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SECONDA LETTERA A TIMÒTEO
(1)

 

2Tm 1-2: fedeli alla fedeltà

La Seconda Lettera a Timòteo può essere letta come il testamento spirituale di Paolo che sente ormai vicina la morte (cfr. 4,6) e vuole lasciare al discepolo Timòteo indicazioni per il futuro, un futuro che riguarda tuttavia non tanto la vita personale di Timòteo, ma la comunità cristiana sotto la guida dei suoi autentici responsabili, di cui Timòteo è paradigma. Molto si è discusso sull’autenticità paolina di queste lettere cosiddette “pastorali” (1 e 2Tm, Tt), ma noi non entriamo in questa questione esegetica davvero insolubile; sia che scriva Paolo diventato anziano, e che perciò ha uno sguardo nuovo, più pacato, sulle cose, o che un pio discepolo dell’apostolo abbia raccolto il senso del messaggio in questi scritti che la devozione ed il legame spirituale pone sotto il nome del grande maestro, ci pare di potervi cogliere una indicazione preziosa, certamente ispirata dallo Spirito, sulla vita della Chiesa che continua attraverso i tempi.
Un ruolo importante in questa lettera, come nelle altre “pastorali”, ha l’idea della tradizione; una visione positiva di tradizione come un tramandarsi, attraverso tempi e generazioni, dell’unica autentica fede. Una particolarissima sfumatura di ciò cogliamo subito all’inizio della Lettera, dove Paolo rende grazie a Dio per la fede di Timòteo che gli è stata trasmessa dalla madre e dalla nonna. Nei vv. 3-5 il ricordo orante si vela di nostalgia legata all’affetto personale, e questa relazione di amicizia umana e spirituale appare in un contesto di relazioni familiari intessute dalla comune fedeltà al Signore. Può sorprendere che Paolo si senta con-servitore di Dio insieme ai suoi antenati; chi ha in mente il Paolo focoso e polemico di Galati e Romani, tutto proteso a fare emergere la novità cristiana rispetto all’esperienza religiosa ebraica, veramente è portato a pensare che l’Apostolo non avrebbe mai potuto scrivere queste righe, in cui invece si sottolinea la continuità della fede di Israele e dei cristiani. Ma se si guarda con maggiore attenzione teologica ci si accorge che anche

 

