Home | Chi siamo | Cosa facciamo | Perché siamo nate | Spiritualità | La nostra storia | Libreria | Fondatore | Famiglia Paolina | Preghiere | Archivio | Links | Scrivici | Area Riservata | Webmail | Mappa del sito

 

NATIVITÀ
(Giovanni da Milano)

 

In ricordo di mia madre Giovanna che molto amava questa Natività.

Johannes Jacobi de Commo è originario del territorio comasco; per la sua formazione lombarda, alla quale unì poi la vicinanza ai pittori di scuola giottesca operanti a Milano, è noto come Giovanni da Milano. È grazie al critico Toesca che la personalità del pittore Giovanni viene inquadrata nella giusta ottica “lombarda”, la cui pittura si arricchisce di corposità ed elementi nuovi per i contatti con quegli artisti, per sensibilità e arte, vicini all’ultima opera di Giotto e dal quale originarono una originale cifra stilistica attenta al colore impreziosito da tonalità più vivide. In un primo periodo traducendo gli elementi della cultura lombarda – ad esempio la veridicità di un disegno “fotografico” nel dipingere gli animali, ove la naturalezza si unisce alla grazia del fine tratteggio dei volti e della linea ondulata delle pieghe dei manti – e confrontandosi con influenze artistiche provenienti da Avignone – dove operò il pittore senese Simone Martini al termine della sua vita – e con il gusto delle miniature francesi, Giovanni stempera l’asprezza del segno, qualità tipica

