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I TRE VOTI

 

Dall’opera omnia Alle Figlie di San Paolo 1946-1949 (pp. 130-139, 144-147) sono tratte le seguenti meditazioni che don Alberione tenne nel mese di gennaio del 1946 negli Stati Uniti durante un corso di Esercizi Spirituali. Il Fondatore presenta con semplicità e andando dritto al cuore i tre voti: obbedienza, castità e povertà.

L’OBBEDIENZA

[...] Valore dell’obbedienza

Perché l’obbedienza è preziosa? 1) Perché è il più bel sacrificio che facciamo al Signore. Non è mica il più bello quello della castità! La castità gli è cara. Non è mica il più bello quello delle cose esterne! La povertà gli è cara. La più preziosa è l’obbedienza perché dà a Dio la libertà. 2) L’obbedienza è preziosa perché fa esercitare la virtù dell’umiltà. Se una suora è veramente umile è anche ubbidiente; se non è umile vorrà fare sempre la propria volontà. 3) L’obbedienza è preziosa perché dà sicurezza. Quando facciamo ciò che è disposto siamo tranquilli. Quando invece facciamo come ci piace, anche se è il meglio, non siamo sicuri di interpretare bene i desideri di Dio, siamo sempre titubanti. Quando si obbedisce si è sicuri. Chi obbedisce indovina sempre; non ha da rendere conto al Signore di nulla. “Così mi hanno detto”.
[...] Si può non obbedire qualche volta? Sì, quando chi comanda comandasse cose contrarie alla volontà di Dio. Una mamma, per esempio, che dicesse alla propria figliola: Non farti suora, dovrebbe essere obbedita? No. In queste cose la mamma, i parenti non hanno alcun potere. Obbedire sempre, eccetto nelle cose illecite. Se il lavoro fosse tale che ci impedisse di pregare, si potrebbe fare osservazione? Sì. In sostanza obbedire in tutto quello che non è contro Dio. “Ma io non so il perché di questa disposizione, non capisco...”. Non importa. Quando non si capisce c’è più merito. Lo vuole lui! Non è padrone di comandarci quel che vuole? Non facciamo le cose perché conosciamo che sono le migliori, ma perché sono volontà

di Dio. Se una volesse lavorare di più di quanto comporta l’orario, farebbe bene? No! State all’obbedienza! Il Signore vuole da noi certe cose, ma non vuole l’infinito. Vuole che facciamo quanto è nelle nostre possibilità. Dunque, obbedendo al Signore, alla sua volontà, facciamo davvero il meglio.

Modalità dell’obbedienza Come dev’essere l’obbedienza, perché piaccia al Signore? 1) L’obbedienza dev’essere cieca. Non cercare le ragioni. “Ma, se io so e conosco le ragioni, diminuisce il merito?”. Se le ragioni ci aiutano, ci confermano, non diminuiscono il merito dell’obbedienza. Ma se tu le vai cercando, vai scandagliando, rovini il merito. In questo caso tu fai una cosa non per obbedire, ma perché capisci le ragioni. L’obbedienza cieca dunque, non cerca le ragioni se non per confermarsi nella volontà sicura e ferma di quel che fu detto. 2) L’obbedienza dev’essere ilare, gioiosa: le cose, se hanno da meritare davanti a Dio, occorre siano fatte lietamente. Se si fanno per forza non si merita niente. Guadagnerete tanti meriti facendo le cose con ilarità, con gioia. 3) L’obbedienza dev’essere intera: interpretare bene con la mente per poter eseguire meglio. Obbedire con la mente, e cioè: è stata data una disposizione di essere cauti? Prudenti? Si interpreti bene! Se una dice: “Hanno detto di essere prudenti, allora noi dove c’è del male non andiamo”, ha interpretato bene? No! Prudenza vuol dire non mettersi in pericolo, non andare in locali sconvenienti, ecc. [...] L’obbedienza indora tutto. Fa sì che tutto abbia un valore superiore. Altro è una pisside di ottone, altro è una pisside d’oro: così tutto quel che facciamo per obbedienza guadagna di più, ha un valore superiore: doppio guadagno, come se viveste il doppio. Benediciamo Gesù che ci ha chiamati e tutti i giorni diamogli la nostra volontà.

LA CASTITÀ

Preziosità della castità

[...] La purezza è una grande preziosità. La purezza è la virtù di Gesù, la parte preziosa di Maria, è l’ornamento di S. Giuseppe; è quello che ha raccomandato tanto S. Paolo, il quale dice: “Su questo punto vi vorrei tutti come sono io” (1Cor 7,7): vergini. Se vogliamo perciò piacere a S. Paolo, a S. Giuseppe, alla Vergine santa, a Gesù Maestro, usiamo molta delicatezza. La purezza è preziosissima perché tutti gli atti di questa virtù sono doppio merito (come ogni atto contrario è doppio peccato). Così: custodire gli occhi, il cuore, la lingua, la mortificazione dei sensi in genere, che si dovrebbe fare da ogni cristiano, ha tutto doppio merito. Astenersi dal leggere ciò che non riguarda, evitare le familiarità troppo spinte, vincere le tentazioni, ecc., tutto doppio merito! Né l’anima deve affannarsi perché ha tante tentazioni. Anche i santi le ebbero. Se si vincono, doppio merito! Niente da stupirsi quindi. Le tentazioni si avranno fino alla fine della vita, ma doppio merito se si vinceranno! [...] Le anime caste amano di più anche la Madonna. Le anime pure nella Visita, nella Comunione, nella Messa si allietano, perché hanno una maggiore intima comunione con Gesù. Giovanni divenne l’Apostolo dell’amore: la sua vita, la sua predicazione, fu l’amore. Il suo Vangelo è tutto soffuso di amore; si elevò a Dio come un’aquila. Le sue Epistole sono tutte impregnate di amore. [...]

