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PRIMA LETTERA A TIMÒTEO
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1Tm 3,8-13: i diaconi

Dopo aver dato istruzioni sulle qualità richieste per il vescovo, ora l’Apostolo volge la sua attenzioni ai diaconi. Nelle Lettere Pastorali comincia a prendere forma la gerarchia ecclesiastica con i suoi gradi ed i suoi ministeri diversificati. Tuttavia non dobbiamo proiettare automaticamente l’esperienza odierna del ministero sugli scritti del Nuovo Testamento e dei primi secoli cristiani. Nella Chiesa delle origini il ministero diaconale appare sempre legato al vescovo e i diaconi appaiono come i suoi primi collaboratori. Dalle indicazioni del nostro brano è difficile cogliere quale fosse il loro ministero specifico, perché l’Autore indica di più le qualità interiori che le abilità pratiche necessarie e congrue per il servizio dei diaconi; e queste qualità si avvicinano molto a quelle necessarie al vescovo, tanto da poter pensare che sono doti richieste per ogni ministero nella Chiesa, a cominciare dalla diaconia dell’apostolato, il servizio costituito da Gesù stesso e di cui gli altri sono emanazione ed attualizzazione. Anzi la diaconia riassume il senso dell’intera missione di Gesù stesso, il quale proclama di essere venuto “per servire (diakonésai) e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Dall’uso che si fa della parola diakònos (servo/ministro) in passi come il nostro sembra però che questo senso generale del termine ben presto sia stato scelto per indicare un ministero specifico, come lo è quello del vescovo. La tradizione lega il senso della diaconia alla carità, eleggendo come diaconi i Sette istituiti dai Dodici in At 6 per il servizio delle mense: tuttavia in quel brano la parola diaconi non compare. L’attribuzione tradizionale del ministero diaconale a Stefano ed ai suoi compagni è però suggerita dal significato originario della parola diakònos, inteso come colui che serve alla mensa. Questo servizio però non è da intendersi come colui che materialmente serve a tavola, ma piuttosto come il compito di chi deve provvedere i beni perché la tavola possa essere imbandita. Si tratterebbe dunque della figura di un amministratore e di un economo di comunità, come apparirà qualche tempo più tardi, rispetto alla 1Tm, il diacono Lorenzo, a cui i persecutori chiedono di consegnare i beni della Chiesa che egli amministrerebbe. In questa luce appare particolarmente significativa l’esortazione a non essere avido di guadagni disonesti, mentre al vescovo era chiesto di non essere bramoso di ricchezze: per chi amministra i beni comuni è sempre in agguato la tentazione di tenerne qualcuno per sé! Un’altra differenza rispetto alle qualità richieste al vescovo è la mancanza, per il diacono, dell’essere “capace di insegnare”. Anche questa assenza ci orienta a comprendere il ministero diaconale come più operativo, ma la somiglianza delle virtù ci mette in guardia

