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DAL DONO AL CARISMA:
ANDATA E RITORNO

 

Era un gioco. Mi piacevano le assonanze, i ritmi, le rime; la mia attitudine alla musica trovava un ambito adatto nel mettere insieme parole che avessero dei suoni in comune.
Facevo le elementari. Fissavo sulla carta le immagini del mio mondo di bambina: versi che ignoravano la metrica ma che, pure se scritti “a orecchio”, ritraevano piacevolmente i miei genitori, il gatto di casa, qualche amichetta; oppure descrivevano le vacanze: il mare, il paese del mio papà, la città semi deserta… Rime semplici, graziose, senza un contenuto particolare. A quell’età non avevo una grande introspezione né sapevo di avere un’anima, e il mondo degli adulti mi sembrava una bella storia ancora lontana da vivere. Crebbi, e continuai a comporre poesie. Cominciai a contare le sillabe, arricchii il vocabolario e imparai a usare qualche figura retorica. Scrissi, in quel periodo, Alla luna: mi divertì molto. Nella giovinezza il gioco cambiò: si trattava ora di comunicare pensieri, di suscitare riflessioni, di trasmettere dei contenuti e di svegliare delle emozioni sopite. Continuai a usare il linguaggio della poesia perché mi

affascinava; solo questo tipo di composizione si presta a diverse “letture”: l’interpretazione di una poesia spesso non è univoca. Fu il tempo di Amare sempre, Il nuovo giorno, Piccola meditazione. Affrontai anche il tema dell’ispirazione, e nacque Incipit, con cui cominciai felicemente a sperimentare versi liberi, non legati né a rime né a conteggi sillabici, ma scanditi unicamente dal ritmo. Tuttavia, con la consapevolezza metrica acquisita, ho preferito poi tornare a versi classicheggianti, con rime baciate o alternate, in uno stile semplice e immediato: il gusto della musicalità e la ricerca di una comunicazione sempre più efficace sono stati elementi determinanti in questa scelta. Venne il momento in cui la mia poesia acquisì definitivamente una connotazione religiosa. Leggevo sempre la Sacra Scrittura e frequentavocon assiduità un gruppo biblico giovanile che si riuniva settimanalmente. Abbiamo letto e commentato insieme anche il vangelo di Luca; allora scoprii che, nel brano dell’istituzione dell’Eucaristia, quando Gesù dice: “Fate questo in memoria di me”, quello che è stato tradotto con un generico “fate” corrisponde in greco a un poiéte, che significa contemporaneamente: fate, costruite, inventate, generate, partorite “questo Corpo in memoria di me”.
Fu una folgorazione. Io, cresciuta facendo un po’ di adorazione ogni giorno prima di entrare a scuola; io, che avevo scoperto come solo una vita donata può portare a una vita nuova; io, che cercavo di capire sempre meglio come vivere in maniera eucaristica… tutt’a un tratto scoprivo che per me si trattava solo di fare poesia. Infatti, se vita eucaristica e poietica coincidono, il passo verso un’esistenza poetica è breve. Prima di ogni altra cosa, dovevo cambiare lo sguardo. Poesia è guardare il mondo con ammirazione, e stupirsi di tutto. Poesia è non intrappolare gli altri in giudizi o pregiudizi, ma credere che tutti possono cambiare, e migliorarsi. Poesia è mantenersi aperti a grandi sogni, perché Dio può tutto. Poesia è vivere coi piedi per terra e il cuore in cielo. Poesia è concretezza. È poesia costruire ponti per incontrare gli altri e perché anch’essi si incontrino tra loro; ancora più bella è la poesia che rende noi stessi dei ponti, fatti per essere attraversati: è una delle mie gioie più intime quando, dopo un percorso fatto insieme, finalmente l’altro incontra Gesù o cresce nell’intimità con Lui, spesso dimenticandosi del “ponte” che si lascia alle spalle. Poesia è preghiera d’intercessione; è dono di sé; è la fantasia che inventa nuovi modi di amare e rinnova i rapporti. E si potrebbe continuare.
I miei versi – meditazioni e preghiere – mi riempiono di stupore. Comincio con un’idea e strutturo nella mia mente quello che penso di dover comunicare, ma la poesia si evolve sempre in maniera diversa, come se avesse una vita propria. Rileggere me stessa è una sorpresa che spesso mi fa pensare: “Non riuscirò più a scrivere così”. E sento la mia pochezza, ma anche l’amore di Dio. L’ispirazione non nasce mai mentre sono raccolta nella tranquillità della mia stanza, circondata da tutti i miei libri, cercando un’idea o prendendo appunti su quello che penso di scrivere; nasce nelle strade e nelle piazze, al mercato, nelle scuole o negli ospedali, negli uffici… in mezzo alla gente, insomma, e spesso scrivo l’abbozzo di una poesia sul cellulare, invece che sulla carta, durante i miei spostamenti in metropolitana. C’è però naturalmente un tempo in cui sono seduta alla scrivania, e lì tutto ciò che serve, per tirare fuori qualcosa di buono, è che io sia nella verità e faccia in me quel vuoto che subito Dio riempie con il Suo Amore.
Nel vuoto dell’anima, l’amore di Dio mi fa intuire il progetto di quello che sto per scrivere: la mente lavora in un’altra luce, con una lucidità e un equilibrio che in altri momenti non ha. Allora mi sento unita al Gesù che è in me e al Gesù che è in tutti quelli che mi leggeranno: Lui sa come e quando raggiungere ciascuno e così, fra Dio, me e tutti i miei lettori, si stende già una rete di amore soprannaturale. A questo punto, ho ancora una sola cosa da dire. Scrivere – e scrivere poesia in particolare – è una funzione mariana. Il poeta, come Maria, deve solo donare la sua umanità a Gesù, con la trasparenza che permette a Gesù di manifestarsi nei suoi versi. In un certo senso, Gesù diventa il testimone di Se stesso. E allora io, alla fine di un componimento, quando l’ho redatto in forma definitiva, sento tanta incertezza nello scriverci sotto il mio nome. Diverse volte, infatti, ho distribuito qualche paginetta non firmata perché, considerando ogni aspetto della mia povertà, non mi sono sentita degna di averla scritta. Da quando cerco sinceramente una maggiore radicalità e una crescente intimità con Lui, sembra quasi che Gesù mi dica: “Metti pure la firma con la tua penna. Quello che Io sto scrivendo, lo firmi giorno per giorno con la tua vita”. E il talento ricevuto cresce, diventa carisma, si fa dono per gli altri. Quello che era cominciato come un gioco, è divenuto esperienza di espropriazione. Così sia sempre. Amen.

Bruna P.

 

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