e introdurla nel Regno. Marco colloca la chiamata dei discepoli nello stesso momento in cui Gesù dà inizio alla sua duplice attività di maestro e di operatore di miracoli. Come verrà detto più avanti, il motivo va ricercato nel fatto che la chiamata comporta che i discepoli in un primo tempo “stiano con Gesù” (è il tempo della loro formazione), per poi “essere mandati a predicare e a scacciare i demòni” (è il tempo della missione, il tempo della Chiesa; cfr. Mc 3,14: “Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli – perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni”). Stando accanto al Maestro fin dall’inizio della sua attività messianica, i discepoli imparano la metodologia dell’annuncio e della preghiera e partecipano del suo potere sul male e sui demòni. Soprattutto vengono formati alla vera comprensione del cammino messianico di Gesù, che è quello che conduce passo dopo passo alla Croce e alla Pasqua. La chiamata a coppie (Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni) anticipa quanto avverrà nell’invio in missione dei discepoli da parte di Gesù: essi verranno inviati “a due a due” (Mc 6,7).
Il racconto di chiamata è ambientato “lungo il mare di Galilea”, dove i discepoli svolgono il loro quotidiano lavoro di pescatori: gettare le reti in mare, la pesca, riparare e lavare le reti sulla spiaggia e fare la cernita del pescato da inviare ai centri commerciali di Cafarnao e di Gerusalemme, dove con ogni probabilità era conosciuta l’attività commerciale della famiglia di Zebedeo e dei suoi figli Giacomo e Giovanni (come appare dai racconti della Passione: “Questo discepolo [che alcuni identificano con Giovanni] era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote”; Gv 18,15). Anche le cittadine vicine al mare di Galilea, come Betsaida, che significa proprio “casa della pesca” e da dove provenivano Simone e Andrea, erano coinvolte nell’attività di questa piccola “azienda” di pescatori organizzata e guidata dall’esperto Zebedeo, padre di Giacomo e Giovanni. L’annotazione finale di Marco (“Essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni”) lascia intendere che si trattasse proprio di una cooperativa di pescatori (formata dalla famiglia di Zebedeo e dai soci Simone e Andrea con l’apporto di alcuni “garzoni”).
Proprio la presenza di questi “garzoni” (il termine greco usato fa pensare a “salariati”) avrebbe garantito a Zebedeo il proseguimento dell’attività anche dopo la partenza dei figli e dei soci alla sequela di Gesù. L’aver collocato la chiamata in questo ambiente di lavoro quotidiano dove si fatica e ci si riposa, si intrecciano relazioni e si fanno conoscenze, ci riporta all’ambiente in cui vive e opera ciascuno di noi e ci apre alla consapevolezza che ogni ambiente può diventare il luogo della chiamata e può essere trasfigurato da un valore più profondo e significativo che è la “sequela” di Gesù. Per gli ebrei ogni specchio d’acqua, anche piccolo, è chiamato indifferentemente “mare” (in greco thàlassa, dalla radice als, che significa “sale”, “salato”, proprio come l’acqua del mare, e dalla stessa radice deriva anche il termine aleèus, “pescatore”). Gli evangelisti Matteo e Marco (di provenienza ebraica) chiamano perciò il lago di Gennèsaret con il nome di “mare di Galilea” (la Galilea è la regione settentrionale della Palestina, dove il fiume Giordano forma questa distesa d’acqua, posta a circa 200 metri sotto il livello del Mediterraneo, larga 11 km e lunga 21). Luca invece, essendo di cultura ellenistica, usa il termine più appropriato “lago” (in greco limne), termine che la lingua ebraica non conosce.
La chiamata al discepolato si presenta con alcune particolari caratteristiche. La prima è che essa è dovuta esclusivamente all’iniziativa di Gesù. È lui che “vede” e chiama (“vide Simone e Andrea, fratello di Simone… vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello”). “Vedere” nella Bibbia è il verbo che prepara i grandi interventi di Dio. Nella creazione il vedere di Dio è ciò che rende buona/bella ogni realtà uscita dalle sue mani di Creatore e di Padre (come recita il ritornello che accompagna ogni momento dell’azione creatrice di Dio: “E Dio vide che era cosa buona/ bella”: Gen 1,3.10.12.18.21.25.31). Nelle vicende dell’esodo che culminano nella liberazione di Israele e nella pasqua, tutto ha inizio in Dio che “vede” lo stato di schiavitù che affligge il suo popolo: “Ho osservato [letteralmente: “ho visto”] la miseria del mio popolo in Egitto” (Es 3,7). Nella bufera dell’esilio, quando la vigna/popolo di Dio è stata calpestata dagli eserciti invasori e abbandonata, sale da tutto Israele l’invocazione allo sguardo di Dio liberatore: “Guarda dal cielo e vedi e visita [cioè: “fa’ rivivere”] questa tua vigna che la tua destra ha piantato” (Sal 80,15). Ogni chiamata è perciò frutto non delle capacità e delle doti dell’uomo, ma dell’iniziativa di Dio che “vede” e sceglie.
Il suo “vedere” (come il “vedere” di Gesù) non esita a sovvertire le logiche umane (che “vedono” sempre e solo ciò che affascina e piace, produce ed è efficiente) e le regole della psicologia (che “vedono” le emozioni, i dubbi, le apprensioni e su di essi fanno leva per “orientare” i nostri comportamenti e le nostre scelte). La seconda caratteristica è il rovesciamento operato da Gesù nel rapporto discepolo-maestro. Nella tradizione di Israele era il giovane a mettersi alla ricerca di un maestro, seguendo l’esortazione contenuta in uno degli scritti riguardanti la formazione di un discepolo: “Procùrati un maestro per conoscere la Toràh” (Trattato I capitoli dei Padri 1,6). Gesù instaura una nuova prassi: è lui che sceglie e chiama i discepoli. Alla base della prassi di Gesù che “vede” e “chiama” vi è la prassi del Dio biblico che “vede” e crea, “vede” e interviene a favore del suo popolo.