dal considerare minore responsabilità, o meno importante per la vita ecclesiale, la cura dei beni e del benessere di tutti. Al diacono è richiesto addirittura di essere “degno”, cioè dotato di una serietà e serenità di vita che traspare anche nel suo comportamento “venerabile”, uno stile di vita che riveli la compostezza dell’animo, tanto che sia provata la sua “irreprensibilità”, cioè sia chiaro che nessuno può rimproverarlo di nulla. Inoltre si richiede a lui la sincerità, di non avere cioè due parole diverse (dilògos), segno di una instabilità interiore: l’uomo dalle due parole ha al suo interno due anime divise, è in contrasto con la verità di se stesso, prima che con ogni altra verità. Al diacono è chiesto di “conservare il mistero della fede in una coscienza pura”. In Eb 9,14 si dice che il sangue di Cristo, che offrì se stesso nello Spirito, purifica la coscienza dalle opere di morte per servire nel culto della vita il Dio vivente. E la 2Tm 1,3 dice che Paolo offre a Dio il culto della vita in una coscienza pura. Dunque potremmo dire che la coscienza pura è l’intimità del credente che assume le disposizioni di Cristo che diede se stesso come diaconia di riscatto per tutti.
Ha la coscienza pura chi fa della propria vita un dono gratuito, come Cristo che nello Spirito Santo offrì il suo sangue, cioè la sua vita. Al diacono è chiesto di assumere le disposizioni di amore oblativo di Cristo, così custodirà il mistero della fede, cioè l’attuazione in sé, e per gli altri, del piano di Dio. Il diacono che vive così, e perciò esercita bene la sua diaconia, otterrà “un grado degno di onore ed un grande coraggio nella fede in Cristo Gesù”. È interessante che nel testo greco si dice che il buon diacono raggiunge la “bella soglia”; sembra quasi che sia così salito sul gradino che dava accesso al tempio, lì dove stavano i leviti per ricevere le offerte del popolo e presentarle al Signore (2Re 12,10). Egli entra così nel mistero profondo del servizio di Cristo. Tradurre parresìa con coraggio, sebbene esatto, può essere riduttivo, specie alla luce di Eb 4,16, dove parresìa indica la “piena fiducia”, cioè la libertà confidente del credente di entrare presso il trono di grazia di Dio in virtù della redenzione di Cristo, in virtù della pìstis (fede/fedeltà/affidabilità) di Cristo sacerdote compassionevole. Al diacono, giunto con la coscienza pura alla soglia della casa di Dio (cf Sal 15; 24; 84,11), è promesso di entrare profondamente nella stessa fedeltà di Gesù Cristo, quella fedeltà/affidabilità per cui egli diede la sua vita in servizio di amore. Al v. 11 queste indicazioni sono estese alle donne. L’indicazione prescritta all’inizio di essere sinceri, non falsi, cioè di due parole (dilògos) ora è specificata con il non essere causa di divisioni (diabòlos) con quella particolare forma di menzogna che è la maldicenza. Non appare differenza tra ciò che è chiesto agli uomini e alle donne, anzi si specifica “allo stesso modo”, ma le nuove indicazioni approfondiscono per tutti quelle già date. Perciò appare molto improbabile che qui l’Autore si rivolga alle mogli dei diaconi; questa interpretazione sembra più preoccupata dallo stato successivo delle cose, quando il diaconato fu conferito solo ad uomini, che del vero senso del brano. Altri testi della Chiesa antica, sia neotestamentari che nei primi Padri, attestano la presenza di donne diacono. Controversa è la definizione del loro ruolo effettivo, se cioè esercitassero lo stesso ministero degli uomini, o svolgessero un ruolo più liturgico, come accompagnare le donne nel battesimo per immersione e compissero su di esse le unzioni previste dal rito, che poteva sembrare sconveniente venissero effettuate dalla mano del vescovo. Stando così la questione sarà più l’approfondimento teologico ed il discernimento del Magistero, che la ricerca storica e filologica, a dire se il ministero diaconale, così come oggi lo si comprende, potrà un giorno essere conferito anche alle donne.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) La coscienza purificata dal Sangue di Cristo custodisce il mistero della fede nel servizio: come sperimentare la purificazione operata misticamente dal Sangue di Cristo? Da quali scorie la coscienza è purificata dal Sangue versato per orientarsi alla piena carità? Cosa significa per me “custodire il mistero della fede”?

2) Come le virtù richieste al diacono in 1Tm 3, 8-13 sono consegnate a chiunque svolge un servizio nella Chiesa?

3) Alla luce anche dell’insegnamento del beato Giacomo Alberione, quale diaconia può già esercitare la donna “associata allo zelo sacerdotale”? Nella chiamata a servire la nascita e l’esercizio delle vocazioni, come collaborare perché si manifesti la vera chiamata al diaconato come ministero permanente nella Chiesa?

Don Marco Renda


 

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