| Dall’altra può significare il “fondamento”, il “compendio” di quanto verrà esposto e quindi gli elementi fondamentali, essenziali che caratterizzano ciò che Marco chiama “vangelo” (cioè la persona e il ministero di Gesù). Entrambi i significati ci aiutano a comprendere meglio questa parola. Alla luce del primo significato l’inizio della narrazione evangelica viene collocato da Marco nel contesto temporale/cronologico del ministero di Giovanni Battista (quello della sua predicazione accompagnata dal battesimo per la conversione). È il contesto che appare anche nelle prime “raccolte” della predicazione/catechesi degli apostoli rivolte alle comunità cristiane delle origini, come ci sono state trasmesse dal libro degli Atti degli apostoli (“cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui [Gesù] è stato di mezzo a noi assunto in cielo”: At 1,21; cfr. anche At 10,37: “Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni”).
Alla luce del secondo significato (“inizio” inteso come fondamento, compendio) veniamo informati che in questo “vangelo” Marco si propone di presentare su Gesù “un vero e proprio catechismo essenziale” (G. Ravasi), ossia gli elementi fondamentali che devono guidare il percorso di fede del catecumeno che si prepara al battesimo (e del lettore di oggi che desidera riscoprire l’identità di Gesù).
Euanghèlion è il termine greco che noi traduciamo con “vangelo” (Mc 1,1). Originariamente il suo significato è quello di “buona (= eu) notizia (= anghèlion)”. Era il termine tecnico usato nel mondo greco per dare la notizia di eventi o avvenimenti lieti e gioiosi, come la vittoria in guerra o nelle competizioni sportive, la nascita dell’erede al trono e l’annuncio della visita del sovrano in una città. Mentre però nell’ambiente greco viene sempre usato il termine plurale euanghèlia (“vangeli” o “buone notizie”), nei testi del Nuovo Testamento compare solo e sempre il termine singolare euanghèlion (“vangelo”, “buona notizia”: 8 volte in Marco; 4 volte in Matteo; 60 volte nelle Lettere di Paolo; non compare invece né in Luca [che preferisce il verbo euanghelìzo] né in Giovanni [che non adotta questa terminologia]).
Questo uso del termine al singolare si spiega perché è solo “il vangelo” di Gesù la vera e unica “buona notizia” e non i molti “vangeli” con i quali i sovrani pagani pretendevano di annunciare la salvezza e la pace nei loro regni. Questi stessi sovrani amavano fregiarsi del titolo di “salvatore” (in greco sotèr): ma questo titolo trova la sua piena realizzazione unicamente in Gesù (il cui nome nella sua originaria radice ebraica [= Jehoshuà] significa: “Il Signore salva”). In una iscrizione dell’anno 9 a.C. trovata nell’Asia minore (odierna Turchia) si legge a riguardo della nascita dell’imperatore Augusto: “La provvidenza ha colmato quest’uomo di tali doni che egli per noi e per le generazioni future è stato inviato come “salvatore” (= sotèr); porrà fine alle inimicizie e conferirà splendore a tutte le cose. Il giorno della nascita del dio (= Augusto) fu per l’universo l’inizio delle “buone notizie” (= euanghèlia) che sono procedute da lui: dalla sua nascita comincia un nuovo computo del tempo”.
La parola “vangelo” – leggiamo nel primo volume Gesù di Nazaret di J. Ratzinger-Benedetto XVI – “apparteneva al linguaggio degli imperatori romani, che si consideravano signori del mondo, suoi salvatori e suoi redentori. I proclami provenienti dall’imperatore e destinati al popolo si chiamavano “vangeli”… Ciò che viene dall’imperatore – era l’idea soggiacente – è messaggio salvifico, non è semplicemente notizia, ma trasformazione del mondo verso il bene. Se gli evangelisti riprendono questa parola, tanto che a partire da quel momento diventa il termine per definire il genere dei loro scritti, è perché vogliono dire: quello che gli imperatori, che si fanno passare per dèi, pretendono a torto, qui accade veramente… Non sono gli imperatori che possono salvare il mondo, bensì Dio. E qui si manifesta la parola di Dio che è parola efficace; qui accade davvero ciò che gli imperatori solo pretendono, senza poterlo adempiere. Perché qui entra in azione il vero Signore del mondo: il Dio vivente” (pp. 69-70). È quanto intende affermare l’evangelista Marco già in questa apertura del suo scritto su Gesù che noi, alla luce di ciò che abbiamo detto, possiamo rendere anche in questo modo: “Questa è la buona notizia: Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio” (Mc 1,1). “Gesù”, come abbiamo notato sopra, è il nome che traduce l’ebraico Jehoshuà (“Il Signore salva”). Dall’epoca di Giosuè (che deriva dalla stessa radice del nome Gesù e ha lo stesso significato) fino all’epoca del Nuovo Testamento il nome Gesù era molto diffuso. Indicando come “buona notizia” (o “vangelo”) la persona di Gesù, l’evangelista intende affermare che la salvezza non ha origine da una dottrina o da una ideologia (filosofica o morale), ma dall’adesione a una persona, che è Gesù di Nazaret. È in Gesù che va riconosciuto il Cristo e il Figlio di Dio.
