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VITA COMUNE

 



La presente meditazione, tratta dal primo volume Alle Figlie di S. Paolo 1929-1933 (pp.60-64), è stata tenuta da don Alberione ad Alba il 5-6 febbraio 1930. È la prima di tre meditazioni sull’argomento. Il Fondatore dice che per santificare la vita quotidiana bisogna fare tutto “con immenso e semplice amore” e con più devozione nei confronti della volontà di Dio.

1. Che cosa è la vita comune

La vita comune è la vita semplice, anzi semplicissima quale si conviene in comunità. È la vita dei meriti comuni, delle occupazioni comuni e semplici. Vi sono due ordini di meriti: i meriti straordinari e i meriti ordinari. Meriti straordinari, ossia virtù straordinarie come quelle di Gesù sul Calvario, dei martiri, degli uomini che hanno esercitato la virtù [fino] all’eroismo, da distinguersi per fatti singolari, straordinari. Queste sono le virtù straordinarie, eccezionali, ma sono rare e difficili a praticarsi, tanto difficili che si chiamano straordinarie. La vita comune è quella dell’orario quale è presentato, delle occupazioni come si succedono nella giornata: levata, Messa, meditazione, studio, apostolato, tempo della tavola, ricreazione e lo stesso riposo,

insomma tutto quel complesso di cose semplici ed ordinarie della giornata. Le occupazioni semplici si riducono a fare tutto quello che fanno le altre: essere affabili, partecipare a tutto, e portarsi ovunque. In questo modo crescono le virtù più ammirabili: ubbidienza, carità, diligenza, gentilezza, prontezza, vincere le piccole tentazioni, soffrire i difetti delle sorelle, evitare i difetti, [propri] dominare gli occhi, la lingua, vincere i moti del cuore, della sensibilità, della fantasia. Queste sono le virtù comuni, la vita comune ed il mezzo ordinario di santificazione. La maggior parte delle anime è chiamata a santificarsi nella vita comune, neppure una su centomila è chiamata a cose straordinarie. La vita comune è quella dei doveri comuni, è la santificazione ordinaria a cui tutti sono chiamati. Anche chi fece cose straordinarie, lo fece o per frutto delle virtù comuni, oppure per dono di Dio, nel qual caso ci fu più grazia che merito. Perciò possiamo essere sicuri che la santificazione sta nella vita quotidiana a cui tutti sono chiamati, nella vita quotidiana in cui si è santificata Maria, S. Giuseppe e prima di tutti Gesù. Eccolo, dunque, Gesù Maestro e modello nella vita comune.

