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IL VANGELO SECONDO MARCO
(8)

 

“Andiamocene altrove” (1,35-45)

Anche su questa breve sezione del Vangelo secondo Marco desideriamo soffermarci con più attenzione, come già abbiamo fatto per le sezioni precedenti. È qui infatti che affiorano gli elementi portanti del racconto che Marco fa su Gesù e che faciliteranno la lettura dei capitoli che seguono, per i quali sarà più concisa la spiegazione. Questa breve sezione può essere considerata come una “cerniera” tra la prima venuta di Gesù a Cafarnao, dove Marco ha “fotografato” la giornata-tipo del Maestro, e il suo ritorno in questa città, che Gesù ha scelto come base della sua attività missionaria e che aprirà la nuova sezione racchiusa nel capitolo 2, tutta incentrata sul ministero di Gesù in Galilea. In questo intervallo Gesù, uscito da Cafarnao, percorre “tutta la Galilea” dedicandosi alla predicazione del Regno (“predicando nelle loro sinagoghe”) e agli esorcismi (“e scacciando i demòni”) che rivelano la forza del Regno già operante in lui.

“Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là” (1,38). Questa breve sezione “cerniera” è caratterizzata dalle decise parole con cui Gesù esorta i discepoli a non fermare lo sguardo su quanto hanno visto operare da lui a Cafarnao con grande successo, ma a proiettarsi con lui nella missione affidatagli dal Padre, che è sempre un “andare altrove” per annunciare il Regno. Con queste parole Gesù intende da una parte superare il complesso di autoreferenzialità che si è impadronito di “Simone e quelli che erano con lui” (1,36) e che si riflette in queste loro entusiaste parole: “Tutti ti cercano” (1,37). Perché allora, essi pensano, non fermarsi a Cafarnao, dopo tanta attività e dopo un così strepitoso successo? Infatti proprio da questa città “la sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (1,28). Dall’altra parte Gesù, che si impone di “andare altrove”, avverte già la vera tentazione che accompagnerà ogni passo del suo cammino di missionario itinerante (“andò per tutta la Galilea” annota Marco; cfr. anche Mt 4,34; 9,35). È la tentazione di fermarsi alla sterilità della lode e del plauso, rinunciando alla fecondità della Croce, verso cui il Padre, nel suo progetto di salvezza, ha orientato la missione e i passi del Figlio.
“Fermarsi” è il verbo della tentazione e dell’autoreferenzialità. È un verbo che Gesù non conosce. È quindi un verbo al cui fascino tentatore sono chiamati a sottrarsi anche i suoi discepoli, per disporsi con Gesù al cammino verso la Croce (come pure è chiamata a sottrarsi la Chiesa: pastori e fedeli). “Altrove” traduce il greco allachoù, un termine che nel Nuovo Testamento ricorre una sola volta e proprio in questo testo che Marco ha dedicato alla “giornata-tipo” di Gesù. Nel suo significato originario esso designa tutto ciò che è “altro” (come indica la radice greca állos) dall’ambiente abituale in cui i discepoli vorrebbero costringere la missione e la predicazione di Gesù, attratti dal successo che queste hanno lì incontrato (come oggi si è tentati di restringere la missione della Chiesa, delle nostre parrocchie e dei nostri Istituti religiosi al solo loro ambiente protetto e sicuro). Gesù prende così le distanze da quel movimento “centripeto” che caratterizzava la missione nella tradizione religiosa di Israele e che anche i discepoli condividono.
Questa tradizione, riscontrabile nei testi del “Terzo Isaia” (come viene chiamato l’ignoto autore dei capitoli 56-66 del libro del profeta Isaia), privilegiava la centralità/superiorità di Gerusalemme e del suo tempio, per cui tutti i popoli dovevano “entrare” in Gerusalemme per convertirsi e ottenere la salvezza, e così adorare il vero Dio nello splendore del suo tempio (cfr. anche Zc 8,20-23 e Tb 13,13-15). Non così Gesù: egli propone quel movimento “centrifugo” che spinge se stesso e i suoi discepoli (e poi la Chiesa) sempre “fuori” da ogni recinto sacro, sempre protesi verso un “altrove” dove nessuno oserebbe inoltrarsi senza essere stato prima “all’ombra della mano” del Padre (come è stato per Gesù che nel battesimo è stato chiamato dal Padre “il Figlio mio, l’amato”; Mc 1,11) ed essere stato “spinto” dalla forza dello Spirito (lo stesso Spirito che “sospinse [Gesù] nel deserto” della tentazione per “sospingerlo” poi vittorioso all’ “altrove” della missione). Per l’evangelista Luca, che è lo “scrittore dello Spirito Santo”, quello di Gesù è l’ “altrove” verso cui egli “viene sospinto” in forza dell’unzione ricevuta dallo Spirito.
