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IL VANGELO SECONDO MARCO
(4)



Battesimo di Gesù (1,9-11)

È con il racconto del battesimo e il breve testo della tentazione nel deserto che Marco introduce la figura di Gesù. Egli infatti, a differenza di Matteo (1,1-2,23) e Luca (1,1-2,52), non dà inizio al vangelo con i racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù, ma con la predicazione del Battista. Questa assenza in Marco si può spiegare perché il particolare messaggio su Gesù che Matteo e Luca intendono trasmettere con i racconti dell’infanzia viene da lui affidato alla scarna sintesi (ricca però sotto l’aspetto teologico) posta all’inizio del suo vangelo: Gesù è il Cristo, è il Figlio di Dio (cfr. Mc 1,1). Ricevendo il battesimo, Gesù conclude l’esperienza prolungata nell’ambiente di Nazaret “dove – come annota l’evangelista Luca – era cresciuto” (Lc 4,16). Marco non accenna a questo ampio arco dell’esistenza di Gesù se non con qualche riferimento successivo lungo il suo vangelo, come l’allusione al mestiere da lui esercitato a Nazaret e ai membri della sua famiglia e del suo parentado (“Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”; Mc 6,3).
Tuttavia egli lascia intendere che questo lungo periodo trascorso a Nazaret è stato per Gesù una preparazione intensa alla sua missione, come appare dalle parole racchiuse nella teofania (o manifestazione di Dio) che segue immediatamente il suo battesimo (“Venne una voce dal cielo”). Infatti questa preparazione è caratterizzata dalla profonda relazione filiale che unisce Gesù al Padre e che viene proclamata nel momento del battesimo (“Tu sei il Figlio mio, l’amato”) e dalla totale obbedienza alla sua volontà, così da renderlo a lui gradito (“in te ho posto il mio compiacimento”). Il battesimo è per Marco la prima manifestazione pubblica di Gesù, che Giovanni aveva indicato come “il più forte”, ispirandosi probabilmente sia alla concezione corrente del messianismo (la vittoria del Messia sui dominatori romani), sia alla corrente apocalittica (che riteneva imminente il giudizio inesorabile del Messia sui peccatori, come appare nelle roventi parole del Battista in Mt 3,7-12).

