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IL VANGELO SECONDO MARCO
(11)

 

L’istituzione dei Dodici (3,13-19)

L’istituzione dei “Dodici” costituisce un atto decisivo della missione di Gesù. Si tratta infatti dei dodici apostoli che Gesù pone a fondamento della nuova comunità da lui voluta, la Chiesa. Come l’antico Israele vedeva nei dodici figli di Giacobbe i suoi capostipiti, così la comunità cristiana riconosce nei dodici apostoli la sua origine. Inoltre l’epoca messianica, alla quale Gesù dà inizio, era considerata il momento atteso per riunire il popolo di Israele disperso e così ricostituire le dodici tribù per fondare una nuova storia. Tutto ciò lascia intendere l’importanza di quanto Gesù compie con l’istituzione dei Dodici. La terminologia usata dall’evangelista inserisce il testo dell’istituzione dei Dodici in una cornice tipicamente biblica. Gesù che “sale sul monte” evoca Mosè che sale sul Sinai dove, nella preghiera, riceve da Dio la missione di costituire gli Israeliti usciti dall’Egitto in popolo, guidati dalla sua legge e sorretti dalla sua alleanza (cfr. Es 19-20). In verità, quello della preghiera, non è un tema presente in Marco, ma è tipico di Luca, l’evangelista che colloca nel contesto della preghiera i momenti più significativi della vita e del ministero di Gesù, tra i quali l’istituzione dei Dodici (“[Gesù] se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli”: Lc 6,12-13; cfr. anche 3,21 [battesimo]; 9,28-29 [trasfigurazione]; 11,1 [preghiera del Padre nostro]). Tuttavia è indubbio che pure in Marco Gesù, sempre aperto alla volontà del Padre come già abbiamo notato, abbia agito in un contesto filiale di preghiera e di fiducia nel Padre, che lo guidava nella missione. Infatti “sul monte” Gesù entra nel mistero della volontà del Padre, che ispira al Figlio la scelta di “quelli che voleva”.

