Il quarto riguarda la legge dell’osservanza del sabato (2,23-28). Il quinto verte ancora sul sabato e sul potere che su di esso ha Gesù, fino a compiere ciò che la legge degli uomini aveva proibito di fare in quel giorno (3,1- 12: una guarigione in giorno di sabato). All’orizzonte di questi contrasti (gli studiosi li chiamano “controversie galilaiche”, in contrapposizione a quelle che Gesù avrà in Giudea, a Gerusalemme, prima della Passione; cfr. Mc 11-12) si profila già la Croce, verso cui è proteso il cammino di Gesù lungo tutto il racconto di Marco (“I farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui [Gesù] per farlo morire”; Mc 3,6). Il primo contrasto evidenzia subito un diverso modo di porsi davanti al miracolo di guarigione di un paralitico che Gesù compie (con ogni probabilità) nella casa di Pietro a Cafarnao, dove egli si è di nuovo recato. Da una parte si colloca la folla con il suo carico di aspettative e di speranza nei confronti del Messia atteso. Marco non esita ad annotare tutto ciò lasciandosi sopraffare dall’entusiasmo e dall’enfasi (“si radunarono tante persone che non vi era più posto, neanche davanti alla porta”) e riportando alla memoria dei lettori il curioso espediente che la grande ammirazione per Gesù suggerisce ai barellieri (“non potendo portargli il paralitico, scoperchiarono il tetto e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico”).
Questo espediente era stato reso possibile dalla facilità con cui, nelle modeste case palestinesi, si poteva praticare un’apertura nel tetto (o terrazza), essendo questo composto da terra battuta mista a canne e a leggeri travetti di legno. Luca, nel riportare questo miracolo di Gesù (5,17- 26), parla di un’apertura fatta “attraverso le tegole”, perché egli ha in mente la copertura delle case greco-romane. Matteo, invece, non accenna allo scoperchiamento del tetto (cfr. Mt 9,1-8). Le parole di “guarigione” che Gesù pronuncia sul paralitico risultano sconvolgenti: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”. L’interessamento di Gesù non va innanzi tutto alla guarigione fisica, ma alla reintegrazione di tutto l’essere del paralitico, corpo e spirito. La folla dei presenti si accalca perché forte è la sua aspettativa miracolistica, che essa pensa venga appagata da Gesù con un gesto straordinario, che però Gesù non compie subito. Egli infatti intende concentrare l’attenzione dei suoi ascoltatori sulla vera radice del male.
Il vero male non è quello fisico (come la malattia da cui è colpito il paralitico), ma quello originato dal peccato, portatore di una paralisi più grave che non permette all’uomo di camminare alla luce della Parola e della Volontà del Padre. Ed ecco dall’altra parte, in contrapposizione alla folla, gli scribi, che l’evangelista coglie in un atteggiamento di chiusura espresso con il verbo “stare seduti” (“erano seduti là alcuni scribi”). Gli scribi, come già abbiamo visto, erano gli interpreti ufficiali delle Scritture sacre (il termine greco grammatèus con cui sono chiamati allude alla loro perizia nel leggere e nello scrivere). Conoscendole, subito essi “stando seduti” (immagine qui di un tribunale virtuale, dove il giudice “siede” per pronunciare la sentenza) rivolgono contro Gesù queste stesse Scritture “in cuor loro” (qui il cuore indica la sede dove hanno origine il pensiero e la parola, il bene e il male, il giudizio e la condanna), perché si è arrogato il potere di perdonare i peccati, un potere che spetta a Dio solo. Forse Gesù, essi pensano, non ricorda le chiare parole dei Salmi (“Egli [Dio] perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue malattie” [Sal 103,3])? Oppure ha dimenticato la teologia del profeta Isaia (“Io [Dio], io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati” [Is 43,25])? Ecco, essi concludono sempre “stando seduti” (e qui lo “stare seduti” diventa immagine di supponenza), Gesù è uno che bestemmia e, come insegna il libro del Levitico, merita la condanna capitale (“Chi bestemmia il nome del Signore, dovrà essere messo a morte: tutta la comunità lo dovrà lapidare”: Lv 24,16).
E, sempre in cuor loro, pronunciano la condanna: “Perché costui parla così? Bestemmia!” (è quasi un anticipo della sentenza di morte che contro Gesù pronuncerà il sommo sacerdote nel momento della passione: Mc 14,64). Ma Gesù non ha dimenticato la verità delle Scritture. Egli stesso, usando il verbo al passivo (“ti sono perdonati i peccati”), condivide questa verità e riconosce che il potere di perdonare i peccati appartiene a Dio: il verbo al passivo, infatti, nei testi biblici è uno dei modi di esprimere Dio senza nominarlo direttamente come prescriveva in Es 20,7 il terzo comandamento del Decalogo (quindi: “Dio ha perdonato i tuoi peccati”). Nello stesso tempo però Gesù non esita a presentarsi come il “Figlio dell’uomo” che il Padre ha investito di questa prerogativa divina, rendendolo capace sia di donare il perdono dei peccati sia di operare la guarigione del paralitico (“…il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra”).
