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SIATE FERVOROSE

 



In questa meditazione, tratta dal Volume Alle Pie Discepole del Divin Maestro del 1965 (pp. 174-181) e tenuta ad Ariccia, Don Alberione esorta le Superiore delle Pie Discepole a progredire costantemente e a vivere una vita fervorosa e sollecita verso il raggiungimento della perfezione, senza cedere a compromessi, stanchezze e tiepidezze di nessun genere.

[…] S. Paolo dice: spiritu ferventes. Siate fervorosi. Ecco l’argomento. E San Paolo, prima di quella parola lì, ne mette un’altra: sollicitudine non pigri (Rm 12,11), sì. “Sollecitudine”, e cioè, far le cose generosamente e prontamente e lietamente. “Non pigri”, non tardare nelle cose. E quando si fanno a metà forza le cose o nella preghiera o nelle altre cose? Sollicitudine, non pigri, e quindi, spiritu ferventes. Vivere in fervore, ecco, vivere in fervore. Sentire quello che ci dà la Sacra Scrittura. Gesù ha detto nella sua predicazione: “Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli”. La nostra vita ha da modellarsi sopra il Padre celeste: come egli è perfetto, che noi miriamo ad essere perfetti. Non ci arriveremo mai come Dio, ma con la tendenza, col desiderio, e allora il desiderio è già una specie di fervore, di volere. […] Che cosa è dunque la vita religiosa? È il lavoro di perfezionamento. Quindi il dovere fondamentale della vita religiosa è questo impegno di santificarsi usando dei tre voti: povertà, castità e obbedienza. Questi, perché se non vinciamo quel che è l’attaccamento alle cose, quello che è la soddisfazione della nostra parte inferiore, quello che è la volontà, ecco liberati da questo, noi possiamo volare, spiccare il volo verso il cielo, sì.
Quindi la sostanza della vita religiosa è l’impegno di arrivare ad una vita sempre più perfetta. Cominciata la vita dal momento della prima Professione e poi dal momento della Professione perpetua: l’impegno di progredire. Forse, qualche volta, si dimentica questo, ma è il dovere principale. […] La religiosa che non lavora alla perfezione, cioè alla santificazione, come si trova? Se proprio non si lavora a perfezionarsi: “Eh! sono arrivata alla Professione perpetua, basta così”; oppure in altro tempo, qualche difficoltà, e allora: “E così, cosa possono dirmi, che rimprovero possono farmi? E non sono io una suora – dice quella – una suora abbastanza buona?”. Bisogna progredire. Tendere alla santità [con] l’aiuto dei mezzi che sono i voti, e quindi il progresso.
Se una non lo fa questo lavoro di progresso? È un peccato mortale. Non l’ho voluto dire mai così espresso. Ma siccome molte di voi avete delle responsabilità riguardo ad altre suore che sono sotto la [vostra] dipendenza, e quindi, per la prima volta l’ho detto. E questo è in teologia, tanto il religioso, come la religiosa. Perché, siccome è il dovere fondamentale, siccome la vita religiosa è nel perfezionarsi, allora se uno non lavora per perfezionarsi, non corrisponde alla vocazione, anche se è vestita con l’abito religioso, se anche segue l’orario fissato e se c’è una vita comune e un apostolato.