I Dodici, perciò, da sempre sono stati pensati dal Padre e Gesù, chiamandoli, porta a compimento il disegno da sempre stabilito dal Padre, che è all’origine di questa chiamata. Il verbo dell’istituzione dei Dodici (“costituì”, in greco epòiesen) traduce il greco poièo (“fare, creare”), che è lo stesso verbo che la Bibbia greca detta dei “Settanta” (tradotta dall’ebraico nel II secolo a.C. per gli ebrei di lingua greca e poi adottata anche dai cristiani di origine greca) usa per indicare l’atto di Dio che “crea” (“In principio Dio creò [in greco epòiesen] il cielo e la terra”: Gen 1,1). Gesù perciò compie un atto di creazione, che lo rende simile al Dio della Bibbia: “ne creò Dodici”. E come nella prima creazione Dio collocò nel giardino di Eden l’uomo “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15), così Gesù con questa nuova creazione istituisce i Dodici “perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni” (Mc 3,14-15). Il nome di “apostoli” (“ne costituì Dodici, che chiamò apostoli”) è tardivo per indicare i Dodici. Marco infatti usa abitualmente il termine “Dodici” (in alcuni codici poi manca la frase “che chiamò apostoli”). “Apostolo” va collegato al nome che il giudaismo contemporaneo al Nuovo Testamento dava ai suoi missionari, cioè shelukìm (“inviati”, termine che deriva dal verbo ebraico shaliak, che è il verbo della “missione” e corrisponde al greco apostèllo, “inviare”, da cui apòstolos, “inviato”).
“Stare con Gesù” potrebbe essere interpretato come “stare ai piedi di Gesù”, che era il termine tecnico usato nella tradizione religiosa di Israele per indicare il discepolo. Ma probabilmente Marco intende evidenziare la finalità che caratterizza la chiamata di Gesù. La chiamata origina una profonda relazione personale tra Gesù e il chiamato: il chiamato vive con Gesù, con lui prega, con lui aderisce alla volontà del Padre, con lui prende parte alla missione, con lui cammina, dialoga, discute, con lui condivide successi e delusioni. Gesù cioè fa del chiamato il suo discepolo. E dei suoi discepoli fa la sua nuova famiglia (come vedremo in Mc 3,33-35). Nel mondo ebraico era il giovane discepolo che andava alla ricerca di un maestro. Gesù invece è il maestro che sceglie e chiama il discepolo. Il maestro ebreo era un ripetitore di dottrine da trasmettere al discepolo, perché a sua volta egli le potesse trasmettere e perpetuare. Gesù invece è il maestro che non insegna una dottrina, ma propone al discepolo l’esemplarità del suo stile di vita, del suo rapporto filiale con il Padre, della sua preghiera, del suo amore verso gli uomini, che salva non con una dottrina ma con il dono di sé sulla croce. Per questo Gesù voleva che i Dodici “stessero con lui”, proprio per immergerli in questa sua esemplarità.
“Per mandarli a predicare” è, in ordine, la seconda finalità che Gesù attribuisce alla chiamata dei Dodici. Il verbo greco keryssein (“predicare, annunciare”) è usato innanzi tutto per indicare la predicazione di Gesù e in seguito quella dei Dodici e della Chiesa, che continuano la sua missione nel mondo. “Il potere di scacciare i demòni” è un’altra finalità della missione e allude alla vittoria di Gesù su Satana, che è il primo avversario del Regno. La cacciata dei demòni è uno dei segni che il Regno annunciato da Gesù è già arrivato e che l’epoca messianica ora è stata inaugurata. La lista dei Dodici è presentata nei vangeli sinottici con lievi varianti (Mt 10,2-4; Mc 3,16-19; Lc 6,14-16). Ma anche le liste delle dodici tribù di Israele sono presentate in modo non omogeneo (cfr. Gen 49; Dt 33; Gdc 5). Nella lista offerta da Marco notiamo alcune particolarità: Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, sono chiamati Boanèrghes (“figli del tuono”, ma il significato è incerto, anche se nella tradizione biblica il “tuono” allude alla “voce” di Dio: cfr. Sal 29,3). Simone è chiamato “il Cananeo” (dalla radice ebraica qannà, “ardere di zelo”). Questo nome diventa, nel vangelo secondo Luca, “lo Zelota” (Lc 6,15), termine da intendersi in senso religioso (“ardente di zelo [per la causa di Dio e della Legge]”) e non nel senso rivoluzionario proprio del movimento degli Zeloti (che appare solo dopo il 66 d.C. e che lo storico Giuseppe Flavio [37-97 d.C.] considerava “briganti”). Giuda Iscariota, il traditore, è chiamato in questo modo in tutti e tre i vangeli sinottici. Iscariota potrebbe derivare dal latino sicarius (“assassino”, da sica, “pugnale a lama corta”) o potrebbe indicare il luogo originario di questo apostolo (Qariòt, villaggio vicino a Hebron [Gs 15,25], oppure nel territorio di Moab [Ger 48,24]). Giuda significa: “Sia benedetto [Dio]”.

Il peccato contro lo Spirito (3,20-30)

Abbiamo visto che per Gesù i discepoli (e più in particolare i Dodici) sono la sua nuova famiglia. Infatti, proseguendo nella narrazione, Marco presenta i parenti di Gesù (“i suoi”, 3,23) allarmati per il modo con cui egli svolgeva la sua missione (dalla quale essi non riuscivano a ottenere alcun beneficio o prestigio, come era nelle loro aspettative) e per l’opposizione che essa ha trovato presso le autorità religiose di Gerusalemme. Tutto ciò aveva fatto nascere in loro un atteggiamento di incredulità nei confronti di Gesù e della sua missione, fino a concludere che Gesù fosse “fuori di sé”, cioè pazzo. Per questo essi lo volevano sottrarre al pubblico per ridimensionare la sua attività e per salvaguardare la loro onorabilità (poiché la pazzia era considerata possessione demoniaca). Questa considerazione viene avvalorata, nel racconto di Marco, dagli scribi (che erano gli interpreti ufficiali delle Scritture), inviati dalle autorità religiose di Gerusalemme per controllare Gesù e la sua attività (come era avvenuto per Giovanni Battista: Gv 1,19ss). Essi, infatti, dicono di lui che “è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”. Beelzebùl (“il padrone della casa”, intesa come il corpo del posseduto) era ritenuto il capo dei demòni e gli scribi dichiarano apertamente la connivenza di Gesù con Satana. Ma Gesù ribatte a questa terribile accusa, servendosi di “parabole” (Mc 3,23: “Li chiamò e con parabole diceva loro…”), cioè di un linguaggio denso di immagini che i suoi ascoltatori sono chiamati a decodificare. Eccole: Se Gesù è Satana, come può scacciare Satana? Se un regno è diviso, non può durare a lungo, ma è destinato a crollare.
E se una famiglia (“una casa”) è divisa tra i suoi membri, va incontro alla stessa sorte. Così, conclude Gesù, se anche Satana è diviso in se stesso, è destinato a crollare e ha finito di esercitare il suo dominio sull’uomo e sul mondo. Gesù quindi non è l’alleato di Satana, ma il suo antagonista. È il “più forte” (come è chiamato in Mc 1,7), che abbatte “l’uomo forte” (come Gesù chiama Satana), sottraendo così l’umanità al suo potere. Attribuire all’opera del demonio l’attività liberatrice di Gesù, come fanno gli scribi e i suoi avversari (“è posseduto da uno spirito impuro”, cioè dal demonio) viene considerato un peccato (“una bestemmia”) contro lo Spirito, un peccato che chiude alla grazia della salvezza e all’ingresso nel Regno. All’orizzonte di questa chiusura si profila la condanna definitiva di chi rifiuta ostinatamente di riconoscere nell’attività liberatrice di Gesù nei confronti del male e del demonio l’opera dello Spirito: “non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna” (3,29). Questo rifiuto è chiamato peccato “contro lo Spirito” (3,29) e chi si ostina in esso si priva del perdono e della salvezza.

