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PRIMA LETTERA A TIMÒTEO
(8)

 

1 Tm 6,3-21: il pericolo delle ricchezze ed il tesoro della fede

Giunto al termine della Lettera, l’Autore riprende la polemica contro i falsi maestri, dai quali aveva già messo in guardia Timòteo in altri passi dello scritto (cfr. 1,3s; 4,1-7), ammonendo che l’errore dottrinale nasce da uno sbaglio morale e conduce ad una vita contraria alla volontà di Dio. L’eresia svela il suo volto di perversione esistenziale e la sua natura intimamente idolatrica, perché fuggendo l’obbedienza della fede porta all’esaltazione di se stessi, a fare di sè la fonte di ogni verità e comprensione, per cui gli altri possono essere solo o schiavi o nemici. Solo chi riceve dall’alto la verità come dono può vivere nella vera comunione che è condividere ciò che si sa che non è possesso egoistico; e poiché l’accoglienza della fede abitua ad uscire da se stessi per dimorare presso l’Altro insegna anche a stare amorosamente presso gli altri. In questo contesto Paolo individua nella sete del guadagno la perversione della religione e la radice di tutti mali. “L’amore per il denaro è propria dei non credenti che rigettano la provvidenza del Signore e negano il creatore”, ammoniva il grande maestro di spirito Evagrio Pontico. Davanti alla ricerca smodata di ricchezze l’Autore propone l’ideale della sobrietà. Si potrebbe pensare, ed alcuni commentatori lo hanno sostenuto, che in questi passi colui che scrive si faccia portavoce soltanto di una mentalità comune al suo tempo, specie nell’ambito delle correnti filosofiche stoiche e ciniche. È vero che l’ideale del saggio stoico è non avere bramosie, ma rimanere imperturbabile di fronte ai beni della fortuna. Ancor più i cinici si fanno banditori di una vita secondo natura, in cui cioè basta ciò che è essenziale per rispondere ai bisogni elementari ed immediati; campione di questa visione del mondo fu Diogene che si dice avesse come casa una botte. Ma una notevole differenza passa tra l’autarchia1 stoico-cinica e questo bastare dell’essenziale a cui invita Paolo. Mentre il saggio ellenistico vive una autarchia assoluta, in cui egli basta a se stesso, il cristiano è sempre in relazione; egli vive dell’essenziale perché gli basta Dio! È la religione ad essere un guadagno grande (v. 6), e la religione indica un vincolo di dipendenza pieno di amore e fiducia verso Dio padre provvidente, verso Dio tesoro di tutti i beni, sommo

 