Forte di questa duplice investitura, Gesù diventa ora lui il giudice che siede su un tribunale non più virtuale e supponente (sul quale “stanno seduti” gli scribi), ma reale, sul quale “siede” ora lui e pronuncia le parole messianiche del perdono e della guarigione che coinvolgono l’uomo nel corpo e nello spirito: “Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico – àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”. Il titolo “Figlio dell’uomo” (che nel Vangelo di Marco appare come il titolo cristologico più frequente [14 volte] sulle labbra di Gesù) evoca un testo a forte tinta messianica del libro di Daniele (7,13-14), che Gesù applicherà a se stesso anche nel momento della passione (“Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”: Mc 14,62).
Il titolo “Figlio dell’uomo”, se da una parte indica la condizione umana e limitata di Gesù (nella lingua ebraica infatti “figlio dell’uomo” [ben adàm; ma anche nella lingua aramaica parlata da Gesù: bar enashà] significa semplicemente “uomo”, come si legge con frequenza nel libro del profeta Ezechiele), dall’altra assume un forte significato messianico che, riferito a Gesù, indica la sua autorità di giudice dell’uomo e della storia. Nei Vangeli infatti questo titolo compare particolarmente in un contesto “giudiziale”, come in Mc 13,26-27, che descrive il Figlio dell’uomo nell’atto di pronunciare la sua sentenza di salvezza per tutti, formulata mediante il verbo “radunare” (“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria… Egli radunerà i suoi eletti [= tutti i salvati] dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”). Come “Figlio dell’uomo” Gesù rivela perciò ai suoi ascoltatori che ora Dio è qui nella sua persona e proprio attraverso l’agire, il parlare, il guarire e il perdonare del Figlio, egli inaugura il tempo messianico, caratterizzato dalla liberazione- guarigione dal peccato. Proprio per questo l’episodio del paralitico guarito e perdonato, collocato agli inizi della predicazione di Gesù, diventa l’immagine sia dei catecumeni sia di tutti noi che veniamo guariti dal Signore Gesù dalle nostre molte paralisi (con tutto ciò che esse significano nell’ambito dello spirito) che ci impedirebbero di camminare “subito” lungo la strada che man mano Gesù andrà indicando in questo Vangelo che Marco ci ha trasmesso.
La chiamata di Levi (2,13-17)
Al miracolo di guarigione del paralitico segue la chiamata di un nuovo discepolo – Levi – da parte di Gesù. Questo episodio è conosciuto da tutta la tradizione sinottica, cioè quella raccolta di testimonianze su Gesù che troviamo nei Vangeli secondo Matteo, Marco e Luca, chiamati sinottici (perché “con uno sguardo di insieme” [in greco synòpsis, da cui sinottico] se ne possono cogliere le somiglianze). Ma sorprende che mentre Marco e Luca chiamano questo discepolo con il nome di Levi (“Levi, figlio di Alfeo”, leggiamo in Mc 2,14 e “un pubblicano di nome Levi” in Lc 5,27), il primo evangelista lo chiama Matteo (“Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte”: Mt 9,9). Se poi leggiamo l’elenco che dei dodici apostoli fanno questi tre evangelisti (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19: Lc 6,12-16) vediamo che vi compare solo il nome di Matteo. Di Levi non vi è più traccia. Probabilmente si tratta della stessa persona che, come era frequente nell’ambiente ebraico, poteva avere due nomi (pensiamo ad esempio a Saulo/Paolo, a Simone/Pietro ecc.). Gli evangelisti potrebbero essersi ispirati ora a una tradizione che privilegiava il nome di Levi, ora a un’altra che privilegiava quello di Matteo (pensiamo anche a Natanaele/Bartolomeo: in Gv 1,45-49; 21,2 appare il nome Natanaele; in Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14 appare il nome Bartolomeo).
