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IL VANGELO SECONDO MARCO
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Tentazione di Gesù (1,12-13)

Insieme con il battesimo anche la tentazione (per Marco occorre usare il singolare, in quanto egli non accenna alle tre tentazioni che Matteo e Luca sviluppano nel loro vangelo) fa parte degli eventi della vita di Gesù che la tradizione evangelica ha accolto concordemente (eccettuato però il vangelo secondo Giovanni, nel quale è assente il racconto delle tentazioni). Ma la presentazione che ne fa Marco, se confrontata con quella di Matteo e Luca, risulta di una estrema sobrietà. Ad esempio, il suo racconto non contiene la descrizione dettagliata con cui Matteo (4,1-11) e Luca (4,1-13) si soffermano sulle singole tentazioni, ma presenta lo “stato” di continua tentazione in cui Gesù viene a trovarsi, per opera di Satana, lungo tutto il periodo della sua permanenza nel deserto (“nel deserto [Gesù] rimase quaranta giorni, tentato da Satana”). 98 Lo studio assiduo della Parola, nella fede, apre il cuore all’infinito amore di Dio.
Matteo e Luca annotano invece che Gesù viene messo alla prova soltanto alla fine dei quaranta giorni di questa sua permanenza nel deserto («Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine [Gesù] ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”»; Mt 4,2-3; cfr. anche Lc 4,2-3). Marco vuole dunque presentare Gesù in uno “stato” continuo di tentazione che ha il suo inizio con la permanenza nel deserto e si protrarrà fino alla croce, poiché Gesù sarà sempre alle prese con la tentazione di adeguarsi “a un messianismo derivante dalle sollecitazioni umane” cui egli contrapporrà decisamente “la sua condizione di Figlio che si mantiene fedele al progetto di Dio, il Padre” (S. Grasso). Matteo e Luca invece sottolineano come Gesù, nella sua condizione umana, abbia condiviso il limite della tentazione che ogni uomo sperimenta, divenendo così solidale con tutti noi, e come, superandola, sia divenuto il nostro modello. “Proprio per essere stato messo alla prova – leggiamo nella Lettera agli Ebrei – egli [Gesù] è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (Eb 2,18; cfr. anche Eb 4,15). Nel racconto di Marco, più che il

raffronto tra Israele che nel deserto cede alla tentazione e Gesù che la supera, sembra invece emergere il raffronto tra Adamo e Gesù. Un legame con Israele è tuttavia presente nel simbolismo del numero quaranta, che caratterizza la durata della permanenza nel deserto – con prove e tentazioni – sia di Gesù (“nel deserto [Gesù] rimase quaranta giorni, tentato da Satana”) sia del popolo biblico (“Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi”; Dt 8,2; cfr. anche Nm 14,33-34). Nella tradizione biblica si può dire che il numero quaranta, come abbraccia l’intero arco dell’esistenza dell’uomo, così diventa il simbolo delle esperienze di un popolo (come Israele che viene formato da Dio nei quarant’anni del deserto per diventare il suo “popolo eletto”), sia della singola persona e della sua missione (come Mosè che rimane quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai per essere preparato da Dio alla missione ricevuta a favore del suo popolo [Es 34,28], come i quaranta giorni del cammino del profeta Elia nel deserto [1Re,19,8] e ora come Gesù, che viene preparato dal Padre alla sua obbedienza di Figlio e alla fedeltà al progetto di salvezza che comporta l’umiliazione e la croce). Il cedimento di Adamo alla tentazione del serpente ha alterato profondamente il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e le altre creature. Gesù che “stava con le bestie selvatiche” è contrapposto all’Adamo delle origini e al suo ambiente vitale, sul quale il peccato ha provocato la maledizione del Signore Dio (cfr. Gen 3,14-19).
Il richiamo al mondo degli animali selvatici (ma il termine greco therìon qui usato indica anche gli animali feroci) riconciliati con l’uomo evoca i testi che descrivono la pace messianica che inonderà il mondo rinnovato dal Messia e riscattato dal peccato che tutto ha sconvolto (“Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà”; Is 11,6; cfr. anche i vv. 7-8). Mentre Adamo viene come “calpestato” dal serpente che nel giardino di Eden ha ordito la tentazione, Gesù che vince la tentazione di Satana nel nuovo Eden, che è il deserto, porta a compimento la promessa della vittoria fatta dal Signore Dio all’orante dei Salmi: “Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi” (Sal 91,13). Marco chiama il tentatore con il nome di Satana, che nella lingua ebraica ha il significato di “accusatore”, “avversario”. Satana è il termine che Marco sempre adotta per indicare il diavolo o il tentatore. Infatti lungo il suo vangelo, a differenza di quanto leggiamo in Matteo e in Luca, non ricorre mai “diavolo” (dal greco diàbolos, termine che significa “colui che separa” [da Dio], “colui che accusa” [l’uomo]). Ma bisogna anche dire che nel Nuovo Testamento Satana e diavolo designano la stessa persona e perciò sono due termini interscambiabili (come avviene nel racconto delle tentazioni trasmesso da Matteo e da Luca, i quali usano indifferentemente i due termini).
A Satana, conosciuto dalla tradizione biblica come nemico e accusatore dell’uomo (“l’accusatore dei nostri fratelli”, “colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte”, lo chiama l’autore dell’Apocalisse [12,10] rifacendosi a Gb 1,6 e a Zc 3,1-2) vengono contrapposti gli angeli, cioè quegli spiriti celesti che (come testimonia il libro di Tobia) agiscono a favore dell’uomo: “gli angeli lo [Gesù] servivano”. Il verbo greco diakonèo qui usato per indicare il “servizio” reso a Gesù dagli angeli è il verbo che indica nella prima comunità cristiana il “servizio alle mense” (cfr. At 6,2: il servizio alle mense da parte dei diaconi a favore dei poveri; Lc 10,40: il sevizio alla mensa da parte di Marta all’ospite Gesù). Nella tradizione evangelica modello di questa diaconia (o servizio) è Gesù stesso, che “non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Ma è interessante notare che la stessa tradizione vede un modello del servizio nelle donne “che seguivano Gesù e lo servivano” (Mc 15,41; cfr. anche Lc 8,3), un servizio che Marco vede già operante all’inizio del ministero di Gesù, quando la suocera di Pietro, da lui guarita, si alza e serve lui e i discepoli (“la febbre la lasciò ed ella li serviva”; Mc 1,31) e vede concludersi proprio sotto la croce (“Vi erano anche alcune donne… le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano”; Mc 15,40-41).
Che sia per Marco questo servizio delle donne a Gesù un prolungamento del servizio degli angeli nel deserto? Gli angeli “procurano il cibo” a Gesù nel deserto, come già nel deserto era avvenuto con Elia (1Re 19,5-8). Il loro “servizio” acquista il significato di una particolarissima assistenza nei confronti di Gesù da parte del Padre, come era stato promesso all’orante dei Salmi: “Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie. Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra” (Sal 91,11-12: Matteo e Luca esplicitano questo testo nel loro racconto delle tentazioni). E poiché gli angeli sono coloro che obbediscono alla volontà di Dio (“potenti esecutori dei suoi comandi, attenti alla voce della sua parola” sono chiamati in Sal 103,20), la loro presenza in questo racconto rivela già per Marco chi sia il nemico di Gesù lungo tutto il suo vangelo (è Satana, che si oppone alla volontà di Dio) e chi siano invece i suoi sostenitori (sono gli angeli, obbedienti alla volontà di Dio). È ciò che avviene anche nella vita del cristiano. Infatti collocando il racconto della tentazione dopo il battesimo di Gesù, Marco vuole trasmettere un messaggio importante per il cristiano che ha ricevuto il battesimo: nella sua esistenza di battezzato sperimenterà anch’egli la prova e la tentazione, ma la vittoria di Gesù è già la sua vittoria.

