| farti entrare nel luogo che ti ho preparato”; Es 23,20). Il profeta Malachia riprende questo testo per annunciare ai suoi contemporanei l’invio di un “messaggero” (il termine greco ànghelos, che viene usato qui e nel testo dell’Esodo, si può tradurre sia “angelo” sia “messaggero”) che preparerà la via davanti al Signore che entra nel suo Tempio (“Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me”; Ml 3,1). Malachia identifica questo messaggero con il profeta Elia (“Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno terribile e grande del Signore”; Ml 3,23). Come la venuta di Dio nel suo Tempio viene preparata nel testo del profeta Malachia da un messaggero, così la venuta di Gesù viene preparata – come Marco dirà subito dopo – da Giovanni Battista (“vi fu Giovanni che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”; v. 4). Che poi Marco contenga un’allusione al profeta Elia nel presentare la figura del Battista, appare dalla descrizione che egli fa del vestito, dell’alimentazione e dello stile di vita del Battista stesso (“Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi e mangiava cavallette e miele selvatico”; v. 6). In 2Re 1,8 Elia è appunto descritto come “un uomo coperto di peli e una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi”.
Anche Matteo e Luca concordano nell’accogliere la tradizione che faceva di Giovanni l’Elia “redivivo”: “è lui quell’Elia che deve venire”, leggiamo in Mt 9,14, mentre in Lc 1,17 si dice di Giovanni che “camminerà innanzi a lui [al Signore] con lo spirito e la potenza di Elia” per “preparare al Signore un popolo ben disposto”. L’ultimo dei tre testi che insieme formano la citazione biblica con cui Marco apre il suo racconto su Gesù appartiene alla raccolta della predicazione del profeta Isaia: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Is 40,3). Marco cita però questo testo dalla Bibbia greca (chiamata “Settanta”, secondo il numero tradizionale dei traduttori greci, e risalente al III/II secolo a.C.). Il testo della Bibbia ebraica, infatti, presenta alcune differenze: «Una voce grida: “Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio”». Il contesto originario delle parole del profeta è quello del ritorno degli ebrei dall’esilio in Babilonia (che si protrasse dal 587 al 538 a.C.). Gli esuli vengono esortati a preparare la via al Signore che li guida, come in un secondo esodo (il primo era stato quello dall’Egitto) nel loro ritorno in Gerusalemme.
Il contesto in cui Marco colloca queste parole (la preparazione all’incontro con il Messia che viene) contribuisce a dare ad esse un significato morale: la “strada” o “via” diventa l’immagine della vita e della condotta dell’uomo, chiamato alla conversione dalla predicazione e dall’esempio del Battista. Preparata dal richiamo alla “voce” e al “deserto” (“Voce di uno che grida nel deserto”) la predicazione di Giovanni viene presentata, pur con sfumature diverse, sia dall’evangelista Marco sia dagli altri tre evangelisti (Mt 3,1-12; Lc 3,1-18; Gv 1,6-8.15.19-34). Giovanni è conosciuto dai suoi contemporanei come “il” battezzatore o “il” Battista (così lascia intendere l’espressione greca o baptìzon, usata da Marco in 1,4) e con questo titolo egli viene accolto concordemente da tutta la tradizione evangelica (anche lo storico ebreo-romano Giuseppe Flavio lo indica nei suoi scritti come “il Battista”).
La sua attività di predicatore è collocata nel “deserto” della Giudea, che geograficamente corrisponde al territorio arido che dalla città di Gerico si estende fino al Mar Morto, nel punto in cui vi sfocia il fiume Giordano, dove con più facilità Giovanni poteva “battezzare” (in greco il verbo baptìzo [o bapto] indica “essere immersi nell’acqua”). Ma il deserto assume diversi altri significati, che concorrono a comprendere meglio la scelta di questo luogo da parte di Giovanni. Il deserto è nella Bibbia, oltre al luogo della tentazione e della prova, del castigo e della maledizione, anche il luogo in cui si rivela l’amore di Dio per il suo popolo e il luogo in cui Israele si incontra con il suo Dio convertendosi da tutte le sue infedeltà (in modo particolare nel libro del profeta Osea [2,16-17]; cfr. anche Ger 2,1-37). È quindi il luogo privilegiato per la predicazione di Giovanni e per il suo forte richiamo ai contemporanei perché si convertano e tornino al loro Signore. Nel deserto inoltre la tradizione religiosa di Israele collocava la rivelazione e l’apparizione del Messia: per questo Giovanni è presentato anche come il precursore, cioè come colui che con la sua predicazione e la sua esemplarità di vita prepara la via al Messia Gesù, che sta per rivelarsi al mondo.