Questo riconoscimento però non è automatico, ma necessita del lungo e graduale cammino di fede del discepolo e del lettore, come viene descritto in questo racconto dall’evangelista Marco. Il termine “Cristo” è la trasposizione in lingua greca di una parola ebraica che ricorre frequentemente nella Bibbia. Si tratta del termine mashiàch (“unto”, “consacrato”), abitualmente tradotto con “Messia” e il cui significato originario è quello di definire la persona scelta dal Signore e da lui “unta” (o “consacrata”) per una missione. In Israele venivano “unti” i re (spesso chiamati con l’appellativo “cristo”, 1Sam 2,10; 16,3-13; 1Re 19,15-16; Sal 2,2; 132,10.17), i sacerdoti (Lv 4,3-5) e anche i profeti (1Re 19,16; Is 61,1). Il rito dell’unzione verrà adottato anche dalla comunità cristiana e darà origine allo statuto sia della comunità stessa sia dei singoli membri definiti “sacerdoti”, “re” e “profeti”.
Posto da Marco all’inizio del vangelo, il termine “Cristo” intende qualificare la persona e la missione di Gesù: egli è il Messia atteso ed è il Figlio di Dio. Riappare poi al centro del vangelo nella professione di fede di Pietro (“Tu sei il Cristo”; Mc 8,29). L’intervallo che separa i due momenti dell’uso del termine Cristo è presentato dall’evangelista Marco come un lungo cammino che i discepoli e il lettore compiono per giungere alla comprensione della vera identità messianica di Gesù. Egli è il Messia che abbraccia in pieno la missione del Servo sofferente del Signore (come è descritta in Is 42,1-9; 49,1-6; 50, 4-11; 52,13-53,12). È il Messia che rifiuta il messianismo regale e trionfalistico che alimentava le attese nazionalistiche dei suoi contemporanei. Questa concezione del messianismo sofferente, che tende verso la croce e non verso il successo dei miracoli, verrà esplicitata nelle esigenze radicali che comporta la sequela di Gesù e negli avvenimenti della sua passione (rinnegare se stessi, prendere la croce, farsi ultimo e servitore dei fratelli, perdere la propria vita per la causa di Gesù e del vangelo).
In questo modo Marco aiuta il lettore a non fraintendere il messianismo che caratterizza l’opera e la missione di Gesù. “Figlio di Dio” è il titolo che nei testi biblici viene dato agli esseri appartenenti all’ambito divino e identificati con gli angeli, i quali formavano come una “corte” o “un consiglio della corona” di Jhwh (cfr. Gb 1,6; 2,1; Tb 5,4). Ma anche a Israele (Es 4,22) e ai componenti del popolo di Dio (Sal 82,6) e ai re (1Sam 7,14; Sal 2,7; Sal 89,27-28) veniva attribuito questo titolo, che esprimeva non una figliolanza diretta ma la adozione a figli da parte di Dio. Riferito a Gesù, questo titolo vuole indicare l’unicità della sua relazione di Figlio con il Padre. Essa verrà ribadita in seguito mediante la rivelazione stessa del Padre in alcuni passi decisivi del vangelo secondo Marco, come nell’episodio del Battesimo di Gesù (“Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”; Mc 1,11) e della sua trasfigurazione (“Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”; Mc 9,7). Se il titolo “Cristo” poteva essere frainteso nei confronti dell’opera messianica di Gesù, il titolo “Figlio di Dio” toglie ogni possibilità di un simile fraintendimento. Infatti questo titolo ri- vela la vera identità di Gesù, che viene proclamata da Marco già all’inizio del vangelo (“Gesù… Figlio di Dio”, Mc 1,1) e verrà confermata nella sua conclusione con la professione di fede del centurione pagano: “Davvero questi era il Figlio di Dio!” (Mc 15,39). Nel titolo “Figlio di Dio” si concentra e converge tutta la narrazione di Marco, che si presenta come una grande inclusione (che ha inizio in 1,1 e si conclude in 15,39), all’interno della quale si svolge tutta la vicenda di Gesù e si va man mano delineando il cammino di fede del discepolo e del lettore verso il riconoscimento di questa sua vera identità.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) L’approfondimento del termine “vangelo” può aiutarci a comprendere l’unicità della salvezza offerta da Gesù di fronte alle diverse offerte e pretese della cultura, delle mode, del progresso scientifico, degli stili di vita e delle varie correnti libertarie del nostro tempo e della nostra società secolarizzata?
2) Il Vangelo è “la buona notizia”. Siamo capaci di confrontare con questa notizia gli avvenimenti che accadono in mezzo a noi e di leggere ogni giorno, come è stato detto, il giornale con la Bibbia?
3) La nostra vita spirituale si esprime soprattutto nella relazione filiale che ci unisce a Dio Padre. Sappiamo diventare ogni giorno, come Gesù, figli e figlie “amati” dal Padre, ai quali egli ripete: “In te ho posto il mio compiacimento”?
Don Primo Gironi, ssp |