Al lettore non sfugge il filo conduttore che unisce questo episodio di chiamata al miracolo di guarigione del paralitico, appena narrato. Innanzi tutto si coglie l’annotazione dello “stare seduto”, che è riferita sia agli scribi che assistono al miracolo di Gesù (“erano seduti là alcuni scribi”; Mc 2,6), sia a Levi presentato nel suo ruolo di esattore, “seduto” al banco delle imposte. La differenza che li separa è che gli scribi rimangono nel loro atteggiamento di chiusura, insensibili allo sguardo di Gesù e alle sue autorevoli parole, mentre in Levi lo sguardo di Gesù (“vide”) e la sua parola autorevole («Gli disse: “Seguimi”») creano immediatamente la sequela (“Egli si alzò e lo seguì”). L’alzarsi di Levi, contrapposto allo “stare seduti” degli scribi, diventa l’immagine di una risurrezione (il verbo greco anìstemi, “alzarsi”, qui usato, è uno dei verbi che insieme con eghèiro – che abbiamo già incontrato – indicano la risurrezione di Gesù), che traccia un nuovo cammino per lui (il cammino del discepolato), come aveva tracciato un nuovo cammino al paralitico guarito (“Quello si alzò [qui è usato il verbo greco eghèiro] e subito… sotto gli occhi di tutti se ne andò”; Mc 2,12).
È, questa, una risurrezione cui gli scribi si sono chiusi con il loro rifiuto di Gesù e della sua rivelazione sul perdono. In secondo luogo si coglie in questo episodio di chiamata il filo conduttore del perdono dei peccati e dell’accoglienza dei peccatori (Marco vi si era soffermato nel racconto della guarigione del paralitico, in 2,5-11). Tutto ciò è reso visibile nella condizione del personaggio che Gesù chiama alla sua sequela: Levi infatti è un “pubblicano” (lo indica l’espressione “seduto al banco delle imposte”). I pubblicani erano, nel contesto dell’amministrazione romana, gli esattori delle imposte sui territori conquistati. Il loro nome deriva dall’incarico ottenuto dagli occupanti romani di riscuotere il denaro “pubblico” (da cui il nome “pubblicani”, di origine latina; mentre nel greco dei Vangeli sono chiamati telònai, da telos, “tassa”).
A motivo di questa loro professione, i pubblicani erano dai loro connazionali considerati collaborazionisti dei romani e traditori; sotto l’aspetto religioso erano considerati peccatori (per le ruberie, le estorsioni e i soprusi che compivano) e impuri (essendo a contatto con i pagani, non avevano le disposizioni richieste per il culto); sotto l’aspetto sociale non erano ammessi a testimoniare in tribunale e non era permesso sedersi a tavola con loro (chi lo avesse fatto sarebbe subito incorso nell’impurità rituale, quindi escluso dal culto). Con la chiamata di Levi il pubblicano, Gesù manda in frantumi una simile concezione dell’uomo, ispirata non al progetto di Dio, ma a una religiosità ancora imperfetta. Ma è soprattutto nella familiarità conviviale che Gesù instaura con i “molti pubblicani [forse colleghi o dipendenti di Levi] e peccatori” sedendo insieme a tavola che appare il gesto di frattura tra lui e la religiosità degli “scribi dei farisei [gli scribi appartenevano in gran parte al gruppo dei farisei]”. Condividere la mensa con i pubblicani e i peccatori significava, per questa religiosità, condividerne anche lo stile di vita e approvarlo. Gesù non intende approvare un particolare stile di vita, ma condividere con queste categorie di emarginati dalla religiosità ufficiale il progetto di Dio, che è salvezza, è perdono, è accoglienza per tutti. In Gesù che guarisce e accoglie, che siede a mensa e chiama, appare l’immagine visibile del Padre che come “medico” si china su ogni creatura uscita buona dalle sue mani ma spesso ferita dalle molte piaghe del peccato: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17). Con queste parole giustamente Gesù risponde alla domanda della religiosità ufficiale: “Perché [Gesù] mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?” (Mc 2,16).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1. Quale “lezione” possiamo apprendere dal diverso atteggiamento che hanno gli scribi e la folla nei confronti dell’opera di salvezza e di guarigione che anche oggi Gesù continua a compiere in mezzo noi?
2. Nel nostro rapportarci a Gesù sappiamo esprimere anche la preghiera di ringraziamento e di lode per la sua opera di guarigione dalle molte ferite e paralisi spirituali che ci ostacolano nel cammino della fede, nella costruzione del Regno, nella edificazione della Chiesa, nella vitalità del nostro Istituto, nell’amore verso il prossimo?
3. Quanto è ancora presente e operante in noi la “religiosità ufficiale”, che ci chiude alle povertà spirituali e alle ferite di molti nostri fratelli e sorelle e ci impedisce di accoglierli, condividerne i disagi e considerarli, sull’esempio di Gesù, alla luce del progetto di Dio, Padre, Creatore e Medico?
Don Primo Gironi, ssp |