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LA SECONDA LETTERA DI PIETRO

2Pt 3: la conflagratio mundi

È un topos narrativo molto usato quello per cui, quando una trama arriva ad un punto in cui la storia raccontata non può più andare avanti, le si pone fine in maniera brusca, ma salutare, facendo scoppiare un grande incendio, così che, davanti alle rovine fumanti si possa dire, come Rossella O’Hara nel finale di Via col vento: “Domani è un altro giorno”, rimandando così ad una storia che è altra rispetto a quella narrata. Così la catastrofe lascia spazio ad una speranza di novità, quella verso cui si avviano, ad esempio, monaci e servi che fuggono dal rogo dell’abbazia che chiude il romanzo Il nome della rosa di U. Eco, rogo in cui brucia l’oggetto valore che ha fatto gravitare attorno a sé la trama del romanzo, cioè quella biblioteca per il cui possesso e monopolio si sono consumati delitti ed ordite congiure.
Stando alla Seconda lettera di Pietro, quella intricatissima trama, che è la storia del mondo, avrà una sorte simile, un tremendo incendio le metterà fine quando essa non avrà più possibilità di evolversi, perché il suo autore, Dio, non avrà più nulla da narrare, dopo aver dato fondo alla sua infinita pazienza; così ne parla 2Pt 3,5-13. In tutto il NT questo è l’unico passo che parla esplicitamente della conflagrazione finale, questo definitivo incendio cosmico, eppure questa visione è divenuta molto presente nell’immaginario collettivo riguardo la fine del mondo. La prima impressione che si ha leggendo questo testo è di trovarsi davanti ad una idea apparentata, se non presa proprio a prestito, con le dottrine filosofiche stoiche e quelle religiose iraniche riguardo la fine del mondo; ma in realtà il legame con queste idee, che pure circolavano all’epoca, se mai c’è, è molto lontano, e più esteriore che di sostanza. La dottrina stoica della conflagrazione universale non vuole essere infatti una visione metafisica, e men che mai religiosa, del destino del mondo. Per gli stoici, infatti, il fuoco finale è iscritto nella fisica; sono gli elementi di cui è composto il mondo che, per loro natura, dopo un determinato ciclo di anni, si consumano e si incendiano, e da queste ceneri rinasce un nuovo mondo, in tutto identico al precedente, che ne ripercorre lo stesso destino, fino al nuovo, inevitabile, incendio ciclico. L’autore della 2Pt dice invece con chiarezza che è la Parola di Dio che riserva questo mondo al fuoco. Sarà per disposizione divina che divamperà questo immane rogo, come per disposizione divina, e non per necessità naturale, il mondo venne all’esistenza. Inoltre il tempo in cui tutto questo avverrà, non è determinato da altro che dalla magnanimità di Dio, il quale pazienta e rimanda quel giorno in attesa della conversione dei peccatori.

