È in questa accezione che viene usato nei Vangeli, dove traduce la parola ebraica mashàl, resa generalmente con “proverbio”, ma anche con “massima”, “esempio”, “similitudine”: il libro dei “Proverbi”, che contiene tutti questi elementi, nella Bibbia ebraica è intitolato proprio Meshalìm (che è il plurale di mashàl). Il secondo significato di parabolé è quello di “curva” (che spiega così la moderna terminologia di “antenne paraboliche”). Con il racconto parabolico (cioè “a curva”, perché coinvolge chi comunica il messaggio e la risposta di chi ascolta) Gesù apre il dialogo con i suoi oppositori e avversari, per condurli a una presa di posizione nei suoi confronti. La parabola lancia un segnale, comunica un messaggio da parte di Gesù: l’accoglienza però dipende dall’adesione libera di chi ascolta.
Marco introduce il discorso in parabole con l’avverbio “di nuovo” (in greco, pàlin) che collega questo particolare insegnamento di Gesù con quanto egli aveva già compiuto precedentemente a Cafarnao. Questo avverbio (che ricorre 27 volte nel vangelo secondo Marco) ha la funzione di ricordare al lettore l’aspetto unitario dell’attività di Gesù e la continuità nello svolgimento fedele e armonico della missione affidatagli dal Padre, che qui l’evangelista concentra nell’insegnamento: “[Gesù] cominciò di nuovo a insegnare… insegnava loro molte cose con parabole e diceva nel suo insegnamento […]” (vv. 1-2). Nei destinatari di questo insegnamento Gesù si propone di suscitare l’atteggiamento dell’ascolto. È un atteggiamento che viene loro chiesto sia all’inizio della parabola del seminatore (“Ascoltate”, v. 3), sia alla sua conclusione (“Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti”, v. 9).
È un forte invito che ricalca quello rivolto a Israele nel deserto e racchiuso nel testo di Dt 6,4-9, conosciuto come Shemà Israèl (“Ascolta Israele”). Come il popolo di Israele esprime la sua adesione a Dio accogliendone la parola, così ora sono invitati a fare i discepoli e i destinatari delle parabole nei confronti della parola e della persona di Gesù. L’insegnamento ha come luogo il mare (ossia il lago di Gennèsaret). Sulla sua riva, probabilmente in una insenatura naturale a forma di anfiteatro, si assiepa la “folla enorme” dei destinatari delle parabole (enorme, perché il messaggio di Gesù deve raggiungere tutti e tutto, l’umanità intera e ogni sua epoca). La “cattedra” di questo particolare maestro non è quella della sinagoga (“la cattedra di Mosè”, simbolo dell’autorità ufficiale e sulla quale si siedono gli scribi e i farisei, Mt 23,1), ma la barca (“salito su una barca si mise a sedere”, v. 1). Non è fuori luogo vedere nel mare l’immagine del mondo, che diviene il “luogo” nel quale, prima Gesù, poi la Chiesa (la barca) annunciano il Vangelo del Regno, del perdono e della misericordia. Nella parabola del seminatore, che alcuni commentatori preferiscono chiamare “la parabola dei quattro terreni”, tutto è riferito a Gesù. La semina esprime la sua attività di predicazione, difficile e incompresa, ostacolata e rifiutata.
I diversi terreni infruttuosi sui quali il seme non ha presa, riflettono la chiusura alla predicazione di Gesù, come pure sembrano dichiararne l’inefficacia. Ma il risultato finale di un frutto inaspettato e strabiliante (“cento per uno”, v. 8) rende ragione dell’efficacia e della riuscita dell’attività di Gesù a favore del Regno di Dio. Alla luce del Salmo 126 (“Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare”) sembra di leggere in tutto questo una parabola nella parabola. Nella parabola del seminatore si inserisce la parabola del popolo di Israele che “semina nelle lacrime” (il terreno infecondo dell’esilio), ma, grazie al suo Dio, “mieterà nella gioia” (raccogliendo di nuovo i frutti nella terra dei padri, al ritorno dall’esilio). Così è per Gesù: ha seminato la Parola tra le difficoltà e il rifiuto (“nell’andare se ne va piangendo, portando la semente da gettare”), ma sa che raccoglierà il frutto della sua predicazione, grazie all’efficacia che il Padre ha donato alla sua parola (“nel tornare viene con gioia portando i suoi covoni”).