Marco invece non esita a delineare fin da questa prima manifestazione i tratti di quel messianismo umile e sofferente che Gesù già dal silenzio di Nazaret si era proposto di abbracciare. Il primo tratto è visibile nel luogo di provenienza di Gesù: “In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea”. Nazaret è una località sconosciuta, mai nominata nei libri biblici e che nel Nuovo Testamento, dove appare con più frequenza, è ritenuta insignificante (“Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”; Gv 1,46). La Galilea è la regione di confine, con infiltrazioni pagane e con la presenza di razze diverse (Matteo la chiama “Galilea delle genti”, cioè dei pagani peccatori, non appartenenti al popolo biblico; cfr. Mt 4,15). Lo sfondo della prima manifestazione di Gesù non è quindi la città santa di Gerusalemme, né lo è la regione “regale” della Giudea, ma lo sfondo umile e spoglio di Nazaret e della Galilea (a questo “sfondo” Marco affida quel messaggio di povertà e di umiltà che Matteo e Luca trasmettono con i racconti della nascita e dell’infanzia di Gesù). Un altro tratto con cui Marco caratterizza l’umiltà della prima manifestazione di Gesù è visibile nella sua sottomissione a Giovanni nel ricevere il battesimo. Matteo nel racconto parallelo descrive la sorpresa e la reazione del Battista di fronte a Gesù che si mette nella fila dei peccatori e come uno di loro chiede a lui di essere battezzato: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?” (Mt 3,14). Ma Gesù sa che la via dell’umiltà è la via che gli ha tracciato il Padre e il percorrerla significa per lui fare la volontà del Padre.
Lungo il suo vangelo Marco insisterà sul valore della via dell’umiltà (che conduce al servizio dei fratelli fino a dare la vita per loro) e sulla necessità di percorrere la via tracciata dal Padre, che è la via del compimento della sua volontà. È per questo che Marco nelle sue pagine presenterà frequentemente Gesù “lungo la via” o “mentre è in cammino” (Mc 2,23), perché questa è un’immagine (o metafora) per esprimere il compimento della volontà del Padre, che è percorrere la “via” della croce. Come pure “lungo la via” vengono presentati i discepoli e quanti seguono Gesù nel compiere, sul suo esempio, la volontà del Padre (cfr. Mc 10,32). Sullo sfondo di umiltà che avvolge l’umanità di Gesù ecco apparire ora la grande teofania (o manifestazione di Dio), che comprende l’aprirsi dei cieli (“uscendo dall’acqua [Gesù] vide squarciarsi i cieli”), la discesa dello Spirito (“[vide] lo Spirito discendere verso di lui come una colomba”) e la voce dal cielo («E venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”»).
Lo scopo della teofania è per Marco quello di rivelare la vera identità di Gesù, che l’orizzonte della sua condizione umana nasconde nei tratti dell’umiltà e della ferialità. L’aprirsi del cielo (o dei cieli, termini intesi come sostitutivi del nome sacro di Dio) è un’immagine cara alla tradizione biblica che con essa intende il rivelarsi di Dio all’uomo. Mentre a Israele che “usciva” dalle acque del Mar Rosso, Jhwh si rivelava come Liberatore e Salvatore, ora a Gesù che “esce” dalle acque del fiume Giordano, Dio, con la voce che “esce” dai cieli e li “squarcia”, si rivela come Padre, Padre suo e di tutta l’umanità, con la quale Gesù si è fatto solidale ricevendo il battesimo di conversione. Il testo biblico che ispira Marco sembra essere Is 63,19: “Se tu [Dio] squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti”. Con la discesa dello Spirito Marco vuole sottolineare che Gesù di Nazaret è il Messia atteso e ora presente. Infatti il dono dello Spirito, nella predicazione dei profeti, è quello di cui maggiormente viene dotato il Messia: “Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2; cfr. anche Is 61,1-2; Lc 4,16-19). Il paragone “come una colomba” indica la permanenza dello Spirito su Gesù (l’evangelista Giovanni completa questo paragone usando il verbo “rimanere”: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui [Gesù]”; Gv 1,32-33). La colomba infatti rimane nel nido con i suoi piccoli e non si allontana da loro. Più in particolare nella Bibbia la colomba designa ora Israele (cfr. Os 11,11), ora lo Spirito di Dio che si librava sulle acque primordiali (cfr. Gen 1,2), come si legge in un antico testo rabbinico: “Lo Spirito di Dio sorvolava sulla superficie delle acque come una colomba che cova sui suoi nati senza toccarli”.
Ma il termine “colomba” nella lingua ebraica dà origine anche a un curioso accostamento. Infatti l’ebraico jonàh (“colomba”) è anche il nome del profeta Giona, il primo missionario inviato da Dio ad annunciare alla città pagana di Ninive la conversione e la salvezza. Nell’episodio del battesimo, dunque, sembra racchiusa anche la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre, come Giona ricevette la missione di profeta. Lo Spirito che discende su Gesù colloca la sua missione nel contesto della missione dei profeti biblici e in modo particolare nel contesto della missione del Messia, come è formulata in Is 61,1: “Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a proclamare l’anno di grazia del Signore…” (cfr. anche Lc 4,18-19 che applica direttamente a Gesù e alla sua missione questo testo).
Con le parole della teofania (“Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te mi sono compiaciuto”) Marco intende confermare quanto già ha detto di Gesù all’inizio del vangelo: Gesù è il Figlio di Dio. Questa conferma viene qui rafforzata con il riferimento all’oracolo messianico di Sal 2,7: “Tu sei mio Figlio” e al testo di Is 42,1: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio”. Il termine “servo” designa nel libro del profeta Isaia un personaggio misterioso che ha ricevuto da Dio la missione di offrire se stesso in sacrificio per la salvezza di molti e per addossarsi le loro iniquità (cfr. Is 53,11-12). Nella cristologia del Nuovo Testamento il progetto di salvezza dell’umanità non è più affidato da Dio a un “servo” (termine che nei testi biblici indica “un uomo di Dio”), ma al Figlio suo stesso, che vi aderisce pienamente fino al sacrificio di sé e alla sua offerta sulla croce (“Egli [Dio] non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”; Rm 8,32). L’attributo “l’amato” (in greco, o agapetòs) nella tradizione biblica è riferito a Isacco, nato da Abramo e Sara (Gen 22,2: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami [nel testo greco, o agapetòs] Isacco”). Nella tradizione evangelica questo attributo entra a far parte della cristologia, che vede in Isacco amato dal padre Abramo Gesù stesso amato dal Padre celeste e nel sacrificio di Isacco (che però non viene immolato) la figura del sacrificio di Gesù che viene immolato, lui sì, sulla croce. Le parole della teofania battesimale che rivelano la vera identità di Gesù come “Figlio di Dio” sono centrali nella cristologia di Marco: esse appaiono, oltre che in questo episodio iniziale del battesimo, anche nella parte centrale del vangelo nell’episodio della trasfigurazione (“Questo è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”; Mc 9,7) e nella conclusione del vangelo con la confessione di fede del centurione (“Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”; Mc 15,39).

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) L’umile luogo di provenienza di Gesù che da Nazaret si reca al Giordano da Giovanni e la sua sottomissiome allo stesso Battista sono i primi segni dell’umiltà che caratterizzerà tutta la vita di Gesù. Ha un posto anche nella nostra vita questa virtù?

2) La solidarietà di Gesù verso tutti noi, concretizzata nel suo mettersi nella lunga fila dei peccatori in attesa del battesimo di conversione, come si esprime nella nostra vita, nella nostra preghiera, nelle nostre opere e nella missione del nostro Istituto?

3) Penso spesso al Battesimo come inizio e sorgente della mia chiamata, della mia missione e della mia presenza nella Chiesa e nell’Istituto?

Don Primo Gironi, ssp

 

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