Né questo è un fuoco purificatore, come pensava la religione iranica, secondo la quale quel fuoco scorrerà come un fiume per purificare dalle scorie coloro che sono destinati alla vita. Il fuoco di cui parla la 2Pt è invece un fuoco di distruzione, come lo fu l’acqua del diluvio; è proprio la realtà del diluvio che dovrebbe far riflettere i peccatori sulla concretezza della minaccia di quel fuoco, che distruggerà il mondo in cui i peccatori stanno comodamente, che sentono come casa loro e che ritengono indistruttibile. Il fuoco che manderà in cenere questo mondo in cui la giustizia non è di casa, è il fuoco dell’ira di Dio. Già l’AT aveva fatto intravedere i primi bagliori di questo incendio. Sofonia (1,18) annunciava che “nel giorno dell’ira del Signore e al fuoco della sua gelosia tutta la terra sarà consumata...” ed Isaia (66,15-16) vede il Signore venire con il fuoco per fare giustizia. Tuttavia, leggendo questi brani profetici nel loro contesto, appare chiaro che i loro autori usano un linguaggio iperbolico, volutamente terrificante, ma non per tutti gli uditori: solo gli empi saranno bruciati da questo fuoco, empi idolatri secondo Isaia e Sofonia; per quest’ultimo, questi peccatori continuano nelle loro pratiche di abominio perché hanno la convinzione che “il Signore non fa né bene né male” (Sof 1,12), proprio come i destinatari della minaccia della 2Pt, che beffardamente irridono alla possibilità che qualcosa cambi per opera di Dio (cfr. 2Pt 3,3-4).
Se dunque l’autore della 2Pt aveva in mente questi testi, è possibile che anche il suo linguaggio sia iperbolico, ed anziché fare previsioni catastrofiche sulla sorte del mondo, voglia piuttosto ricordare agli empi che infestano la comunità a cui si rivolge la serietà, ineluttabilità e gravità del giudizio divino. Infatti 2Pt 3,7 lega strettamente il fuoco distruttore al giudizio ed alla rovina degli empi. Questa rovina è detta con il sostantivo apoleìa, che nel NT ha anche il senso di “fallimento definitivo” e perciò riguarda più la parenesi, cioè l’esortazione morale, che le speculazioni sulla fine del mondo. Il risultato di questo grande incendio sarà infatti, secondo 2Pt 3,13, un mondo radicalmente diverso da quello esistente finora, un mondo nel quale la giustizia abiterà come in casa sua. Se è così, si spiega anche il misterioso eurethésetai di 2Pt 3,10. La Bibbia CEI traduce questo verbo “sarà distrutta” (“la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta”). Ma la traduzione esatta del verbo eurisko è “trovare”. Dunque, letteralmente, la finale del v. 10 dovrebbe tradursi “la terra, con tutte le sue opere, sarà trovata”. Ora la parola “opere”, nel linguaggio della Bibbia greca, si riferisce in maniera privilegiata agli idoli, “opera delle mani dell’uomo”. Siamo dunque nello stesso contesto veterotestamentario del giudizio contro gli idolatri, che veniva espresso con il fuoco. L’esser trovato, nel linguaggio del giudizio, specie del giudizio divino, indica l’esser scoperto, l’esser messo a nudo nella propria verità. Il giudizio di Dio metterà a nudo la terra ed i suoi idoli, ed il fuoco devastatore ne mostrerà la reale consistenza.
La saldezza della terra non sta nei suoi idoli che si rivelano cenere, ma nella Parola di Dio (cfr. 2Pt 3,5), parola che crea e conserva. La Parola di Dio dà forma al creato, ed esso non vive se non sospeso e sostanziato da questa parola dispiegata, per cui egli disse e così fu (cfr. Gn 1,11). C’è solo un punto in cui Dio disse, e così non fu: il comando dato ad Adamo di non mangiare il frutto dell’albero posto al centro del giardino. E per questa difformità tra la Parola divina e la sua realizzazione, si introduce nel mondo il principio della dissoluzione. La creazione stessa è contagiata da questo principio di reversione nel caos al punto che, al tempo del diluvio, le acque del caos primordiale torneranno per decreare la terra, nel rimescolarsi delle acque inferiori e superiori che Dio aveva separato tramite il firmamento, con la sua parola creatrice ed ordinatrice (cfr. Gn 7,11). Il diluvio è paradigma e profezia della distruzione finale; in futuro, come allora, l’ostinato non ascolto della Parola di Dio, di cui si fanno banditori e modello i falsi maestri contro cui la 2Pt polemizza, comporta che gli stessi elementi della natura, formati dalla Parola di Dio a servizio dell’uomo, si trasformino in elementi di distruzione. Se ciò che è secondo natura è ciò che esiste ed opera secondo la parola creatrice e conservatrice di Dio, ciò che è contro questa parola è per ciò stesso contro natura, e dunque si ritrova a vivere e morire in una natura contro. Sottilmente, la 2Pt insinua che l’empietà è contro natura. Così l’immagine fisica della conflagratio mundi si iscrive nel modo di vedere la natura e la storia del libro della Sapienza. La fisicità del mondo e dei suoi elementi, che a livello umano è realizzato nella corporeità, è coinvolto nel realizzarsi del disegno sovrano ed ineluttabile di Dio che, misteriosamente, si intreccia con le povere, ma libere, scelte dell’uomo. Il peccato, che permette all’uomo di stravolgere il mondo che egli è in sé secondo il precetto divino, fa sì che il macrocosmo si perverta, e da luogo ospitale divenga nemico dell’uomo. Bisogna tuttavia ricordare che la fine del mondo nel giudizio divino non avviene per via naturale, quasi una necessaria reazione chimica. La conflagratio profetizzata dalla 2Pt non sarà una esplosione atomica provocata dall’orgoglio umano; non avviene come qualche zelante cristiano (?!) aveva pensato e detto qualche decennio fa, quando fu manifesta la tragedia del diffondersi dell’AIDS, come punizione del peccato tramite il peccato stesso. Il compiersi di tutto questo, il mettersi in marcia delle schiere cosmiche, è subordinato solo alla Parola onnipotente di Adonai Sabaoth, il Signore delle schiere (cosmiche), questa Parola onnipotente che “dal cielo, guerriero implacabile, si lancia in mezzo alla terra di sterminio portando, come spada affilata, il decreto irrevocabile di Dio” (cfr. Sap 18,15).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Come le tendenze catastrofiste, le ricorrenti previsioni e paure della fine del mondo, interrogano la fede e la missione della Chiesa? Quali risposte e proposte di speranza offrire ad un mondo spaventato?

2) Questo tempo si dilata secondo la misura senza misura della magnanimità di Dio (cfr. 2Pt 3,8-9): come il cristiano vive il tempo della magnanimità divina in mezzo a questo mondo perverso? Come assume per sé la stessa magnanimità che lo Spirito gli comunica (cfr. Gal 5,22)?

3) Come il cristiano anticipa i nuovi cieli e nuova terra in cui dimora la giustizia, vivendo nel mondo e nelle trame della creazione e della storia?

Don Marco Renda

 

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