| non ha esitato a scegliere come “base” della sua attività di annunciatore del Regno e di operatore di miracoli. Oggi nel sito archeologico dell’antica Cafarnao sorge un nuovo complesso monumentale, chiamato “Memoriale di San Pietro”, perché in esso è stata incorporata la casa di Pietro che, come risulta dagli scavi fatti dagli archeologi francescani (soprattutto dal Padre Virgilio Corbo [1918-1991]), era stata trasformata in domus ecclesia (come avveniva con frequenza presso le prime comunità cristiane, dove la casa era l’abituale luogo di culto, quasi una “chiesa domestica”). La scelta di Cafarnao da parte di Gesù, a preferenza di Nazaret, è sottolineata soprattutto dall’evangelista Marco, il quale vede in questa città, considerata pagana (come tutte le città di frontiera), l’immagine dei catecumeni cui è rivolto il suo vangelo. Essi non devono sentirsi inferiori agli ebrei evangelizzati da Gesù e dagli apostoli, ma devono comprendere che il piano di salvezza che Dio porta a compimento nella persona di Gesù si estende anche ai pagani come loro, e la storia della salvezza raggiungerà il compimento quando essi pure saranno evangelizzati e incorporati nella Chiesa di Gesù nella notte di Pasqua con il santo Battesimo.
Ma in questa scelta di Gesù troviamo anche l’esemplarità per il suo discepolo e per chi intende consacrare la propria vita a lui: la formazione ha sempre al suo orizzonte la missione, che si svolgerà in un contesto “altro” e per il quale occorre rimanere “all’ombra della mano” del Maestro. Nazaret (la formazione) viene sempre prima di Cafarnao (la missione). Si “entra” in Cafarnao perché si è prima “entrati” a Nazaret e si è ricevuto l’equipaggiamento per “uscire” preparati per la missione. Come Gesù. Quella che Marco racchiude in questa “giornata” a Cafarnao è l’attività-tipo di Gesù, caratterizzata da questi momenti: preghiera, insegnamento, miracoli (sia di esorcismo [1,23-26] sia di guarigione [1,29-34]). Il sabato è il settimo giorno consacrato al Signore, dedicato da sempre nella tradizione religiosa di Israele alla preghiera e al riposo (in ebraico shabat significa appunto “riposo”, “cessare dalle attività”, come si legge in Gen 1,3: “Dio benedisse il settimo giorno [il sabato] e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando”). La sinagoga (dal greco synagoghé, “assemblea”) era il luogo dove ci si radunava nel giorno di sabato per la preghiera e la lettura delle Scritture sacre (il culto ufficiale e l’offerta dei sacrifici si facevano solo nel tempio di Gerusalemme). Poiché nella sinagoga ogni adulto poteva prendere la parola e rivolgere ai presenti una riflessione sui testi biblici proclamati, l’adulto Gesù dovette subito colpire per la sua profonda immersione nella parola del Padre (“erano stupiti del suo insegnamento”).
Per Gesù la proclamazione della Parola del Padre è preghiera, per gli scribi (cioè per gli interpreti ufficiali delle Scritture sacre) è invece solo ripetizione (“egli infatti insegnava come uno che ha autorità, e non come gli scribi”). A Cafarnao appare nella sua piena luminosità l’opera formatrice che il Padre ha compiuto su Gesù nel lungo periodo di permanenza a Nazaret “all’ombra della sua mano”. Entrare nella sinagoga significa per Gesù indicare la fonte da cui scaturisce la sua missione, cioè la preghiera intesa come relazione filiale che lega lui, il Figlio, a Dio, il Padre. Questa relazione fonda anche la sua stessa autorità (“egli infatti insegnava come uno che ha autorità”). Nel capitolo 6 l’evangelista Marco noterà con rammarico che proprio gli abitanti di Nazaret, primi testimoni della cura premurosa del Padre nei confronti di Gesù, non hanno saputo coglierne la portata (“[Gesù] era per loro motivo di scandalo”; 6,3) e nella sinagoga manifestano tutta la loro incomprensione (“Da dove gli vengono queste cose?”: essi non riconoscono che vengono dal Padre; 6,2) e tutta la loro incredulità nei confronti “dei prodigi come quelli compiuti dalle sue mani” (6,2: essi non si sono accorti che nelle mani di Gesù operano le mani stesse del Padre). Anche Matteo registra questa chiusura dei Nazaretani (13,53-58), mentre Luca ce la descrive drammaticamente con un finale inaspettato (“Lo cacciarono fuori della città e lo condussero sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù”; Lc 4,16-30).
A Gesù che entra “subito” nella sinagoga si contrappone “subito” anche “uno spirito impuro” (1,23: “E subito nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro”). L’avverbio “subito” è omesso da alcuni manoscritti e la versione CEI lo traduce “Ed ecco”, ma esso ha qui una sua precisa collocazione. Si tratta infatti di entrare nel vivo della attività di Gesù, caratterizzata dalla sua lotta contro l’avversario del Regno, che è Satana, contro il quale Gesù inizia la sua battaglia, qui concretizzata in un esorcismo che condurrà alla liberazione e alla guarigione. Dall’episodio della tentazione (Mc 4,12) abbiamo visto emergere la figura di Satana che nel silenzio tenta la sua opera di depistaggio nei confronti di Gesù, perché non si apra al progetto di salvezza pensato dal Padre. Ora egli riappare tra le grida furiose di uno spirito immondo (è una delle denominazioni che i Vangeli attribuiscono a Satana) che mette in discussione il potere di Gesù contrapponendogli il proprio: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci?” (il testo originale però rende meglio la contrapposizione dei due poteri: “Che c’è tra noi [tra il nostro potere] e te [e il tuo]?”). Lo spirito è detto “impuro” perché, nella concezione ebraica, non può aver accesso a tutto ciò che è sacro (detto “puro”) e soprattutto a Dio. Ma essendo “spirito” ha una profonda conoscenza, che Satana non esita a dichiarare chiamando Gesù “il Santo di Dio”. È chiaro il suo intento: Satana vuole che Gesù manifesti la sua potenza con uno straordinario intervento, così da annullare quella concezione umile e sofferente del messianismo che Gesù si era imposto come Figlio obbediente del Padre. Ma Gesù opera la liberazione-guarigione dell’uomo posseduto dallo spirito impuro semplicemente con la sua parola: “Esci da lui!”.
