, viene riportata una meditazione tenuta dal Primo Maestro il 27-28 ottobre 1931durante un Ritiro ad Alba. Don Alberione invita a combattere i vizi capitali e in particolare a individuare e vincere con tutte le forze, il proprio difetto predominante.

Dobbiamo fare il ritiro sotto la protezione dei santi e sotto la protezione delle anime del purgatorio. I santi ci fanno coraggio e ci incitano a combattere dicendo: “Abbiamo lottato e vinto; coraggio, coraggio!”. Le anime purganti ci dicono: “Vincete, vincete, purgate, purgate i difetti con la volontà e con l’amor di Dio, perché è difficile e penoso il purgarli tra queste fiamme. Guai se non vincete! Quei difetti poi saranno paglia e legna per il purgatorio”. Ma soprattutto dobbiamo combattere un difetto in particolare, ed è il difetto predominante.
Ed io stasera vi darò una cognizione dei sette vizi capitali, perché fra i sette, troverete anche il vostro. Si chiamano capitali non perché siano i più grossi (i più grossi sono tre: 1° l’odio formale contro Dio; 2° contro le virtù teologali; 3° contro lo Spirito Santo); ma si chiamano capitali perché hanno influsso sugli altri vizi di cui sono causa e origine. Perché sono causa e origine degli altri peccati? Per tre motivi: perché accrescono l’ignoranza della mente; perché portano la concupiscenza nel cuore; perché portano la malizia e la falsità nella volontà. Sono sette i vizi capitali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia e accidia. Consideriamoli e guardiamoli con coraggio: guardiamoli per trovare il più grosso. Un giorno si presentò da una suora del Cottolengo un visitatore il quale chiese di poter parlare col santo. La suora gli fece intendere che non si poteva disturbarlo in quell’ora, ma il poco cortese visitatore, malgrado fosse vestito molto bene e lasciasse intendere che