L’attività del seminatore è descritta secondo le modalità del mondo agricolo del tempo di Gesù: la semina si fa prima dell’aratura e ciò spiega la dispersione di buona parte della semente (divorata dagli uccelli, calpestata dai passanti lungo i piccoli sentieri che si snodano nel campo, soffocata dalle erbacce e dai rovi, riarsa sui sassi assolati sui quali è caduta). Il contadino perciò stava ben attento a seminare solo e possibilmente sul terreno buono, quello che, nella sua lunga esperienza di seminatore, sapeva che avrebbe portato frutto. Gesù invece nella sua “semina” (che è il suo ministero di annunciatore del Regno) non ha questa preoccupazione e il seminatore della sua parabola (che è lui, perché il seminatore che “esce” è Gesù stesso che “è uscito” dal Padre per seminare la Parola) getta la semente ovunque. Gli ascoltatori della parabola si saranno certamente stupiti di fronte a questo “spreco” nella semina da parte del contadino. Ma Dio, sembra dire Gesù, semina dappertutto, perché ovunque la semente da lui gettata (che è la sua Parola) potrebbe portare frutto. Anche gli uccelli che la beccano, chissà… potrebbero espellerla e farla cadere su un terreno fertile e lì fruttificare.
La parabola è perciò la spiegazione più adeguata che Gesù può dare della sua predicazione e del suo annuncio del Regno: il Regno è per tutti, è il seme per ogni terreno: quello fertile, che il Padre sa rendere ancora più fertile (fino a rendere “il trenta, il sessanta, il cento per uno”) e quello infecondo, al quale il Padre dà la possibilità di portare ugualmente frutto se, fuori della parabola, l’ascoltatore si apre e accoglie la sua Parola, si converte e si pone alla sequela di Gesù, il “buon seminatore” che non si è preoccupato dello “spreco” della sua semina. Gesù stesso si impegna a dare ai discepoli la spiegazione della parabola che l’evangelista Marco racchiude nei vv. 13-20, ma probabilmente si tratta più di una attualizzazione alla vita della prima comunità cristiana che, dopo la Pasqua di Gesù, nel suo impegno di evangelizzazione sperimenta le stesse difficoltà che ha incontrato Gesù durante il suo ministero in Galilea. Mentre Gesù con questa parabola manifestava la sua piena fiducia nell’azione del Padre, che a tutti dona la sua Parola, la prima comunità cristiana si sofferma sulle disposizioni di coloro che sono destinatari dell’evangelizzazione: essi personificano i differenti terreni sui quali cade il seme (la Parola). Come pure vengono evidenziati i due avversari che si oppongono alla predicazione del Regno.
Il primo è Satana: “subito viene Satana e porta via la Parola seminata in loro” (v. 15). Il secondo è l’uomo stesso, quando si lascia dominare dalla ricchezza e dallo spirito mondano (“le preoccupazioni del mondo e le passioni”): “sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza e tutte le altre passioni [che] soffocano la Parola e questa rimane senza frutto” (v. 19). Oppure, sperimentando già la prima comunità cristiana la persecuzione, i suoi membri non hanno più la forza evangelica di compiere la scelta radicale per il Signore Gesù e per la sua Parola: “al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della Parola, subito vengono meno” (v. 17). Tra la parabola narrata da Gesù (vv. 3-9) e la spiegazione che ne viene data (vv. 13-20) l’evangelista inserisce alcuni versetti che hanno lo scopo di chiarire il perché del ricorso alle parabole da parte di Gesù e il perché della loro incomprensione (vv. 10-12). La risposta a questi “perché” sembrerebbe già anticipata nel testo che abbiamo commentato più sopra e che abbiamo presentato come “la nuova famiglia di Gesù” (Mc 3,31-35). Si tratta della distinzione operata da Gesù tra quelli che “sono attorno [o intorno] a ui” e quelli che “sono fuori” e che qui viene ripresa: «Quando furono da soli, quelli che erano intorno [o attorno] a lui [Gesù] insieme ai Dodici, lo interrogavano sulle parabole. Ed egli diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del Regno di Dio; per quelli che sono fuori, invece, tutto avviene in parabole”» (vv. 10-11).