Per indicare la predicazione di Giovanni, Marco usa lo stesso verbo che userà per indicare la predicazione di Gesù: è il verbo greco kerysso (“proclamare”, “annunciare”), che dopo la Pentecoste caratterizzerà anche la prima predicazione degli apostoli (chiamata “primo annuncio”, in greco kèrygma, termine derivato da kerysso), come leggiamo nel libro degli Atti degli apostoli. Questo verbo indica l’annuncio di ciò che è essenziale, fondamentale per la salvezza dell’uomo: la conversione e il perdono dei peccati (“Giovanni proclamava [kerysso] un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”). Questo annuncio anticipa e prepara lo stesso annuncio di Gesù: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Lo stile di vita sobrio e austero del Battista si rivela come la prima testimonianza a questa sua predicazione, che è in tutto simile a quella dei profeti biblici (nella tradizione evangelica, del resto, il Battista appare come l’ultimo dei profeti giunto ormai alle soglie dell’epoca messianica).
È uno stile di vita che, come già abbiamo notato, abbraccia il cibo (“mangiava cavallette e miele selvatico”, alimentazione tipica dei beduini del deserto), il vestito (i “peli di cammello” e la “cintura ai fianchi” rievocano il cilicio, che, indossato all’esterno, simboleggiava la penitenza interiore) e le relazioni con il prossimo e con Dio, di cui Giovanni testimonia con forza il primato, in mezzo a un popolo che da Dio si è allontanato e che a lui deve ritornare. In questo si può notare una profonda somiglianza con Elia, il profeta che proclama il primato di Dio, in mezzo a un popolo che ha tradito Jhwh (il Dio di Israele) e si è dato al culto degli idoli e di Baal (“il padrone”, il dio adorato dai popoli confinanti con Israele). Con il suo stesso nome egli proclama già l’assoluto di Dio: Elia infatti significa “il mio Dio è [solamente] Jhwh”. La predicazione di Giovanni è riportata da Marco in modo essenziale, a differenza di Matteo e Luca, che ne trasmettono il contenuto in una forma più estesa (cfr. Mt 3,7,12; Lc 3,7-18). Ma quella dell’essenzialità è una nota caratteristica del vangelo secondo Marco. Il successo di questa predicazione è notevole, ma l’evangelista Marco non esita ad enfatizzarlo, annotando che “accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme”.
I suoi contemporanei comprendono che il suo battesimo non si identifica con gli abituali riti di purificazione che essi praticavano personalmente ogni giorno (come dirà Marco in 7,3: “i farisei e tutti i Giudei non mangiano se prima non si sono lavati accuratamente le mani”). Il battesimo di Giovanni veniva invece amministrato da lui una sola e unica volta. Questa unicità ne faceva intravedere la necessità per la preparazione alla venuta del Messia e faceva sentire l’urgenza di aprirsi alla conversione e alla purificazione del cuore, ciò che non potevano compiere le abluzioni ripetute quotidianamente dai Giudei. Anche i profeti predicavano che la conversione e la purificazione del cuore erano frutto di un’acqua pura (o “battesimo”) che solo Jhwh poteva far sgorgare e donare (“Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo”; (Ez 36,25-26; cfr. anche Zc 13,1). Il battesimo di acqua di Giovanni era quindi preparazione al battesimo definitivo operato dal Messia con l’immersione nella sua morte (che Gesù chiama proprio “battesimo”; cfr. Mc 10,38: “Potete… essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?”). È un battesimo questo che agisce profondamente nello spirito e trasforma l’essere stesso dell’uomo (“Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo”). Vi è già qui una lettura cristiana del battesimo da parte dell’evangelista e della sua comunità di catecumeni che ad esso si sta preparando. Davanti a questa azione profonda ed efficace del battesimo del Messia, Giovanni avverte tutta la propria insufficienza: anche se la sua predicazione è forte, quella del Messia sarà “più forte” (“Viene dopo di me colui che è più forte di me”). Di fronte poi alla persona del Messia/Cristo Giovanni confessa inferiorità e indegnità, al punto di non sentirsi degno neppure di “chinarmi per slegare i legacci dei suoi sandali”, un compito, questo, da schiavo che, però, Giovanni ritiene troppo alto per la sua umile persona.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Sull’esempio del Battista, con la corrispondenza alla mia vocazione sento di dover preparare anch’io la via al Signore a quanti, nel mio ambiente di vita o di lavoro, sono lontani, indifferenti, non praticanti, stanchi, sfiduciati, ma nel loro profondo bisognosi di salvezza?
2) La Parola di Dio annunciata dal Battista “nel deserto” trova nel mio cuore e nella mia vita un “deserto” costellato di aridità, infedeltà, negligenze, oppure “un luogo” dove Dio è amato e dove ascolto con amore la sua Parola e il suo richiamo a una continua conversione? Questo ci raccomanda anche il nostro Fondatore (“Siate in continua conversione”).
3) Com’è il mio stile di vita (linguaggio, atteggiamenti, abbigliamento, alimentazione, modo di rapportarmi con gli altri ecc.), confrontato con quello del Battista?
Don Primo Gironi, ssp |