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PRIMA LETTERA A TIMÒTEO
(7)

 

1Tm 5,1-6,6: una “regola pastorale”

Il capitolo 5 della Prima Lettera a Timoteo si potrebbe definire un breve manuale pastorale rivolto a chi ha il compito di guidare una comunità. I primi versetti danno il criterio su come formulare i rimproveri; appare da ciò che è inerente a chi ha responsabilità per altri, il ruolo di sentinella, che non può restare muta davanti a comportamenti errati. La Chiesa è presentata ancora come la casa di Dio, come era già detto espressamente in 3,15, in cui la guida è come il padre di famiglia, l’uomo adulto e maturo, che si prende carico di anziani e giovani. Le immagini familiari servono ancora a descrivere le relazioni tra i membri della comunità, ed in particolare a dire con quale spirito colui che presiede deve rapportarsi agli altri membri. Tutte le relazioni sembrano improntate alla pietas familiare, quel sentimento di affettuoso rispetto e di premura amorevole che anche la società pagana di quel tempo esaltava come valore da perseguire, e che vedeva realizzato nell’immagine del pius Aeneas che scampa dall’incendio della sua patria Troia conducendo in salvo l’anziano padre caricato sulle spalle ed il figlioletto condotto amorosamente per mano. Il rimprovero poi deve essere rivolto in tutta purezza, specie con riguardo alle giovani sorelle; ciò lascia intendere che non vi deve essere nessuna animosità. Può rimproverare paternamente, con senso pastorale, solo chi non ha interesse personale nel richiamare: non si sente sminuito dall’atteggiamento errato, non prova invidia o desiderio nascosto per ciò che è biasimato. La libertà del cuore e la ricerca del vero e del bene è l’unico motivo che rende evangelico e pastorale l’ammonimento rivolto da chi è posto come guida della comunità. Nei vv.3-16 si danno indicazioni dettagliate sulle vedove presenti nella comunità. La Bibbia presenta la condizione vedovile come paradigmatica della povertà e del bisogno. In una società come quella antica la mancanza di un uomo adulto nella casa, che provvedesse con il lavoro al sostentamento quotidiano e fosse il punto di riferimento per i rapporti pubblici, significava essere esposti a condizioni di assoluta precarietà. Per questo tutta la Scrittura raccomanda come molto gradita a Dio l’assistenza alle vedove.