era ben educato, infilò la scala, picchiò la porta ed entrò.La suora attese lungamente l’uscita dell’ospite poco gradito, per riprenderlo, ma la sua attesa fu vana. Dopo diverso tempo vide uscire il santo, solo e con aria stanca. La suora chiese dove fosse andato quel tale, ma il Beato le fece capire che al visitatore non occorreva la porta per uscire. “Dovevi guardare meglio, disse, osservando sotto il cappello avresti scorto certamente due lunghe corna”. Guardiamoli bene anche noi questi sette diavoli, guardiamoli bene in faccia, perché sanno anche mascherarsi per non farsi riconoscere. Ci vuol coraggio per considerare i difetti; è qui l’occasione per esercitare l’umiltà. Non essere sempre pronte a scusarsi e dire: “Non sono stata io”, altrimenti ci succede come quel fanciullo che aveva l’abitudine di scusarsi sempre. Un giorno interrogato dal maestro in geografia ed essendo il fanciullo distratto, sentendosi domandare: “Dimmi: chi ha fatto il mondo?” rispose: “Non l’ho fatto io”. Siete capaci dunque di esercitare l’umiltà questa sera? Avete coraggio di esaminarvi e di guardare in faccia a tutti e sette i vizi capitali per conoscere quale sia la vostra passione predominante? Pregate la Vergine Santa, affinché vi aiuti.
1. La superbia è un disordinato desiderio di lode. Che significa disordinato? Il disordine sta nel voler la lode degli uomini. E che fa? Vuol essere superiore agli altri; disprezza gli inferiori; si ribella e critica i superiori. La superbia è compiuta, ossia grave, quando porta a ribellarsi a Dio e alla sua volontà, ribellandosi ai consigli dei superiori e del confessore; è incompiuta, ossia veniale, quando si stima troppo, e va a cercare la lode altrui. La superbia è come un’erbaccia che mette le radici dappertutto, è come quella pianta che nasce anche fra i crepacci dei più vecchi campanili. La superbia è peccato? Se è compiuta, è peccato mortale. Ma è difficilissimo che sia compiuta: può avvenire nel caso del Faraone che scrolla le spalle dicendo: “Chi è questo Dio?”. Oppure quando si dice: “Chi è quella superiora cui io debbo obbedire? Oh, quella è venuta dalla campagna, era un’inserviente!”. La superbia imperfetta è peccato veniale, ma può diventare grave quando uno per sgravarsi di responsabilità, incolpa altri. Quali sono le figlie della superbia? La presunzione, col credersi di saper tutto; l’ambizione, col voler sempre apparire; la vanagloria, sempre con l’«io» maiuscolo.
2. L’avarizia è il disordinato desiderio della comodità e dei beni temporali. Fa meno male della superbia, perché l’avarizia è amore a un po’ di terra, a un po’ di rame o a un po’ di carta sporca. L’avaro non fa altro che mettere in prigione, nel portafoglio quel povero denaro, fino alla morte. Per sua natura l’avarizia è peccato veniale e può diventare mortale, quando ad esempio si lavora di festa o si commettono ingiustizie. Le figlie dell’avarizia sono: la preoccupazione della mente, il timore del domani, la poca confidenza nel Signore. Bisogna sì, operare con prudenza e zelo, ma confidare sempre nella Provvidenza.
3. La gola è un disordinato desiderio di cibo e di bevanda. Ma il disordine, il male, sta nel contentare la gola per il gusto e per il piacere. L’avere sete e fame è cosa naturale ed è segno di salute, ma non si deve mangiare solo per soddisfare il gusto. Si pecca di gola in cinque maniere: a) mangiar prima del tempo; b) mangiare troppo; c) cercare le cose che più piacciono; d) gustare molto e pensarci prima e dopo; e) mangiare voracemente. La gola di suo genere è peccato veniale, ma può diventar mortale quando si prevedono certi disturbi e si può diventare inetti a certi uffici. Sono figlie della gola: la mente ottusa; i discorsi folli e sciocchi; la letizia smodata; la scurrilità.
4. La lussuria è una tendenza alle cose contro la bella virtù. Di per sé è sempre grave e non ammette venialità. Le figlie della lussuria sono: cecità della mente; incostanza nei propositi; decisioni precipitate; freddezza; amor proprio; desiderio di vivere molto; timore del giudizio di Dio; leggerezza e piacere. Questo si manifesta specialmente nelle simpatie ed antipatie, sensibilità, difficoltà nel vincersi, ecc.
5. L’invidia consiste nel rattristarsi del bene altrui e nel godere dell’altrui male. Di per sé é grave, ma non sempre, anzi nel maggior numero di volte non lo è. S. Paolo dice: “L’invidioso non entra in cielo”, sempre però quando questo difetto è grave. Talvolta si ha invidia perché gli altri si distinguono, perché hanno grazie, perché sono stimati, ecc. Alle volte poi si confonde con l’odio. Se si dicesse ad esempio: “Quel tale si è ammalato, finalmente! Era ben ora, dopo tante che ne ha fatte...”. Questo è odio. Certe volte l’invidia è indignazione giusta, talvolta zelo fuori posto. Le figlie dell’invidia sono: l’odio, la mormorazione, la gioia del male altrui, il sussurrare sospetti.
6. L’ira è un disordinato desiderio di vendetta. Se questo desiderio è ordinato, è virtù, per esempio rimproverare certi difetti quando sono persistenti e vi è ostinazione. Così come Gesù scacciò i venditori del Tempio, come il padre castiga il figlio, e il padrone il servo; è virtù quando si fa con giustizia. Molti peccano perché non vengono rimproverati e castigati. È ira, quando si fa per amor proprio e non perché si deve fare. Può essere peccato grave quando si oppone direttamente alla carità e anche alla giustizia: per esempio il giudice irato contro S. Agnese romana. È peccato veniale quando è solamente eccesso nel modo. Le figlie dell’ira sono lo sdegno, il turbamento, le parole offensive, le risse.
7. L’accidia è un certo qual torpore nell’esercizio della virtù, è la freddezza nel fare il bene. È peccato veniale, ma prepara al mortale, perché ha gravi conseguenze e la Scrittura dice: “Perché sei tiepido incomincio a rigettarti dalla mia bocca”. Le figlie dell’accidia sono: la malizia, il timore di farsi santi, rancore contro quelli che scuotono, torpore, divagazione, pusillanimità. Bisogna dunque che fra questi sette vizi capitali troviamo il nostro, esso ci accompagna sempre. Facciamo presto a scoprirlo questo nostro male, così ci possiamo curare per guarire. Si dica tutto al medico che è il confessore, si parli con confidenza a Gesù che è il medico dell’anima; più chiare saranno le cose più presto ci cureremo. Dunque facciamoci coraggio, guardiamo in faccia la nostra passione predominante ed abbassando la testa diciamo: questa è la mia miseria, qui l’oggetto della lotta, qui le preghiere e confessioni, qui le Visite e gli esami di coscienza, qui le sante Messe e Comunioni, qui i rosari. Voglio temerlo questo mio difetto principale perché può portarmi alla rovina eterna, perché sebbene non sia grave, può avere gravi conseguenze. Se lo vinco invece, potrò andare molto, molto in alto in paradiso. Nella lotta è il campo dei maggiori meriti, è lì che si prepara la miglior corona per il paradiso. Combattere e vincere, quale gloria!

Beato Giacomo Alberione

 

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