Luca sviluppa il pensiero di Marco con questa bellissima descrizione dell’ “altrove” verso cui lo Spirito sospinge Gesù: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a proclamare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19; cfr. Is 61,1-2). È il “fuori” verso cui vengono inviati anche i discepoli dalla forza dello Spirito della Pentecoste: “Di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino ai confini della terra” (At 1,8). “Per questo infatti sono venuto [letteralmente: sono uscito]” (1,38). Tra i diversi verbi che nei vangeli caratterizzano la missione e la predicazione di Gesù vi è anche il verbo “uscire” (in greco, exèrchomai). Molto si è detto sul “vedere” di Gesù, sul suo “rimanere nel Padre”, sul suo “chinarsi”, “stendere la mano” e “guarire” i malati e i sofferenti, sul suo “sentire compassione” nei confronti delle folle che si accalcano e premono su di lui (cfr. Mc 3,8; 4,1; 5,31; 6,31.33). Ma c’è anche un Gesù che non esita a fare dell’ “uscire” uno dei “capitoli” della sua esperienza umana e spirituale. Nel vangelo secondo Giovanni è proprio il verbo “uscire” quello che esprime la consapevolezza che Gesù ha della sua missione. Gesù “è” nel Padre (Gv 14,10), Gesù “rimane” nel Padre (Gv 15,10), ma il Gesù della missione è quello che “esce” dal Padre e da lui viene mandato per annunciare il suo mistero di amore e di misericordia ai suoi (cioè i discepoli) e al mondo (“Essi sanno veramente che sono uscito da te e che tu mi hai mandato”; Gv 17,8).
Anche nel contesto della giornata-tipo di Gesù descritta da Marco appare il verbo “uscire”: “Andiamocene altrove… per questo infatti io sono uscito [=eistoùtogarexèlthon]” (Mc 1,38). Nella traduzione italiana della CEI (2008) si legge invece: “per questo infatti sono venuto”: ma il verbo greco qui usato è una forma di exèrchomai, che ha il significato di “uscire”. A volte è proprio vero il detto che tradurre è un po’ tradire. C’è chi interpreta “sono uscito” limitandolo al solo orizzonte della città di Cafarnao (“per questo sono uscito da Cafarnao”). Il suo significato sembra piuttosto quello di indicare la metodologia della missione di Gesù, come è descritta nei Vangeli e come va attuata anche oggi nella Chiesa, seguendo l’invito insistente di papa Francesco a “uscire”. E veramente nei Vangeli molto viene detto su questo verbo. “Esce” Gesù ed “esce” anche il seminatore (Mc 4,3-20), “esce” il padrone della vigna nelle diverse ore del giorno per assumere i lavoratori (Mt 20,1-15) ed “esce” il padre per abbracciare il figlio che è ritornato sconfitto dalla vita, come pure non esita a “uscire” per riconciliare il figlio maggiore (Lc 15,11-32). Come ci conforta questa piena concordanza dei Vangeli! Proseguendo nella lettura, ci incontriamo ora con un terzo miracolo di Gesù: la purificazione di un lebbroso (vv. 40-45).
Le traduzioni nelle lingue moderne hanno recuperato il significato originale del verbo greco katharìzo (“purificare, rendere puro”) e presentano l’operato di Gesù a favore del lebbroso più come un suo “reinserimento” nella vita sociale e nell’ambito del culto (che esigeva lo stato di “purità”) che non come una guarigione. Infatti – secondo le rigide norme racchiuse nei capitoli 13-14 del libro del Levitico – chi era colpito dalla lebbra (intesa però in un significato più ampio, comprendente anche ogni malattia della pelle, come indica il termine ebraico corrispondente sara’t) veniva escluso dal culto e allontanato dalla comunità, facendosi riconoscere dall’abbigliamento particolare che lo distingueva: “[il lebbroso] porterà vesti strappate e il capo scoperto… e andrà gridando “Impuro! Impuro”, e se ne starà solo e abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46). Si trattava quindi di una morte civile e religiosa, motivata da quella concezione arcaica che distingueva tra ciò che era considerato “puro” (e perciò favoriva il culto e le relazioni sociali) e ciò che era considerato “impuro” (quindi ostacolava il culto e le relazioni sociali, come nel caso della lebbra). Ma per Gesù non è più così.
L’evangelista Marco infatti presenterà più avanti (7,1-23) l’insegnamento di Gesù sul “puro” e sull’ “impuro”, collocandolo in un orizzonte nuovo, che interessa più l’interno dell’uomo (quello che la Bibbia chiama “cuore”, da conservare con purezza e integrità totali) e superando le minuziose norme che regolavano l’uomo e la donna nella loro sola esteriorità (come tutto ciò che riguardava il cibo, le abluzioni, la malattia e i fenomeni legati alla sfera della sessualità e della femminilità). La novità portata da Gesù con l’annuncio del Regno produce effetti fino allora inimmaginabili nell’ambiente religioso giudaico. Tra gli altri, questo episodio evidenzia il crollo della rigida impalcatura della legislazione del libro del Levitico a favore di una più intensa vicinanza all’uomo e alle sue sofferenze. Questo crollo è visibile nel lebbroso che “va verso Gesù”, rompendo così l’isolamento prescritto dalla legge, ma è visibile anche in Gesù che “stende la mano e lo tocca” (toccare un lebbroso significava diventare “impuri”).