È interessante notare come l’Apostolo prescriva un esercizio oculato della carità, guardando a “chi è veramente vedova”, cioè valutando con serietà e serenità bisogni e risorse. La vera carità innanzi tutto responsabilizza: chiede alla comunità di verificare dove c’è veramente bisogno ed ai singoli membri di interrogarsi su come personalmente possono rispondere ai bisogni del prossimo più prossimo, i familiari ed i vicini. Queste indicazioni sapienti dovrebbero essere meditate da chi vorrebbe un esercizio indiscriminato della carità, senza preoccuparsi dei reali destinatari. L’assistenza senza discernimento nega la carità della verità a chi la riceve e a chi la dona, appaga il sé di chi si sente munifico e benefattore e non crea una società davvero fraterna. Bisogna fare bene il bene, sembra dirci l’Apostolo, ed il bene è chiesto all’uomo dalla sua stessa condizione umana; assistere i genitori anziani, ad esempio, è un dovere umano che non può essere eluso; non può essere cristiano chi non vive pienamente la sua umanità.
Si discute molto se nelle indicazioni riguardanti le vedove si possa intravedere un regolamento per un ordo viduum “ante litteram”. È vero che la Chiesa antica conoscerà un ordine delle vedove, come un ordine delle vergini; cioè delle vedove consacrate a Dio nel loro stato, che santificavano la loro solitudine e libertà da impegni familiari mettendosi a servizio del prossimo, specie dei più poveri. Forse ai tempi del Nuovo Testamento è prematuro pensare ad una simile forma di vita consacrata, ma le indicazioni della Lettera sembrano orientare verso qualcosa di simile, specie quando si legge che la vedova “consacrata” incorre nel peccato cercando nuove nozze, mentre queste sono consentite a chi rimane vedova, anzi consigliate alle vedove giovani per una vita più dignitosa e feconda. L’ordine delle vedove scomparve poi nella Chiesa, sta ora rinascendo lentamente dopo il Concilio Vaticano II. Si passa poi a parlare dei presbiteri e si riconosce ad essi il diritto di essere sostenuti eco nomicamente dalla comunità. Compito proprio dei presbiteri appare la predicazione e l’insegnamento. Dovrebbero meditare queste parole rivelate chi pensa ai presbiteri più come ad operatori sociali e ne riconosce il merito non nel loro servizio proprio ma in altre, pur nobilissime e lodevolissime, mansioni.
Così come non ha paura chi scrive a Timoteo di chiedere degli “incentivi” economici a chi svolge un servizio maggiore: doppia ricompensa a chi si affatica di più! Per la nostra mentalità è ostico legare il fatto economico al ministero, tanto che cerchiamo sempre di far passare il più inosservato possibile questa dimensione necessaria. Ma questa Scrittura ed altre simili ci ammoniscono di rifuggire da vuoti spiritualismi, contrari alla logica dell’Incarnazione, per cui non ci sarebbe bisogno di nulla di materiale per vivere in questo mondo, dimenticando che anche Gesù era assistito dai beni e dai servizi delle pie donne durante il suo ministero (cfr. Lc 8,3). Inoltre questo sostentamento dei presbiteri è esercizio di comunione e testimonianza di gratitudine nella fede: non è forse vero che le obiezioni a ciò nascono in chi non si sente parte della famiglia ecclesiale e ritiene senza valore il dono dei Sacramenti e della predicazione della Parola? Nel suo realismo l’autore della Lettera sa che se ci sono presbiteri degni di doppia ricompensa, ce ne sono altri che sbagliano. Riguardo a questi, dà precise norme disciplinari, chiedendo che l’accusa verso di loro sia confermata da testimoni, e non si giudichi per sentito dire o su presunzione di colpevolezza, come spesso accade nelle nostre comunità, dove vige il sovvertimento della saggia norma giuridica diventata spesso in dubio contra reum! [nel dubbio si presume la colpevolezza].
Inoltre si sottolinea la responsabilità comunitaria, per cui tutti sono coinvolti nella vita del singolo, sia per trarne ammonizione, sia per sentirsi carico della sua conversione. Così non si considererà mai abbastanza l’esortazione a vagliare bene i candidati al presbiterato prima di imporre loro le mani; molti si sono fatti veramente complici dei peccati altrui imponendo le mani a chi non era in grado di portare la condizione presbiterale. Tanti scandali che hanno infangato il volto della Chiesa forse si sarebbero potuti evitare se si fosse stati obbedienti a questa esortazione apostolica. Timoteo è invitato a conservarsi puro, ma questa purezza sta nella fedeltà alla parola, non in un tronfio ascetismo di cui si vantano i maestri di errore combattuti dalla Lettera, e forse non del tutto scomparsi anche ai nostri giorni! L’invito all’uso moderato del vino, a prima vista del tutto fuori contesto, serve ad indicare di quale purezza si tratta, precisando così che la giusta cura di sé, della propria salute e del benessere psico-fisico non è estraneo, ma anzi necessario, all’uomo di Dio che con sereno equilibrio deve presiedere alla vita comunitaria. Le ultime raccomandazioni riguardano la cura pastorale degli schiavi, i quali sono esortati ad essere testimoni della santità di Cristo presso i padroni pagani e della carità di Cristo verso quelli cristiani. Si è più volte rimproverato a simili passi del Nuovo Testamento di non dire una parola di condanna dell’istituto della schiavitù. Tuttavia bisogna notare che qui avviene già una rivoluzione mentale. Mentre la cultura pagana ritiene lo schiavo solo uno strumento dotato di parola, per chi scrive la nostra Lettera egli è persona dotata di responsabilità morale ed investita di una missione. Forse non si davano ancora le condizioni per una rivoluzione sociale, ma certamente si mettevano le premesse per il riconoscimento della comune dignità umana che, per i credenti, diventava chiamata alla comune condizione di essere tutti familiari di Dio davanti a cui non c’é schiavo o libero, ma tutti sono uno solo in Cristo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Come vivere l’esortazione nella comunità, sia da parte di chi ammonisce, sia da parte di chi è ammonito?

2) Il discernimento nell’esercizio della carità: quali criteri per una solidarietà responsabile responsabilizzante?

3) Prendersi cura dei presbiteri nella Chiesa: come compiere oggi l’ufficio delle “pie donne” testimoniato dal vangelo?

Don Marco Renda

 

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