![]() |
SECONDA LETTERA A TIMÒTEO
(2)
2Tm 3-4: i pericoli degli ultimi tempi Avviandosi verso la sua conclusione la Seconda Lettera a Timòteo assume tinte sempre più fosche ed un tono più accorato ed incalzante nel mettere in guardia il responsabile della comunità cristiana dai pericoli che incombono a causa degli avversari che si oppongono alla vera fede ed alla trasmissione della retta dottrina. Coerentemente al genere letterario di fondo dello scritto, che vuole presentarsi come una lettera di addio, si getta uno sguardo sul futuro immediato, in cui già si delinea la morte dello Scrittore (cfr. vv. 4,6ss), e sul futuro lontano, in cui l’opera degli oppositori si farà più estesa e pericolosa. Tuttavia all’Autore sfugge di mano il suo clichè e si lascia scappare come ciò che sta profetizzando per il futuro è in realtà ormai presente, quando esorta il suo destinatario a guardarsi da quei tali (v. 3,5) che prima si stagliavano nell’orizzonte escatologico degli “ultimi tempi” (cfr. 3,1). In effetti la Lettera sembra presentare una situazione sempre attuale, per cui gli ultimi tempi sono coestensivi a tutta la storia cristiana; leggendo la presentazione delle caratteristiche degli uomini che verranno negli ultimi tempi (3,2-5) sembra di vedere un ritratto della società attuale, almeno come potrebbe dipingerlo qualcuno incline a coglierne i tratti più inquietanti! Questi tempi definitivi sono infatti dei kairòi, cioè momenti decisivi in cui si gioca il destino definitivo, in cui si è chiamati ad operare una scelta davvero escatologica. Questi “momenti” in cui si decide il tutto sono “momenti difficili” perché bisogna viverli in compagnia di uomini molto pericolosi. L’Autore ne dà un ritratto impressionante, descrivendoli come affetti da vizi terribili; gli uomini degli ultimi tempi sono definiti da una lista di ben diciotto vizi, la più lunga lista di vizi di tutto l’epistolario paolino. Leggendo la lista in greco si rimane colpiti da come ricorrano spesso sostantivi composti con philòs e con l’alpha privativo. Si tratta dunque di uomini che hanno una amore di elezione (philìa) ma scelgono oggetti sbagliati da amare e perciò vivono nel vuoto esistenziale, mancano di quelle virtù che fanno l’uomo autentico, virtù che sono donate dall’amore di ciò che è |
|
| buono e vero. Madre di tutti gli atteggiamenti negativi è la philautia (“egoisti”, v. 3,2), cioè l’amore verso se stessi, che si manifesta sia come ricerca del piacere che come ostinazione a non voler ricevere la verità come dono che proviene dall’esterno, ma solo come ostinata rivendicazione di idee personali e superbe. Quest’amore di sé porta l’amore per il denaro, strumento per soddisfare desideri ed ostentare se stessi. Il senso di arroganza ed autosufficienza comporta la ribellione ai genitori, non più riconosciuti come fonte e donatori della vita da chi si sente principio di se stesso, per cui è incapace di coltivare il senso della gratitudine, incapace di rendere grazie anche a Dio, ripudiato come fonte della grazia. L’autoreferenzialità rende nemici di tutti, per cui non c’é amore per il bene, ma la ricerca di calunnie che dividono (diàboloi dice esattamente il testo greco tradotto con “calunniatori”), operando tradimenti, nella continua ricerca del piacere che nega la ricerca di Dio, per cui la loro religiosità è solo apparente, anzi essa stessa una religiosità edonistica ed egoistica, tesa ad un piacere estetico ed esteriore, in cui celebrano il culto di se stessi e non di Dio. gnare nelle sue lettere. Questo ascolto spirituale della Scrittura ha come fine il compimento delle buone opere, le opere del bene, che è la carità che caratterizza l’uomo di Dio. Nel capitolo 4 di 2Tm si accentua il carattere di testamento spirituale, con ricordi personali e disposizioni pratiche e si prospetta la morte fedele dell’Apostolo come sacrificio gradito a Dio, dunque supremo avvicinarsi a lui. Tutta la vita di Paolo, esemplare per Timòteo e per ogni credente, è riassunta nella metafora sportiva, per cui le fatiche della gara affrontata secondo le regole e con impegno indomito conducono alla corona di giustizia, cioè il pieno compimento della volontà di Dio che se nella storia appare come fatica ed impegno, nel suo ultimo manifestarsi si rivela gloria e vittoria in pienezza di vita e verità esistenziale. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Alla luce della lista dei vizi di 2Tm 3,2-5 mi riconosco del tutto estraneo alla philauthia che è madre di ogni peccato? 2) Come accolgo il soffio vitale che spira nelle Scritture sante? Quale posto occupa la lectio divina nella mia vita spirituale? 3) La metafora sportiva e militare di 2Tm 4,7-8 mi aiuta a riconoscere la fatica della fede e a viverla in pace? Riconosco nella lotta per il compimento della giustizia, cioè del progetto di Dio, già il premio stesso che si anticipa nel presente? Don Marco Renda |