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LA LETTERA A TITO

 


Nella breve Lettera indirizzata a Tito ritroviamo molti temi già studiati leggendo le lettere a Timoteo. La nostra Lettera si apre con una introduzione solenne che ci fa subito intuire che, sebbene indirizzata ad una persona singola, essa ha un valore ecclesiale molto forte. Il contenuto della lettera non è tanto uno scambio di notizie tra amici, ma una precisa indicazione per la vita della Chiesa presente e futura. Tito dunque, al di là della sua identità personale, è il modello del responsabile di comunità; attraverso lui la parola autorevole dell’apostolo vuole giungere alla comunità tutta.
E che questa parola vuole essere autorevole e normativa ce lo dice il tono dell’introduzione. Paolo si presenta come “servo di Dio e apostolo di Gesù Cristo”, cioè mandato dal Signore Gesù con un incarico speciale che gli conferisce autorità. La definizione “servo di Dio” non sottolinea tanto l’umiltà dell’inviato, ma il suo potere. Il servo infatti è colui che porta con sé l’autorità del suo Signore, è il plenipotenziario del Re lontano, agisce su suo incarico e con la sua potestà. Nella presenza e nella parola dell’apostolo giunge a compimento il piano di salvezza di Dio. L’eterna promessa di salvezza, attuata al presente nell’opera di Gesù, è resa disponibile a tutti nella predicazione apostolica, che