“Quelli che sono intorno a Gesù” sono quanti hanno ascoltato la sua predicazione e hanno compreso la sua missione di Figlio obbediente alla volontà del Padre. È a loro che Dio ha svelato il mistero del Regno predicato da Gesù (l’espressione con il verbo al passivo “a voi è stato dato” sostituisce il nome di Dio [= “Dio vi ha dato”]: è chiamata passivo teologico, e ricorre spesso nei vangeli). “Quelli che sono fuori” sono quanti non sono entrati nella volontà di Dio e si oppongono a Gesù e alla sua predicazione. Nel giudaismo questa denominazione era frequente per indicare anche i pagani e i giudei increduli. A tutti costoro viene applicato un testo del profeta Isaia (cfr. 6,9-10) nel quale Dio aveva previsto e permesso il rifiuto del Messia da parte dei destinatari della sua missione, esemplificando il loro atteggiamento di chiusura con la chiusura dei loro occhi e dei loro orecchi, così da non convertirsi e ottenere il perdono.
La lampada e la misura (4,21-25)
Alla spiegazione della parabola del seminatore, Marco fa seguire alcuni “detti” di Gesù (forse in origine potevano trovarsi in un altro contesto). Il primo riguarda la “lampada” (vv. 21-23). Essa diventa l’immagine della Parola predicata da Gesù, che ha lo scopo di illuminare quanti la accolgono. Viene così evidenziato il carattere missionario dell’insegnamento di Gesù in parabole: la sua Parola illumina il mondo intero, non può rimanere nascosta nel segreto delle sole coscienze, cioè “sotto il moggio” (che era un recipiente usato per misurare i cereali). È anche una parola, la sua, che illumina tutta la Chiesa, come la lampada posta sul candelabro illumina tutta la casa. Il secondo “detto” (vv. 24-25) riguarda la “misura”: “con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi, anzi vi sarà dato di più”. Si tratta qui della “misura” o dell’intensità con cui viene ascoltata e accolta la predicazione di Gesù: chi ascolta riceverà da Dio non solo in proporzione alla sua capacità di ascolto, ma in misura molto più ampia (“vi sarà dato [= “Dio vi darà”] di più”). Nell’espressione conclusiva: “perché a chi ha, sarà dato [= “Dio darà”]; ma a chi non ha, sarà tolto [= “Dio toglierà”] anche quello che ha” (v. 25) troviamo il richiamo di Gesù a custodire il dono prezioso del Regno di Dio che egli ha annunciato, per non rischiare di venire esclusi da questo Regno che il Padre ha rivelato. Infatti è possibile sprecare, disprezzare o vanificare la Parola udita. Chi vive e mette in pratica la Parola (“chi ha”) sarà capace di comprendere meglio (gli “sarà dato di più”), mentre chi l’ascolta e non l’assimila nella sua vita (“chi non ha”) ne diverrà progressivamente estraneo: gli “sarà tolto anche quello che ha” (S. Grasso).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1) Gesù è il “buon seminatore” che, obbedendo al progetto del Padre, “esce” e annuncia a tutti, indistintamente, la sua Parola. La mia testimonianza a questa Parola, che anche a me è stata annunciata, si limita al solo mio ambiente (quello del “terreno buono”, tranquillo, conosciuto, accogliente), rinunciando ad essere il “buon seminatore” che “esce” per seminare in ogni altro ambiente (quello del “terreno” ostile, lontano, superficiale, quello del rifiuto e dell’indifferenza)?
2) Come reagisco davanti all’insuccesso, al fallimento, alle difficoltà, al dubbio sulla riuscita della vocazione e della missione che il Padre mi ha affidato? Che cosa posso imparare io (e con me il mio Istituto, la Chiesa, la vita consacrata) dalla “crisi galilaica” sperimentata da Gesù e da lui superata con l’abbandono alla volontà e al progetto del Padre e con la fiducia data ai suoi tempi e ai suoi ritmi, capaci di sorprendermi con un successo ritenuto insperato?
3) Cerco di “entrare” ogni giorno nella “logica” di Dio? Oppure preferisco rimanere “fuori”, rischiando di compromettere la mia missione e di non comprenderla vanificando la “misura” di grazia con cui Dio mi ha arricchita? Come posso essere “luce” con la mia testimonianza di vita a chi mi sta vicino? Sono consapevole che ogni mia controtestimonianza priva della “luce” quanti il Signore ha messo sul mio cammino e fa di me non il candelabro che diffonde la luce, ma il moggio (il recipiente) sotto il quale la luce viene nascosta?
Don Primo Gironi, ssp