Inizio del ministero di Gesù (1,14-15)

“Il tempo è compiuto e il regno dei cieli è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo” sono le prime parole di Gesù che incontriamo nel vangelo secondo Marco. Sono anche le parole programmatiche di Gesù, che con la sua predicazione e con il suo operare condurrà tutti noi a capire il significato della vicinanza e la natura del regno di Dio da lui rivelato e annunciato. La rivelazione del regno di Dio, infatti, avviene – come afferma la costituzione conciliare Dei Verbum – “con le parole e con le opere, con i segni e con i miracoli” (n. 4). “Il tempo” non è qui il generico scorrere dei giorni e degli anni (che i greci chiamavano chrònos), ma è un tempo ben determinato e preciso, è l’occasione da non perdere, che corrisponde al termine greco kairòs. È questo il termine qui usato da Marco. Con esso l’evangelista indica l’ultimo periodo della storia della salvezza, quello definitivo, “compiuto” con l’entrata di Gesù nella nostra storia. È al suo Vangelo che ora occorre convertirsi (“convertitevi e credete nel Vangelo”), cioè operare un cambiamento radicale della propria esistenza, come indica nella lingua greca del Nuovo Testamento il verbo metanoèin (“cambiare la mente, la vita”). Si tratta perciò di trasformare profondamente il modo di pensare e di vivere alla luce del Vangelo di Gesù. “Credere” ha sulle labbra di Gesù il significato forte che questo verbo ha nella storia di Abramo, il cui atteggiamento di fede ci viene proposto come modello (“Egli [Abramo] credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia”; Gen15,6; cfr. anche Rm 4; Eb 11,8-17). Marco dunque presenta l’inizio del ministero di Gesù nel momento in cui si conclude (o si “compie”) la storia della salvezza (“il tempo è compiuto”), che ha avuto il suo ultimo “profeta” in Giovanni Battista, ormai uscito dalla scena: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea”. Notiamo anche qui l’uso dello stesso verbo paradìdomi (in greco, “consegnare, tradire”, tradotto qui con “arrestare”) per il Battista che conclude la sua missione e per Gesù che conclude egli pure la sua missione con l’essere “consegnato/tradito” da Giuda (Mc 14,10). Marco infine presenta Gesù che, uscito vittorioso dalla tentazione e rafforzato nella sua obbedienza filiale al Padre, non esita a proporre questi stessi suoi atteggiamenti a quanti si apriranno al suo Vangelo, primi fra tutti i discepoli che egli chiama, come vedremo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Come per Gesù, anche per noi la grande tentazione è quella di cedere alle sollecitazioni umane del successo, del plauso, del primo posto e del rifuggire da ogni sofferenza o difficoltà. Sull’esempio di Gesù so riportare vittoria su tutto ciò e so orientare tutte le mie forze esclusivamente al compimento fedele e quotidiano della volontà del Padre?

2) Gesù ha riconciliato l’uomo e il mondo a Dio vincendo la tentazione. Il lavoro spirituale che compio in me stessa per vincere ogni genere di tentazioni mira alla vanagloria o mi spinge a lo- 104 dare Dio per la sua grande misericordia verso di me?

3) A quale aspetto della nostra vita (personale e di gruppo) può riferirsi il richiamo di Gesù alla conversione? Come possiamo testimoniare oggi che noi crediamo nel Vangelo e non nelle nostre forze, nelle nostre opere, nelle nostre doti e qualità?

Don Primo Gironi, ssp

 

 

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