se accolta introduce nell’esperienza effettiva della salvezza di Dio. Nella lettera a Tito Dio è contemplato in maniera particolare come “salvatore”. In un contesto di crisi e di ricerca esistenziale come quello del primo secolo, il mondo pagano era molto sensibile alla categoria di salvezza; ad un mondo che sente di essere smarrito ed in pericolo i cristiani propongono un vero Salvatore, colui a cui appartiene davvero questa qualifica, in polemica con l’attribuzione di questa definizione agli dei o all’imperatore, che non possono salvare nessuno. La lettera a Tito, come le lettere a Timoteo, sa usare il linguaggio della sua epoca, sa inserirsi bene nel dialogo comune della sapienza del tempo, ma dando nuovo e pieno significato ai termini usati anche dalla cultura pagana.
Così la presenza attuale ed attiva della salvezza di Dio è letta secondo la categoria della “epifania” (vv. 1,2; 2,11). Nel linguaggio ellenistico “epifania” era la visita dell’imperatore che salvava la città visitata da una sorte non buona, o l’apparizione di un dio che portava aiuto e guarigione. La vera salvezza, la profonda guarigione da ogni male, è l’opera di Gesù Cristo che l’apostolo e servo annuncia con forza. Questo motivo lo leggiamo specialmente nel brano di 2,11-15, brano che la liturgia ci fa leggere come seconda lettura della messa della notte di Natale. Si tratta del brano più originale dello scritto e che ha una certa autonomia nel contesto della lettera tanto che qualche esegeta ha pensato che si tratti di un frammento di una catechesi battesimale o di un’antica professione di fede. Potremmo dire che questa breve pericope ci presenta tre eventi epifanici, tre luoghi dove si manifesta ed agisce la salvezza di Dio. La prima “epifania” è la venuta storica del Figlio di Dio nel mondo, il quale nel mistero pasquale ci ha salvato da ogni male e pericolo (cfr. vv. 2,11.14), ma questa visita salvifica aspetta di compiersi pienamente nel ritorno glorioso del Signore; la terza epifania è quella che i cristiani aspettano per la fine dei tempi, quando la salvezza portata da Cristo si rivelerà senza ombre e pervaderà tutti gli ambiti dell’essere dei suoi fedeli.
Questa sarà la gloria, finalmente contemplata, di Cristo che in questo contesto è chiamato esplicitamente “il nostro grande Dio” (v. 2,13), cosa rara nell’ambito del Nuovo Testamento. Tra queste due “epifanie” se ne colloca una intermedia: la salvezza di Dio in Cristo si manifesta e si compie nella vita santa dei cristiani. L’opera salvifica di Cristo ha infatti insegnato ai credenti a vivere in questo mondo, ma con caratteristiche proprie, caratteristiche che dicono come essi appartengano già al regno di Dio; come dice Clemente di Alessandria: “Il Verbo, avendoci offerto il vivere con il crearci, è apparso come Maestro e ci ha insegnato a vivere bene, per poterci procurare, in quanto Dio, il vivere eternamente”.
I cristiani sono stati liberati da Cristo come da una schiavitù d’Egitto, e la loro libertà la vivono “rinnegando l’empietà ed i desideri mondani” e camminando con “sobrietà, giustizia e pietà”. Queste tre virtù potrebbero benissimo essere raccomandate da qualsiasi sapiente ellenistico, sono riconosciute come realtà positive nell’ambiente a cui si indirizza la lettera a Tito, e regolano la compostezza e la moderazione nella vita privata degli affetti e delle passioni, i rapporti con gli altri senza prevaricazioni e nel rispetto di tutti e delle leggi e il buon senso religioso per cui si ha il dovuto timore del divino. Ma il linguaggio ellenistico viene sublimato, sotto la penna di chi scrive, dalla consapevolezza che tutto ciò è espressione della figliolanza divina donata dal riversarsi della grazia. È infatti la grazia di Dio nella sua epifania in Cristo che educa e forma all’essere figli (cfr. 2,11s.). La grazia indica la condiscendenza di Dio. Egli come Re ricco di misericordia si china sul supplice e lo innalza, colmandolo di favori che ne cambiano la sorte e lo aprono alla gioia.
La grazia (charis) è ciò che fa gioire (chairein), per cui può davvero rallegrarsi chi è pieno della grazia del Signore che in lui compie meraviglie (“rallegrati, piena di grazia”, cfr. Lc 1,28ss.). Inoltre poiché queste dimensioni esistenziali di sobrietà, giustizia e pietà sono vissute “nell’attesa della beata speranza…”, sono riscattate da una etica volontaristica ed autoreferenziale, come nella prospettiva della filosofia morale dell’epoca, ma diventano vie aperte verso il compimento- dono di quella stessa grazia da cui sono generate. Il brano che ci siamo soffermati a leggere si iscrive tra motivi comuni alle lettere pastorali. Questa tensione epifanica è affidata alla custodia del buon responsabile di comunità, la cui figura è tratteggiata in maniera simile a quanto già visto leggendo 1Tm 3,1-7 (cfr. Tt 1,5-8). Nel nostro scritto si aggiunge che egli deve essere amministratore (oikonomos) di Dio.
L’economo è colui che conosce la legge (nomos) della casa (oikia), e nella casa di Dio la legge è la carità, che dispensa a ciascuno ciò di cui ha bisogno nel tempo opportuno. Il vescovo-presbitero ideale appare quasi come una buona madre di famiglia che sa provvedere ai bisogni di tutti quelli di cui ha cura, come la donna ideale cantata in Pr 31,10ss. Il buon responsabile di comunità provvede innanzitutto la parola sicura, la amministra non solo a quelli della casa, ma anche a quelli che si sono allontanati dalla casa comune, per correggerli ed evitare che seducano altri. Ritorna in Tt 1,10-16 la polemica contro gli eretici, con toni già uditi nelle lettere a Timoteo. Qui forse possiamo cogliere qualche tratto della loro dottrina, che appare come un sincretismo giudaizzante, legato forse alle osservanze alimentari. Come già visto altrove il disordine intellettuale e teologico porta al disordine morale. La comunità dei veri credenti, al contrario, si distingue per il vivere ordinato, in cui ognuno compie fedelmente i doveri propri del suo stato di vita. Anche le indicazioni del buon vivere sembrano non avere nulla di specificamente cristiano, ma parrebbero potersi applicare ad ogni uomo e donna rispettosi dell’ordine naturale e di quello civile e politico. Tuttavia, ancora una volta, il comune sentire ellenistico del nostro autore è ravvivato da dentro dalla consapevolezza che il vivere in una responsabilità solidale dei credenti nasce dall’essere stati amati da Dio che è in sé comunione nella Trinità, comunione di amore che la grazia comunica ai fedeli nella rigenerazione battesimale (cfr. 3,4-7). Il battesimo cristiano appare così come una nuova nascita in cui si manifesta l’uomo nuovo, l’uomo buono creato ad immagine del Dio buono e la vera umanità non è quella corrotta dal peccato, ma quella che svela la grazia di Dio nostro salvatore.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Come vivere la sobrietà (moderazione di affetti, passioni ed emozioni), la giustizia (relazioni buone e solidali con tutti) e la pietà (rapporto pieno di amore e meraviglia verso Dio), epifania della vita buona dei credenti?

2) Cosa significa in questo nostro tempo travagliato “essere sottomessi alle autorità che governano (Tt 3,1)? Quale responsabilità politica per i cristiani nel tempo della crisi economica, valoriale e politica?

3) Quale ministero proprio della donna, e la donna saggia e matura, alla luce di Tt 2,3-4?

Don Marco Renda

 

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