La vicinanza all’uomo e alle sue sofferenze è visibile nel particolare verbo usato da Marco: Gesù “ebbe compassione” (v. 41). Il verbo greco corrispondente è splanchnìzomai, il cui significato originario evoca l’amore materno (che la Bibbia colloca nelle “viscere”, in greco splánchna, termine che riprende il corrispondente ebraico rechamìm, che Lc 1,78 traduce con “tenerezza e misericordia”). Alcuni manoscritti leggono qui un altro verbo che allude a un “adirarsi” di Gesù (“si adirò”, in greco orghisthèis), da interpretare come un riferimento allo sdegno che Gesù prova per l’abbandono e l’emarginazione cui la legge condanna il lebbroso. Nella conclusione dell’episodio di purificazione del lebbroso, Marco concentra diversi motivi che ritroveremo lungo il suo Vangelo. Vi è il forte richiamo al lebbroso purificato a non divulgare l’accaduto («ammonendolo severamente… gli disse: “Guarda di non dire niente a nessuno” »). È, questo, il cosiddetto segreto messianico, termine con cui gli studiosi (a cominciare dall’esegeta protestante tedesco Wilhelm Wrede [1859-1906]) indicano la consegna del silenzio da parte di Gesù ai destinatari dei suoi miracoli, per non correre il rischio di una loro ambigua interpretazione.
I miracoli sono il segno visibile del Regno di Dio ormai giunto e non un testimonial a favore di un messianismo trionfalistico, che Gesù non accetta. Sono il segno del crollo di un mondo religioso che ha ormai esaurito la propria funzione, per lasciare il posto alla Croce e alla Pasqua di Gesù (i due “luoghi” in cui si rivela il vero messianismo di Gesù). Con il comando di presentarsi al sacerdote (“va’ a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto”) Gesù obbedisce alla legge del Levitico (secondo la quale è il sacerdote che dichiara l’avvenuta purificazione dalla lebbra: cfr. Lv 14,3-23), ma al tempo stesso la dichiara una legge non voluta da Dio, bensì dettata dagli uomini (identificati in Mosè) e che ha nel sacerdote “il rappresentante di una religione impotente, capace soltanto di constatare, ma non di dare la guarigione” (S. Grasso). Il lebbroso purificato non obbedisce a Gesù, ma “si mise a proclamare e a divulgare il fatto”, come annota Marco.
È Gesù allora che prende su di sé la consegna del silenzio ritirandosi nel deserto, come per riconfermare la scelta del messianismo umile e sofferente che là aveva compiuto vincendo la tentazione con cui Satana lo spingeva a cedere al plauso e al successo. La percezione che dell’autorità di Gesù ha avuto il lebbroso nel chiedergli la purificazione, per noi lettori diventa fede quando si coglie il significato più profondo che ha la lebbra nei racconti biblici. Uno dei termini ebraici che la descrive (negàh, “colpire”, “piagare”) era diventato il simbolo della “piaga” per antonomasia, quella con la quale Dio “colpisce” e punisce. La lebbra diveniva, così, l’immagine del peccato, la vera “piaga” che emargina l’uomo da Dio e dalla comunità di fede. Non la legge del Levitico, ma solamente Gesù ha la capacità di guarire da questa piaga profonda e di dirigersi verso questo “altrove” in cui si dibatte l’uomo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. Prima dell’esortazione di papa Francesco, è il Vangelo a esortaci a “uscire”, ad “andare altrove”, come abbiamo notato in questi testi di Marco. In che modo possiamo applicare alla nostra vocazione e alla nostra missione, alla missione della Chiesa e delle nostre istituzioni questo verbo che caratterizza la vocazione (“per questo sono uscito”; Mc 1,38) e la missione (“andiamocene altrove”; Mc 1,38) di Gesù? 2. Facciamo una più attenta riflessione sull’episodio della purificazione del lebbroso, ispirandoci ai testi di Lv 13-14 e ad alcuni racconti biblici sulla purificazione dalla lebbra: l’episodio di Naamàn (2Re 5,1-27; cfr. anche Lc 4,27, dove è chiamato “Naamàn, il Siro”); del re Ozia di Giuda (2Cr 26,16-21; cfr. anche 2Re 15,5, dove appare col nome di “Azarìa”) e di Maria, sorella di Aronne e Mosè (Nm 12,1-6). Come possiamo attualizzarli oggi nel nostro mondo, pensando al significato simbolico profondo che la Bibbia dà alla lebbra?

3. Nel mio agire mi lascio condizionare da interessi personali (tempo libero, comodità, orari, disposizioni fisiche, ecc.) che mi impediscono di andare incontro “con compassione materna” alle necessità dei fratelli e delle sorelle? Mi nascondo dietro norme, statuti e leggi per giustificarmi di non impegnarmi in prima persona nelle molte emarginazioni del nostro tempo (come invece fanno Gesù e il buon Samaritano [e sul loro esempio santi come Vincenzo de’ Paoli e Madre Teresa di Calcutta], che superano ogni norma e prescrizione umana)?

Don Primo Gironi, ssp

 

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