dell’area nordica dove certe esasperazioni del sentimento forzano il dolore nei personaggi (come nelle Storie della Passione di Cristo o nelle più semplificate Pietà con le uniche figure di Maria SS.ma che regge il Figlio Gesù morto). Quando nel 1345 i documenti lo ricordano presente a Firenze, Giovanni è già dotato di autonoma espressività tale da non confondersi con i pittori fiorentini, anzi, diviene lui “esempio” per altri pittori. Questo caratterizza l’arte di Giovanni: la narrazione limpida del quotidiano; il pittore focalizza l’attenzione degli sguardi su particolari momenti della vita dei personaggi dove l’apparente banalità si riveste di luce e poesia. Gli elementi di una tavola imbandita o il servo che porta un vassoio con cacciagione o di una scena domestica si colorano di verità tanto ne è minuziosa la resa visiva. Mentre i colori hanno la tonalità preziosa delle miniature. Il primo polittico firmato opera di Giovanni è conservato nel Museo di Palazzo Pretorio a Prato, a lui commissionato dal rettore della chiesa dello Spedale, tale frate Francesco, nel 1354: da questa opera prendiamo la scena per la nostra contemplazione, la “Natività” nella predella con Scene della Vita di Cristo.
In questo polittico è più visibile il connubio con la pittura di artisti fiorentini, in particolare la figura della Madonna in trono, nella posizione assunta entro lo spazio del trono e nella grafia ondulata del manto. La prima predella è formata da una serie di piccole scene che illustrano episodi tratti dalla vita dei santi. Nella seconda predella con la narrazione dell’Infanzia e della Passione di Cristo, i colori si mantengono brillanti nella purezza dell’oro, l’intensità del blu copre delicatamente la Vergine puerpera, mentre si stempera con la luce il giallo del manto di un assopito S.Giuseppe, il rosso delle vesti rimane intenso e vivissimo. Il pittore tratta con cura i particolari rendendo “sostanziose” le figurette miniaturistiche con una pennellata fine e studiata insieme a tocchi luminosi di bianco: costruisce con fasciature sottilissime il corpicino del neonato, scivolando nelle increspature della coperta le segna con fili di luce, luce bianca che colpisce il ginocchio rialzato di Maria SS.ma, come le pieghe della veste della giovane inginocchiata inarcandosi nella gamba destra sollevata ed evidenziandone anche la spalla.
Luce che si rende presente dall’alto sulle tre figure adulte, includendo il S. Giuseppe illuminato in pieno davanti, per investire significativamente il Bambino che è il personaggio principale, e quest’ultimo getta una piccola ombra nel viso della giovane coprendola un po’ con la propria aureola (i segni in rosso apposti a mo’ di croce sull’aureola indicano la “Divinità”). L’impostazione della struttura architettonica, estremamente semplificata, dà alle figure che la popolano una collocazione certa nel bagliore dorato del fondo. Staccandola dalle retrostanti montagne sfaccettate dalla luce e digradanti, la costruzione si alza su pareti verde-acqua in cui il disegno definisce lo spigolo dove si intersecano, il tetto è un tentativo di prospettiva e le travi oblique danno un’idea di profondità, lo spazio sul fondo fa posto al bue e all’asinello tranquillamente intenti a nutrirsi con quanto trovano nella “loro” mangiatoia. Pure ben stabile entro l’ambientazione montana è il santo sposo della Vergine Maria: l’abbraccio del manto che avvolge la figura ne definisce la corporeità; il S. Giuseppe è ammirevole per la cura della barba e dei lineamenti del viso, con gli occhi chiusi e con la testa appoggiata alla mano destra nell’atteggiamento di riposo, ma sempre vigile (si veda come tiene il bastone con la sinistra), senza abbandono.
Incanta la scena dal tono familiare costituita dalla Vergine Madre che incontra una giovane anch’essa con una aureola dorata sulla testa, simbolo di santità: c’è un’intimità dal sapore quasi fiabesco, ma al contempo così reale nel vedere Maria SS.ma adagiata su di un “letto” improvvisato sostenuta da un cuscino, la coperta turchina che l’avvolge lascia trasparire il ginocchio sollevato, la naturalezza delle braccia appoggiate l’una a sostenere il peso nella torsione del busto e l’altra rilasciata sopra il corpo veramente intuibile da come viene appoggiata la mano sinistra, mentre sta cercando un dialogo con l’altra donna. Affascina il momento dell’incontro: la pittura diventa lirismo, il bel volto di Maria reso con espressività e delicatezza, incorniciato dai capelli biondi, il capo coperto dal bianco velo finemente increspato, tanto intenso che ci sembra di percepire le parole sussurrate, anche solo per il trasporto dello sguardo verso la fanciulla che stringe teneramente il piccolo Gesù.
La vivacità del naturalismo lombardo premia l’umile comparsa di un pastore: è contornato da caprette e da bianche pecorelle realistiche nelle particolarità dei velli (pare trasparirne la morbidezza) e in tutta la descrizione del disegno, perfino nella degustazione delle erbette; l’uomo cattura lo sguardo per la modestia dimostrata, nel sommesso incedere del passo, in quella parvenza di calarsi il cappello, abbozzando un gentile omaggio alla Vergine Maria. L’ignota fanciulla stringe l’eredità più preziosa: il Figlio – vero fantolino – di una madre che, con atto consapevole, nel reale colloquio di sguardi e parole, l’ha consegnato all’Umanità. Possiamo riconoscerci in quella figura femminile dalla veste rossa, semplice e composta, pronta ad accogliere il Verbo, al contempo ascoltando “le istruzioni” da Maria SS.ma, infatti non siamo infallibili, né possiamo dire “fa tutto Maria, basta chiamare Lei ed il gioco è fatto!” perché siamo in cammino nella via scelta per noi, che non è quella di Maria, ma la nostra particolare, come personale la ebbero gli apostoli; invece come Lei e con il suo aiuto – invocando sempre lo Spirito Santo senza il quale non sappiamo cosa fare – dire: “Gesù a Te do le mie preoccupazioni perché hai cura di me” [cfr. 1Pt 5,7]; non mi scoraggio perché “non c’è più nessuna condanna per coloro che sono in Cristo Gesù” [Rm 8,1]; cominciando a pregare come prega Gesù e a “vedere” come “vede” Gesù.

Federica M.

BIBLIOGRAFIA: L. Castelfranchi-Vegas, Giovanni da Milano - I Maestri del Colore, Edizioni Fabbri, Milano

 

torna su