ed unico bene. Per il cristiano allora l’autarchia significa l’accoglienza amorosa e piena di fiducia della vita nella sua concretezza, è una forma della sua pietà religiosa per cui egli si affida al Dio della vita a cui vuole assomigliare: Dio infatti basta a se stesso e basta al credente per il quale egli è l’unico (cfr. Fil 4,11-13).
La brama del denaro porta alla rovina escatologica, a perdere l’incontro con Dio in cui si compie e si realizza la vita dell’uomo. Al contrario la fede in Dio insegna anche ad usare con saggezza i beni della vita, non riponendo in essi la propria sicurezza esistenziale e non facendone occasione di chiusura egoistica. Timoteo è chiamato ad annunciare anche ai ricchi il vangelo (cfr. vv. 17-19), chiedendo loro di vivere in umiltà e fraternità, facendo delle ricchezze una occasione di condivisione.
Sarebbe ingiusto accusare chi dà queste indicazioni al giovane Timòteo di avere perso l’entusiasmo e l’audacia evangelica, che al ricco proponeva di vendere tutti i beni e seguire povero il Cristo povero (cfr. Mc 10,21). Lì quell’esigenza era motivata dal mostrare la radicalità della chiamata, ora questa radicalità si incarna nella storia e nella prassi di una comunità concreta che legge in senso spirituale l’appello evangelico, dove spirituale non significa edulcorato, ma profondo: Paolo ha insegnato che si può dare tutti beni ai poveri e non avere la carità, che è la vita di Dio, la fede divenuta storia (cfr. 1Cor 13,3). “Io direi dunque questo: poiché le passioni sono dentro l’anima, mentre le ricchezze sono fuori, se l’anima ne fa buon uso anche queste sembrano buone; se ne fa invece cattivo uso, cattive. Cristo che esorta ad alienare i beni, ordina che siano eliminate le cose che abbiamo, tolte le quali rimangono le passioni, prima che le passioni stesse, tolte le quali anche le ricchezze divengono utili?”2. Il senso spirituale della povertà evangelica non toglie l’impegno ad una concreta sobrietà personale per la condivisione fraterna. Già la Didaché aveva trovato nella spiritualità la radice della condivisione: “Se infatti avete in comune ciò che è immortale, quanto più le cose mortali?”3. Timòteo è chiamato a sfuggire alla brama della ricchezza, come a tutte le realtà negative, alle passioni ingannatrici.
A lui Paolo propone una dialettica tra cose da evitare ed altre da cercare (cfr. v. 11) in cui si attualizza la dinamica battesimale con la rinuncia al peccato e “tutte le sue pompe” come si diceva una volta, e l’accoglienza della fede per la quale egli ha dato la “bella testimonianza”. Non sembra necessario pensare ad un contesto di persecuzione, ma piuttosto alla professione di fede battesimale (omologhìa, “pubblica professione”), con la quale il credente si appropria della testimonianza dell’amore fino alla fine offerto da Gesù Cristo che patì sotto Ponzio Pilato. La omologhìa diventa esistenziale; è la vita vissuta come buon combattimento della fede contro le passioni che proclama l’appartenenza a Cristo morto e risorto fino a quando sarà istaurata pienamente la signoria di Dio per mezzo di Cristo, quella signoria che dona l’immortalità di Dio ai suoi figli e che è proclamata solennemente nel breve inno dei vv. 15-16. L’ultima raccomandazione a Timoteo lo esorta a custodire “ciò che ti è stato affidato”, il deposito della fede. Presso i templi antichi erano depositati tesori che era compito dei sacerdoti custodire da ladri e predoni e di non disperdere poiché sacri al dio. Paolo spiritualizza questo concetto; è la verità trasmessa dalla Chiesa che è affidata a Timòteo, perché la difenda dagli insegnamenti erronei o non ne vanifichi la ricchezza con idee e comportamenti indegni. Il saluto finale sorprende rivolgendosi ad un “voi”. È questo il chiaro indizio che la lettera indirizzata a Timoteo ha in realtà un contenuto ecclesiale. Comunque si voglia pensare circa l’autore e l’occasione dello scritto, è indubbio che il contenuto di esso ha valore per tutta la comunità. Ben lo ha capito la Chiesa riservando la Lettera a Timoteo alla lettura liturgica ed ecclesiale, leggendo in essa non le raccomandazioni di un maestro ad un discepolo ed amico, ma la Parola di Dio per tutti i credenti.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Quale uso dei beni materiali dobbiamo fare alla luce delle indicazioni della Scrittura e nel contesto del voto di povertà?

2) Cosa significa custodire il deposito dalla fede? Da chi va difeso e come non sperperarlo?

3) Cosa lascia in noi lo studio della Prima Lettera a Timòteo?

Don Marco Renda

1 “Autarchia” indica la capacità di bastare a se stessi, di essere appagati da ciò che si ha e si è; è la qualità dell’«uomo indipendente che si acquieta in se stesso e non ha bisogno di altri». È un termine della morale stoico-cinica, che l’Autore della 1Tm usa al v.
6: “Grande guadagno è la religione metà autarchéias”. La Bibbia CEI lo traduce con la perifrasi “purché sappiamo accontentarci”
2 Clemente Alessandrino, Quis dives salvetur, XV,1. Con questa opera composta negli ultimi anni del II sec. la Chiesa primitiva offrì una sapiente riflessione sull’uso delle ricchezze per i cristiani.
3 Didaché, IV,8.

 

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