E imponendogli di tacere (“Taci!”), Gesù lascia intendere che egli non vuole sottrarsi alla via della Croce indicatagli dal Padre, cedendo alla popolarità di un messianismo trionfante che si esprime in gesti plateali e prodigiosi, come vorrebbe il tentatore (è ciò che viene ripetuto anche in Mc 1,34: “Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano”). Infatti, dopo questa liberazione-guarigione unicamente con la parola, i presenti si interrogano sulla identità di Gesù, che con la sola parola “comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono”. L’evangelista Marco non esita a “parteggiare” per questa scelta di Gesù e si lascia sfuggire una universale (anche se un po’ iperbolica) approvazione nei suoi confronti: “La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea”. Lo stupore per il suo insegnamento (“Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità”) nasce dal fatto che mentre la preghiera sinagogale non aveva giovato all’indemoniato, la sola parola di Gesù ne aveva ottenuto la liberazione-guarigione. Questo è “l’insegnamento nuovo” che stupisce i presenti (“Tutti furono presi da timore”).
Lasciata la sinagoga, è di nuovo l’avverbio “subito” a guidare i passi di Gesù.
Come egli è entrato “subito” nella sinagoga per nutrirsi della Parola del Padre, così ora esce “subito” per farsi vicino ai fratelli con la forza di questa stessa Parola: “E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni” (sono i primi chiamati che Gesù ha voluto subito con sé per introdurli alla metodologia della sua missione e alla sua obbedienza al Padre). La casa è di Simone e Andrea, i quali, probabilmente per il loro lavoro di pescatori si erano trasferiti da Betsaida, loro città di origine, a Cafarnao. È qui che appare la metodologia di Gesù. La guarigione della suocera di Simone (“la suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei”) è descritta da Marco alla luce della risurrezione di Gesù, dalla quale i discepoli verranno illuminati per comprendere il vero significato dei miracoli e delle parole di Gesù.
Infatti il verbo di guarigione (usato per la suocera di Simone) e il verbo della risurrezione sono gli stessi: “la fece alzare” (in greco il verbo eghèiro qui usato [“alzare”, “risorgere”] è anche il verbo della risurrezione di Gesù). Come il Padre “ha fatto alzare” (o “ha risuscitato”) il Figlio”, così Gesù prende per mano ogni uomo per farlo rialzare alla dignità perduta. E come la risurrezione di Gesù segnerà l’inizio della missione degli apostoli, così la guarigione che egli ora opera conduce la destinataria di questo miracolo alla missione e al servizio del Vangelo, come lascia intendere il verbo greco diakonèo (“servire a mensa”) qui usato: “la febbre la lasciò ed ella li serviva”. Con il riferimento alla intensa opera guaritrice di Gesù (presentata nei vv. 32-34 non senza una marcata enfasi), si conclude la giornata di Gesù a Cafarnao: “Giunta la sera… gli portavano tutti i malati e gli indemoniati… Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni”. È, questa, per Marco la giornata esemplare cui devono ispirarsi i discepoli, che proprio per questo Gesù ha chiamato e voluto accanto a sé. Infatti in Gesù c’è una piena armonia tra vita liturgica e vita di carità, tra l’entrare nella sinagoga e l’uscire nella città, tra il servire il Padre e il servire i fratelli. Non c’è contraddizione tra il Gesù perfetto liturgo nella sinagoga e il Gesù buon samaritano lungo le strade e le periferie. Tra il Gesù che indossa il tallìt (la veste della preghiera) e il Gesù che si cinge dell’asciugatoio (il lèntion, la veste dello schiavo) per lavare i piedi (cfr. Gv 13,4). E il discepolo che “sta con lui” (cfr. Mc 3,14) è anche il discepolo che “fa come il Maestro ha fatto”: “Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15). Stupenda questa concordanza di Marco e di Giovanni nel presentare la persona e l’esemplarità di Gesù!
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1. Nella “giornata-tipo” di Gesù tutto si svolge con equilibrio e armonia (preghiera, attività, relazioni, tempo per il prossimo e tempo per se stessi): come può, questa “giornata”, diventare modello della mia giornata in un contesto di vita come il nostro, che non favorisce più questo equilibrio e questa armonia?
2. Nel mondo in continuo mutamento e con sempre nuove attese, come valorizzo la formazione ricevuta (“la mia Nazaret”) e come la esprimo nella mia vita, nell’apostolato dell’Istituto e nell’im- 250 pegno di una nuova evangelizzazione in contesti “altri” da quelli tradizionali (“la mia Cafarnao”)?
3. La tentazione con cui Satana incalza Gesù fin dall’inizio del suo ministero è quella di cedere alla popolarità e al successo dei miracoli da lui compiuti. Non è forse anche questa la tentazione che accompagna la nostra persona, le nostre opere apostoliche, come pure i successi, le approvazioni, i complimenti per ciò che facciamo o che stiamo facendo?
Don Primo Gironi, ssp |