Mezzi per vivere la castità

Quali sono i mezzi per conservare questa virtù? La vita religiosa è il primo mezzo. Le Regole ve ne danno molti di mezzi: evitare le compagnie, lo stare troppo assieme, sorvegliare le lettere; i superiori assistano, intervengano nei pericoli, ecc. [...] Altro mezzo è una tenera e grande devozione alla santissima Vergine, Madre del bell’Amore, Regina virginum, Mater castissima... Dite dei bei rosari. Vigilare sulla nostra vita: sulla mente, sulla fantasia, ecc. Amare soprattutto Gesù-Eucaristia: questo è il mezzo dei mezzi. Ricevere bene la Comunione. [...] State bene, sane, liete. Le suore liete sono più libere dalle tentazioni. Non è necessario ridere sgangheratamente. Quando andate nel mondo siate come gigli tra le spine; quando ritornate a casa vi trovate di nuovo nell’aiuola e scherzate, ricreatevi... Avanti sempre, nella letizia, nella serenità; così vi sarà più facile conservare il vostro tesoro. [...]

LA POVERTÀ

La povertà è la tendenza a ciò che è più povero, più semplice. È il distacco da quelle cose che formano la comodità, l’agiatezza, il benessere della vita presente. È virtù che inclina il cuore, la volontà verso quello che è più povero. Notate che vi è la povertà di effetto e la povertà di affetto. La prima è quella di chi non ha; la seconda è quella di chi ha, ma è distaccato. Vi sono dei poveri che non hanno niente effettivamente, ma affettivamente vorrebbero possedere tante cose. Vi è la povertà di affetto quando si vive tra l’agiatezza e si ha il cuore distaccato dalle cose della terra che si posseggono. [...]

L’esempio di Gesù

Gesù poteva essere ricco: è il padrone di tutto. Tutto l’oro, l’argento, le ricchezze seminate nelle viscere delle montagne, nelle miniere, tutto è suo. Gesù con un miracolo poteva procurare a se stesso, non solo pane e casa, ma ricchezze straordinarie; bastava una parola. Come ha moltiplicato i pani per cinquemila persone, così poteva farlo per la S. Famiglia. Invece no: scelse la vita più povera. Lo vediamo a Betlem in una grotta. Che cosa ci può essere di più povero? Una grotta, neppure sua, aperta a tutti i venti; un po’ di paglia. [...] Qualche volta la gente gli dava delle offerte più abbondanti e Gesù le faceva custodire da Giuda, il quale non gli era neppure fedele, e sul totale metteva sempre da parte qualche cosa per sé, dicendo che era per i poveri. In realtà importava poco dei poveri a Giuda: egli cercava di far soldi. Il suo cuore si attaccò sempre più al denaro, finché arrivò all’orribile eccesso di vendere Gesù. [...]

La povertà nella vita consacrata

La virtù della povertà invece, è molto più larga: se una ha il cuore attaccato a qualche cosa, se è un po’ vanerella, le piace di essere sempre tutta a puntino: scarpe lucide, unghie a punta, ecc., se è ricercata, manca al voto di povertà? No, saranno mancanze contro la povertà-virtù. Altro è la virtù, altro è il voto. Come per la purezza chi manca, sia con atti interni che esterni, fa doppio peccato, così per la povertà: doppia mancanza e doppio merito. Il voto è sempre molto più ristretto della virtù però. Così si manca al voto di obbedienza, quando comandano “in virtù di santa obbedienza!”, ma la virtù abbraccia molto di più: abbraccia tutto quello che si riferisce all’obbedienza, sia direttamente che indirettamente. Anche per la povertà dunque c’è: virtù e voto. La virtù esige il distacco vero, completo del cuore.
Adesso consideriamo: che cosa esige la virtù della povertà? Esige: 1) che si occupi bene il tempo; che si contribuisca al bene dell’Istituto nel modo che si può (Gesù cominciò da bambino ad aiutare nella casetta di Nazaret, per dare esempio a noi). Fare le cose come possiamo farle. 2) Esige che si curino le offerte secondo viene indicato. Arrivare dove si può: il Signore ha tanti mezzi. 3) Non rovinarsi la salute; fare attenzione: questo entra anche nella virtù della povertà. Se poi il Signore vuol farci diventare malati, faccia pure, ma che non dipenda da noi. Ciascuna si adatti al letto, al vitto, all’ambiente, agli orari, agli uffici, ecc., come sono disposti nella comunità. Allora si eserciterà bene la virtù della povertà. Alle volte la povertà si esercita spendendo di più. Se una va a comperare una stoffa che costa di più, e quel vestito dura quattro anni invece di due, ha fatto bene a spendere di più. Così quando si fanno le case, si facciano salubri. Ciò che importa è avere il cuore distaccato. [...] Il Signore ci dia la sua grazia, la sua sapienza e la sua benedizione.

Beato Giacomo Alberione

 

 

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