Ma se noi c’impegniamo a progredire, allora la corrispondenza vera in che cosa? Maggior fede, maggiore amore a Dio, la fiducia in Dio, le virtù quotidiane, particolarmente l’obbedienza, la povertà, la castità, sì, ecco. Allora se c’è questo lavoro, questo impegno di progredire, ecco questo significa vivere in fervore. Perciò: spiritu ferventes (Rm 12, 11): lo spirito fervoroso; non quella tiepidezza, quella stanchezza, quel mai contente, quel trascinarsi così, specialmente quando son passati certi anni, un certo numero di anni, ecc. Dunque: spiritu ferventes. Sempre fervorosi. Ora, perché noi dobbiamo migliorare, progredire? Perché si è detto di seguire Gesù Cristo Maestro. […] Ora, questo fervore di spirito in che cosa consiste? Consiste nel far bene le cose, farle bene. Farle bene vuol dire con intenzione retta e poi farle benino; ecco, farle benino le cose e farle ordinate, cioè, offerte, indirizzate a Dio. Ci sia questo. Perciò, ecco, tutto quello che nella vita religiosa si fa bene, significa vivere di fervore; spiritu ferventes. Ora, far bene le cose cominciando dal mattino nello svegliarsi: “Signore, mi hai chiamato, eccomi pronto” (Cfr. 1Sam 3,5).
Allora si comincia ad offrire la giornata al Signore. E poi si fanno le cose che si devono fare... […] Tutto per il Signore, per l’aumento di grazia. E poi tutta la giornata. E ci sono gli apostolati da compiere nella giornata e quindi accettarli dal volere del Signore, e poi cercare di farlo bene e poi offrire al Signore. Anche la ricreazione, se fatta bene, anche se il prendere il cibo viene fatto religiosamente, se anche il riposo della notte si prende religiosamente, tutto è vita in fervore, e cioè, quando le cose si fanno per volontà di Dio, che vuole la ricreazione, e vuole che si prenda il cibo, e vuole che si dorma. E perché? Per mantenerci nel servizio di Dio e nell’apostolato. Queste intenzioni: è per volere di Dio. E tutte le ore della giornata, tutte le 24 ore della giornata, se sempre si passano, compresa la notte: è il volere di Dio, ecco. E fare quello che abbiamo da fare, tutto ordinato al Signore: mantenerci nel servizio di Dio e dargli gloria. E Gesù obbediva, Gesù dormiva anche; così la Madonna; così, perché è la volontà di Dio, quella; è la volontà di Dio. Ora, si pensa tante volte, che tutto il fervore sia nella preghiera. E quella ci deve essere e deve caricare – diciamo – la [giornata].
L’orologio o la sveglia si carica perché poi possa segnare le ore, sì. Quindi, in principio c’è la carica nella comunione, nella meditazione, nella Visita al SS. Sacramento, nella Messa. Ecco l’anima si carica, cioè, si eccita al fervore, il quale fervore dev’essere per passare bene tutto il resto. Molte persone si confondono, [credono] che c’è solamente del bene quando si prega, oppure si fa qualche apostolato. Tutte le 24 ore hanno uguale merito. […] E allora tutto è fervoroso. È fervorosa tutta la giornata quando tutto si accetta dal volere di Dio, tutto si compie secondo il volere di Dio, nel modo come vuole il Signore, e tutto sia ordinato e rivolto alla gloria di Dio; cioè, l’intenzione al Signore. Quindi proprio far rendere le 24 ore. Non pensare solo: ma [in] quelle ore di dormire non si fa niente, si dorme. Si fa la volontà di Dio. Oh, quanto a questo fervore, vuol dire anche impegnare le qualità che ognuno ha.
