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L’ICONA,
SIMBOLO CHE CONTIENE PRESENZA

 

La Chiesa Ortodossa ha riservato il termine “icona” alle tavole in legno – dal greco eikòn, immagine – dipinte con tecnica particolare, secondo una tradizione tramandata da secoli. L’«iconografia» – dal greco: scrittura dell’immagine – è l’arte di narrare non utilizzando il linguaggio orale, ma quello visivo. Le icone sono veri e propri trattati di teologia a colori. Vi è forte analogia tra Scrittura e Icona. La prima è vangelo rivolto all’orecchio, la seconda è vangelo rivolto all’occhio.
Scrittura e Icona entrambe “scrivono” il mistero del Cristo. Per il VII Concilio, l’iconografia non è pittura ma invenzione dei Padri. Va prodotta da persone purificate che hanno rapporto col Vangelo (“Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” [Mt 5,8]).
L’iconografo, dunque, deve essere uomo spirituale, e secondo gli insegnamenti degli antichi maestri, pregare durante l’esecuzione dell’opera. Egli cerca la gloria di Dio e la propria gloria presso Dio, dipinge per pregare e per essere salvato.
La realizzazione di un’icona segue canoni ben precisi, si pensi al caratteristico fondo oro zecchino. L’oro è il metallo più prezioso che esiste in natura ed ha una rifrazione perfetta della luce, infatti, il suo spettro cromatico contiene tutti i colori e li riflette, così come la luce di Dio, che pur essendo totalmente altra dall’uomo e dal creato, li contiene e ne riflette le più piccole sfumature. I santi partecipano della luce divina secondo la propria capacità, però non riflettono tutto lo spettro cromatico, bensì solo il proprium, le sfumature e i colori tipici della propria santità.
L’oro poi è allusivo della impenetrabilità del Mistero di Dio perchè in quanto metallo non lascia vedere ciò che sta oltre. Le ombre non esistono, perché cose e figure non prendono luce dall’esterno ma contengono esse stesse la luce (realtà trasfigurata).

Nelle figure non c’è realismo, volume, chiaroscuro e prospettiva perchè i corpi celesti non seguono la logica rappresentativa naturale. Spesso nell’icona la prospettiva è inversa, cioè rovesciata per cui gli oggetti vengono in avanti verso lo spettatore poiché le verità di fede irradiano verso chi le contempla. Lo spettatore si trova dentro l’icona, vicino al soggetto e vicino alla coscienza di sé. Il soggetto è importante per la nostra salvezza poiché il centro dell’icona è sempre Cristo e la sua missione salvifica. Il fondamento dell’iconografia è il mistero dell’Incarnazione. “Poiché il verbo si è fatto carne assumendo una vera umanità, il Corpo di Cristo era delimitato. Perciò l’aspetto umano di Cristo può essere rappresentato” (Giovanni Damasceno).
L’icona è nella Chiesa e per la Chiesa; ha una funzione liturgica, accompagna, integra, svela la Scrittura e la liturgia. Ci si inchina davanti, la si bacia, la si muove nella liturgia. Lungi da ogni deviazione idolatrica, nell’icona, i credenti non adorano il legno e i colori, e nemmeno l’armoniosità delle forme e la precisione della geometria, bensì ciò che essi rappresentano e ricordano in un processo conoscitivo che, attraverso il materiale, approda all’esperienza spirituale. L’icona è confine tra realtà e spirito, porta d’accesso alla realtà spirituale. Nelle chiese orientali le icone stanno davanti all’altare poiché l’altare rappresenta il cielo. L’icona ha come fine la preghiera. Deve suscitare la meditazione di chi la contempla e di chi la scrive.
La bellezza dell’icona viene principalmente dalle verità spirituali che rappresenta. Essa è un ponte che attraverso la bellezza sensibile ci introduce nel mistero del Cristo affinché: “Riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Il credente di oggi, come quello di ieri, deve essere aiutato nella preghiera e nella vita spirituale con la visione di opere che cercano di esprimere il mistero senza per nulla occultarlo. È questa la ragione per la quale oggi, come per il passato, la fede è l’ispiratrice necessaria dell’arte della Chiesa.
L’arte per l’arte, la quale non rimanda che al suo autore, senza stabilire un rapporto con il mondo divino, non trova posto nella concezione cristiana dell’icona.
La tradizione dell’icona mostra che l’artista deve avere coscienza di compiere una missione al servizio della Chiesa. (Giovanni Paolo II, Duodecimum Saeculum, 1987) Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa si serve anche dell’arte. Essa deve, infatti, rendere percepibile e, anzi, per quanto possibile, affascinante il mondo dello spirito, dell’invisibile, di Dio. (Giovanni Paolo II, Lettera agli artisti, 1999). “La bellezza salverà il mondo” (Fiodor Dostoevskij).

Imprimi Cristo nel tuo cuore,
là dove egli già abita,
sia che tu legga un libro su di Lui,
o che tu lo veda in immagine,
possa egli illuminare il tuo pensiero,
mentre tu lo conosci doppiamente
sulle due vie della percezione sensibile.
Così tu vedrai, con gli occhi,
ciò che hai appreso
mediante la Parola.
L’intero essere di colui che ode
e vede, in questo modo,
sarà riempito della lode di Dio.

(Teodoro Studita, Ep. XXXVI)


Mariacristina C.

 

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