in Galati e Romani Paolo si sente erede di tutta la tradizione autentica di Israele iniziata nell’obbedienza di Abramo; passato ora il momento della polemica Paolo può assaporare il sentirsi giunto alla mèta, adorando nel cuore e riconoscendo nella fede quel Messia che i suoi antenati attesero con ferma fiducia nel Dio che prima ha promesso ed ora ha inviato l’Atteso portatore della “promessa della vita” (v. 1,1) nel quale vengono “grazia, misericordia e pace” (v. 1,2) da parte di Dio. Di questa storia di salvezza è esempio vivo la storia familiare di Timòteo: la madre e la nonna gli hanno trasmesso una fede ebraica divenuta cristiana, lo hanno accompagnato a cogliere il compimento delle promesse del Dio fedele a coloro che fedelmente lo ascoltano e lo servono. La fedeltà a Dio che si rivela nella storia diventa il criterio per mantenere salda l’appartenenza a lui. C’è ancora una attesa da vivere, quella della epifania del Signore, e questo tempo è caratterizzato da prove, oscurità che chiedono di far risplendere con più forza la luce del Vangelo. In questo tempo bisogna ricordarsi di ravvivare il dono che è venuto per l’imposizione delle mani. È difficile dire se il riferimento sia immediatamente al ministero pastorale di guida della comunità, conferito con l’imposizione delle mani o alla effusione dello Spirito Santo concesso ad ogni cristiano legato al Battesimo. In ogni caso ci viene ricordata che l’esperienza carismatica di Dio per il cristiano è legata alla trasmissione ecclesiale.
Dio opera in potenza nella vita dei suoi fedeli, ma tramite la mediazione della Chiesa e nella trasmissione del dono originario. Si rinnova così sempre “l’epifania del salvatore nostro Gesù Cristo” nel quale ci è data la grazia pensata per noi fin dall’eternità ed ora realizzata come chiamata alla santità (cfr. vv. 1,9-10). Il concetto di epifania era molto presente nella cultura ellenistica; esso indicava la visita del re che libera la città da lui visitata da gravami ed oppressori, o l’apparizione di un dio che porta guarigione e salvezza miracolosa. Per i cristiani la vera epifania è l’incarnazione del Figlio di Dio, che visita questo mondo oppresso e con la sua passione e resurrezione lo libera e lo risana. Tuttavia questa esperienza è donata ancora nella speranza; essa infatti si compirà nel giorno del Signore, il giorno escatologico (cfr v. 1,12), mentre nel presente è velata dalle prove subite a causa del Vangelo. Il tempo della prova e della persecuzione è esso pure un tempo di grazia, in cui la predicazione apostolica rende attuale l’epifania di salvezza del Signore per quanti credono e si manifesta la potenza e la forza di Dio nella fedeltà dei perseguitati.
In mezzo alle prove si conserva integro il deposito della fede, così che la fedeltà acquista un connotato dottrinale ma anche esistenziale, anzi l’uno è garanzia dell’altro, cioè la vera fede, custodita così come la si è ricevuta, custodisce il fedele dall’errore e dal perdere la via retta nell’agire morale, conforme agli insegnamenti ricevuti, gli unici autentici e perciò salvifici, perché corrispondono all’esperienza originaria della grazia di Cristo (cfr. vv. 13-14). I ricordi personali dei vv. 15-18, oltre a voler dare allo scritto un carattere di immediatezza e di intimità di confessione personale, esemplificano quanto detto in precedenza: offrono infatti un esempio negativo ed uno positivo riguardo alla perseveranza nella comunione ecclesiale, comunione nella dottrina, nella testimonianza e nella carità fraterna. In questo contesto Timòteo è esortato con forza a conservare e trasmettere la fedeltà al Vangelo nella sua integrità. Gli viene ricordato che quest’opera importante, proprio in quanto tale, comporta sacrifici, come ben sanno i soldati, gli atleti ed i contadini (cfr. vv. 2,3-7). Questi tre esempi, non estranei agli argomenti usati dagli stoici in favore dell’impegno personale per conseguire risultati esistenziali degni di lode, richiamano all’idea della persecuzione che può coprire di ferite come una gloriosa battaglia sostenuta da un soldato coraggioso che non fugge la prima linea; all’impegno ascetico che combatte le tentazioni interiori come l’atleta che con temperanza ed esercizio costante tempra il proprio corpo per la vittoria; all’attesa fiduciosa in un tempo in cui appare solo un terreno spoglio sotto cui solo l’esperto contadino sa che sta germogliando un seme ricco.
Ma il comune sostrato con la filosofia e l’etica del tempo è vorticosamente superato con la menzione del frammento dell’inno cantato in 2,8-13, dove la motivazione della perseveranza cristiana sta tutta nella comunione con la sorte del Signore Gesù, e la speranza si fonda sulla sua fedeltà, capace di vincere anche l’infedeltà dei fedeli. Questo inno liturgico pare il grido di battaglia della comunità nella prova, che si affida totalmente al suo Signore; l’esperienza liturgica di Dio diviene professione di fede e sostanza di grazia che determina l’agire del credente nei travagli della storia. Dopo l’elevazione del canto liturgico, ritorna l’esortazione contro i pericoli dell’eresia. L’infedeltà dottrinale si rivela infedeltà esistenziale. Chi non persevera nel credere ed insegnare la parola di verità ricevuta cade nell’orgoglio e nella superbia, di cui sono segno le chiacchiere vane. La chiacchiera infatti è l’opposto dell’ascolto. L’ascolto crea relazione verso chi parla, e tra coloro che ascoltano insieme l’unica parola. La chiacchiera invece contrappone “io” arroganti ed autoreferenziali e diventa l’esperienza babelica che porta alla dispersione verso il basso di coloro che volevano costruire una via verso l’alto, senza riceverla dall’alto. Chi mantiene la vera fede rimane al servizio di Dio, è utile all’opera di Dio come un vaso nobile capace di essere riempito di grazia abbondante dall’alto (cfr. 2,20-21).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Quali relazioni familiari e personali mi hanno trasmesso la fede? Come le mie relazioni familiari e personali diventano veicolo di trasmissione di fede?

2) Come il credente nella prova vive l’esperienza del soldato, dell’atleta e del contadino proposti come esempi della perseveranza cristiana?

3) Nel contesto ecclesiale, noto chiacchiere che allontanano dall’ascolto? Come combatterle?

Don Marco Renda

 

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