Alla luce di questa prassi, e non di altre, possiamo leggere anche la chiamata al discepolato che Gesù non manca di rivolgere in ogni tempo. Per questo nella Chiesa voluta da Gesù non vi è il diritto di nessuno al discepolato (con tutto ciò che esso comporta nella Chiesa per l’uomo e per la donna); vi è piuttosto la libera risposta alla scelta da parte del Maestro che “vede” e chiama e colloca ciascuno nel suo progetto di salvezza. La risposta dei discepoli alla chiamata di Gesù viene racchiusa dal racconto di Marco in tre semplici paroline (ma nel Vangelo altrettanto ricche di significato): seguire, subito, lasciare. “Seguire” (o, come nel v. 20 e in altri passi, “andare dietro”) è il termine tecnico che i Vangeli usano per indicare la sequela di Gesù o il discepolato.
Esso è reso nella lingua greca con akolouthèo e traduce l’ebraico alàk (“andare”) acharè (“dietro”). Era già il verbo che nell’ebraismo veniva usato in senso negativo per indicare l’idolatria (“andare dietro” o “seguire” gli dèi stranieri era considerato il più grave peccato del popolo di Israele). In senso positivo indicava la sequela del discepolo nei confronti del maestro, al cui servizio consacrava tutto se stesso (come Eliseo che si mette alla sequela del profeta Elia “entrando al suo servizio”; 1Re 19,21: Marco si ispira a questo testo per descrivere il racconto della chiamata dei discepoli da parte di Gesù). Nell’episodio della chiamata, questo verbo indica un radicale cambiamento del cammino finora percorso dai discepoli. Su questo cammino normale della vita di ogni giorno, scandito dall’applicazione al loro lavoro di pescatori, Gesù colloca la chiamata alla “sequela”: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. Lo stesso impegno e la stessa perizia con cui questi pescatori del mare di Galilea avevano atteso al loro lavoro sotto la guida di Zebedeo, devono ora essere trasfusi nel nuovo cammino che essi sono chiamati a percorrere mettendosi alla “sequela” di Gesù nel nuovo “mare” che è il mondo e sotto la nuova “guida” che è il maestro Gesù.
“Subito” (in greco, euthùs) è l’avverbio più presente nel vangelo secondo Marco, dove ricorre 42 volte (in Matteo ricorre 7 volte e una sola volta in Luca e Giovanni). Marco senza dubbio ne coglie una portata (teologica e spirituale) che supera il semplice significato di immediatezza. “Subito” è infatti l’avverbio che, nel suo vangelo, ritma anzitutto l’attività di Gesù. Gesù entra “subito” (Mc 1,21) ed esce “subito” (Mc 1,29), conosce “subito” i pensieri dei suoi interlocutori (Mc 2,8) e “subito” chiama i discepoli (“e subito li chiamò”; Mc 1,20). È anche l’avverbio che più plasticamente descrive la “sequela” di Gesù nei confronti del Padre, compiendone ogni giorno la volontà, fino alla croce. Ma euthùs è anche il termine che caratterizza la sequela del discepolo (“e subito lasciarono le reti e lo seguirono”; Mc 1,18). In questo “subito” è rispecchiata la disponibilità del discepolo a iniziare una nuova vita con il Maestro che dal cammino di ogni giorno lo ha chiamato a immergere tutto se stesso nella “sequela”.
Nel vangelo secondo Marco il cammino (nel suo significato materiale) non si identifica con la “sequela” (che è già configurazione con il Maestro). “Lasciare” (in greco aphìemi, con il significato di “lasciare, abbandonare, distaccarsi”) è un verbo forte, che contribuisce esso pure a comprendere più profondamente la “sequela”. Nella sua etimologia, questo verbo indica una frattura, un distacco radicale da tutto ciò che fino allora costituiva il centro vitale del proprio vivere e del proprio operare. È quanto avviene nei discepoli che Gesù chiama: dal ritmo delle onde del mare di Galilea che scandisce la loro giornata e che costituisce il loro centro vitale, essi si lasciano attirare dal ritmo dei passi di Gesù che si pone accanto a loro e li chiama, invitandoli a un deciso distacco da questo loro centro vitale. Al seguito di Gesù la vita del discepolo è ritmata dal suo esempio e dalla sua parola e il discepolo è chiamato a spostare il centro della sua vita quotidiana verso il nuovo ritmo di fede e di grazia offerto da Gesù, verso il nuovo punto di riferimento che ora è la persona di Gesù, fino a “perdere la propria vita per causa mia e per il Vangelo” (come dirà Gesù al discepolo che si pone alla sua sequela; Mc 8,35).
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1. Davanti alla crisi vocazionale del nostro tempo, questa pagina di Marco come interpella noi personalmente, le nostre Istituzioni (parrocchie, comunità religiose, missioni), la Famiglia paolina e la Chiesa tutta?
2. Nel vivere la mia vocazione e nel corrispondervi mi limito al semplice “cammino” di ogni giorno o mi impegno a crescere sempre più nella “sequela” sull’esempio di Gesù nei confronti del Padre e dei discepoli nei confronti del loro Maestro Gesù? Sono consapevole che questo è il modo di vivere la spiritualità di Gesù Maestro, raccomandataci dal Fondatore?
3. L’iniziativa esclusiva di Gesù nel chiamare al discepolato può aiutarci a comprendere che nella sua comunità di discepoli (la Chiesa) tutto è “risposta” e non “un diritto”?
Don Primo Gironi, ssp |