2. Come Gesù ha santificato la vita comune

Gesù si sottomise a ubbidire a Giuseppe, uomo comune e non sapiente, uomo che aveva un mestiere ordinario: falegname. Non era un dottore o appartenente a ceto distinto, ma semplicissimo, che non sapeva comandare con grande autorità, piuttosto i suoi comandi erano consigli dati con l’aria più buona ed affabile. E Gesù si sottomise all’ubbidienza quotidiana e perfetta perché sapeva che nella vita comune dovevano santificarsi quasi tutti gli uomini. Come viveva Gesù? Anzitutto la sua casa era povera, brutta, una stanzuccia piccola, bassa fatta di pietre. Nella casa di Nazaret a Loreto, non trovate il pavimento dipinto, non trovate iscrizioni, quadri, tappeti, ma è invece così semplice e povera che non si direbbe neanche una casa, eppure lì ci abitava Gesù Cristo, il Figlio di Dio, l’Uomo Dio. Abitualmente vestiva da lavoro. La [tunica] fattagli dalla madre sua era semplice, ordinaria secondo l’uso degli ebrei. Egli vestiva come tutti gli altri fanciulli e non si distingueva da loro, anzi si confondeva con loro. Da giovanotto poi lo si vede ancora vestire la blusa da lavoro, camminare con gli zoccoloni ad uso degli ebrei, senza distinguersi. Il suo orario era semplicissimo: si levava, lavorava, pregava e andava a riposare quando era tempo, come il fanciullo più comune. La sua mensa era ordinaria, una scodella di legno misera e ordinaria, pane cotto sotto la cenere, secondo l’uso di allora, minestra poverissima. Il suo riposo era ordinario. La sua ricreazione si componeva di giochi infantili, studiati o inventati secondo i fanciulli, come tutti gli altri bambini. La sua vita era la più semplice che si possa immaginare: spazzava, faceva i letti, che erano miseri giacigli di stracci e paglia, perché solo i ricchi dormivano sul cilicio che era tela di lana più robusta e forte proveniente dalla Cilicia.
Si pettinava secondo l’uso di allora, con i capelli divisi sulla fronte che ricadevano inanellati sulle spalle. Nell’andare a scuola non portava tanto di libri sotto il braccio, ecc., con atteggiamento da sapiente, ma ascoltava le lezioni e rispondeva quando era interrogato dal maestro con ogni semplicità, come tutti gli altri. E il suo lavoro? Il lavoro era semplicissimo: fare il falegname. Non c’era ricercatezza, ma lo vediamo lì con martello, pialla e sega, oggetti comunissimi. Egli, padrone degli angeli, lo vediamo là che sega, pialla, raccoglie trucioli, cerca di fare bene i suoi lavori, chiede consiglio ed esegue quanto gli vien suggerito, molto fedelmente. Ma che c’era allora di particolare? Lo spirito, l’amore, quell’amore per cui Gesù faceva tutti i lavori, cioè per amore del Padre. Tutta la vita di Gesù sta nel massimo amore e ubbidienza.

3. Come la santificheremo noi

Chi sopporta o si rassegna alla vita comune senza mettere l’amore, allora, quando trova la difficoltà, la superbia si ribella e la vita comune si perde e si ha la vita di superbia. Chi si fa bambino e mette amore nelle cose piccole, allora sembra Gesù ed è così che si fa più presto santo perché, se si allontana la superbia, regna l’amore di Gesù e questo amore ci fa santi, mentre la superbia è quella che rovina tutto. La vita comune si santifica facendo tutto con immenso e semplice amore, facendo tutto volentieri con amore e piacere. Quando una vuole apparire e non si impegna e non cura le cose piccole, allora perde il più dei meriti. Il merito principale non sta nella santa Comunione, lì sta la forza per ottenere la grazia di far bene, ma il merito è nel far bene le cose piccole.
Ci vuole più devozione alla volontà di Dio e non tanto alle altre cose. Bisogna quindi fare bene tutte le cosette che si incontrano nella vita comune e che la santificano, accogliere tutto e sopportare tutte le piccole croci, molto volentieri. È la vita comune che ci rende simili a Gesù, il quale ci ha dato trent’anni di esempi per dirci che il più dei meriti sta nella vita comune. Ah, vita comune, poco comune! Chi non segue le altre, non è pronta agli orari, sempre l’ultima a portarsi nei vari luoghi, vuole sempre fare qualcosa di speciale, ha sempre da chiedere permessi, non si avvicina alle altre, disdegna certe cose, fa piccoli dispettucci, ecc., questa perde gran parte dei suoi meriti. Bisogna odiare come la peste il domandare tante dispense.
Dobbiamo amare lavoro, studio, preghiera, mensa, ricreazione, ecc., comune. È lì dove la testa si “ammollisce” e si fa realmente la volontà di Dio, altrimenti facciamo sempre la nostra ed infine troveremo di non aver fatto quanto vuole Dio. L’amore vero e profondo sta nella vita comune semplice e quotidiana, così ci ha insegnato Gesù e se non impariamo da Gesù, da chi dovremo imparare? Egli stette nella vita comune finché volle il Padre e, se ha voluto fare tutto come noi, e farsi caro Bambino: ecco la via segnata. Le anime più distinte in santità si distinguono nella vita semplice e comune, nell’odio ai piccoli peccati, ecc. Esaminiamoci e andando a Gesù domandiamogli il divino amore a tutte le cose semplici e comuni. Più sono semplici, più c’è amore di Dio e meno superbia.

Beato Giacomo Alberione

 

 

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