Se c’è più intelligenza, impegnare l’intelligenza a studiare quel che bisogna studiare, e progredire o nell’istruzione religiosa, o nell’istruzione che riguarda l’apostolato o nell’istruzione che riguarda l’ascetica. E poi tutto il complesso delle cose. Sapientia. Gesù progrediva (Lc 2,52), sì. Non fermarsi mai. E se un lavoro anche si fa da tanto tempo, si può migliorare sempre tutto, tutto si può migliorare, sia per aderire sempre meglio al volere di Dio, e sia per operare in ordine al volere di Dio; ma anche proprio far bene le cose. Gente che non progredisce mai, dalla Professione non han progredito un bel niente; qualche volta andranno un poco indietro nello spirito. Quindi la volontà di progredire, di progredire sempre. Oh, per questo noi sentiamo la responsabilità; e noi non seppelliamo i talenti di Dio. C’è quella parabola di Gesù che diede a uno cinque talenti, a un altro diede due talenti, e a un terzo diede un talento. E poi? E poi il Signore chiede conto (Cfr. Mt 21,14ss). Se uno ha talenti, capacità, renda per cinque talenti; e se ne ha due, doni di intelligenza, di salute e di altri doni, e si fa secondo i due talenti.
Ma se una ha anche poco talento, bisogna che faccia rendere il talento. Il talento sepolto ci accusa. Cioè quando noi abbiamo tanta grazia di illuminazione e di lucidità e di energia anche fisica, di salute; e quando c’è l’aiuto di Dio, e quando abbiamo tante occasioni di vedere i mezzi per cui si progredisce, e come accettare tutto quello che viene indicato, allora noi santifichiamo tutto. Si progredisce, si progredisce e si progredisce fino a questo punto: che noi ci sentiamo più uniti a Dio; è la sete di Dio, di arrivare al cielo al più presto. Togliere gli impedimenti per l’ingresso in paradiso, togliere. […] E fare bene, quindi, le pratiche di pietà le quali danno l’energia; perché se una persona non ha più energia, forza, non può lavorare. Ma quanto allo spirito, o ci sia salute o non ci sia salute, lo spirito di fervore c’è, sta nel sopportare, per esempio, i malanni, ecco. Quindi non dormicchiare mai; sappiamo che dobbiamo camminare, e ogni giorno un po’ camminare. E che cosa è quando si arriva a tanti anni di vita già, e poi confrontando quello che era al giorno della Professione: si è fatta molta strada nella perfezione? O non se n’è fatta? O si è venuti indietro? E allora, persone che, arrivate a una certa età, hanno solamente da chiedere e non hanno da dare. Bisogna dare, dare, dare, sia il contributo alla Congregazione, quello è spiritu ferventes, e poi, se anche non può fare nulla, anche se dovesse esser servita perché è inferma, incapace, se tutto si offre in unione a Dio e si fa volentieri la volontà del Signore perché in quel tempo c’è la malattia, ecc., lì c’è il fervore.
Perché è la volontà di Dio, si deve prendere bene, si deve sopportare bene e si offre al Signore per le benedizioni anche dell’Istituto. Allora, spiritu ferventes. Questa tiepidezza che alle volte c’è, quella incostanza nella vita religiosa, quel sentirsi mal contente, quel vedere nelle cose che vengono disposte, ecc. così, vederle male le cose, quello è un indietreggiamento. Non abbiamo da domandare il perché è stato stabilito questo, ci è data questa disposizione, questo ufficio, ecc. Pronte: è volontà di Dio, si ha da fare bene, anche se dovessimo solamente [spazzare]. E questo, se si fa bene, vuol dire spiritu ferventes. Se si fan le cose alla carlona? Spiritu ferventes tutti gli uffici, tutti gli impegni che son dati mettendoci il cuore, la volontà, l’intelligenza. Quando si applicano, quindi, tutte le grazie che ci sono in noi, e i doni che ci sono in noi, e i talenti che sono in noi, si spendono quei talenti che il Signore ci ha dato. Sì, sollicitudine, non pigri, ma spiritu ferventes. Vedere un poco se c’è questo fervore, perché quando c’è questo fervore, c’è sempre il progresso insieme. […] Come è stato scritto di S. Andrea: vecchio, condannato a morire sulla croce, quando lo conducevano là, nel luogo [dove] doveva essere crocifisso, appena vista la croce, si è rallegrato tutto, e diceva ai suoi piedi: “Camminate che siamo vicini al paradiso, presto, camminate”. Allora vediamo se siamo veramente progrediti dalla Professione ad oggi. […] È l’avviso di S. Paolo nella sua Lettera ai Romani. Avanti sempre, non stancarsi mai. Sia lodato Gesù Cristo.

Beato Giacomo Alberione

 

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