La “nuova famiglia” di Gesù (3,31-35)

Il breve brano racchiuso in Mc 3,31-35, conosciuto come “la nuova famiglia di Gesù”, conclude questa sezione e si riallaccia al v. 21, dove apparivano i parenti di Gesù nell’atto di uscire “per andare a prenderlo”. Essi sono presentati in un atteggiamento di incredulità nei confronti del loro parente Gesù, come è l’atteggiamento degli scribi, che giudicano con ostilità la sua persona e la sua attività di esorcista (“è posseduto da uno spirito impuro”). Nella descrizione della “nuova famiglia di Gesù” possiamo evidenziare alcuni particolari che risultano illuminanti nel comprendere sia la persona di Gesù e il suo rapporto con il Padre, sia il suo insegnamento in parabole (che verrà presentato subito dopo, nel capitolo 4). I parenti di Gesù, che nel v. 21 erano stati chiamati genericamente “i suoi” (“allora i suoi uscirono per andare a prenderlo”), ora vengono specificati: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano” (v. 32). Anche nell’apertura dell’episodio, l’evangelista introduce i parenti di Gesù collocandoli “fuori” (“Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo”: v. 31).
I Dodici invece vengono presentati come coloro che “erano seduti attorno a lui [Gesù]”, cioè nell’atteggiamento di ascolto e di fede del discepolo (che abitualmente è “seduto ai piedi del maestro”). Appare così evidente la contrapposizione tra i parenti di Gesù (la sua famiglia di origine) e i Dodici (la sua “nuova famiglia”). Infatti le espressioni “attorno a lui” (in greco, perì autòn) e “fuori” (in greco, èxo) vanno comprese non come una indicazione di luogo, ma in un significato simbolico più profondo. Quelli “attorno a lui” sono coloro che hanno compreso il ministero di Gesù come adesione filiale alla volontà del Padre. Essi vengono formati da questo Maestro a “entrare” ogni giorno nella volontà del Padre, proprio come Gesù la compie con la sua obbedienza di Figlio. E così diventano la sua “nuova famiglia”. Quelli “di fuori” sono coloro che ancora non sono entrati nella volontà del Padre e perciò non possono comprendere la persona e la missione di Gesù. Tali sono i parenti di Gesù, che gli sono diventati estranei e non sono più la sua famiglia. Nell’insegnamento in parabole (come vedremo nel capitolo 4 di Marco) “quelli di fuori” (in greco, èxo, come sopra) sono proprio coloro che non possono comprendere il linguaggio di Gesù, perché non sono “entrati” nella volontà del Padre, come vi è “entrato” Gesù: “A voi [=quelli cioè che “erano attorno a lui”, perì autòn] è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori [in greco, èxo] invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato”: (Mc 4,11-12). Si comprende, così, la conclusione di Gesù, che si stacca dalla sua famiglia di origine per dedicarsi al compimento della volontà del Padre (cioè alla sua missione) insieme con la “nuova famiglia” dei Dodici: «“Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui [in greco, perì autòn], disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”» (Mc 3,33-35). In questo episodio i fratelli e le sorelle di Gesù sono da intendere come i suoi cugini. La madre di Gesù è Maria, che Marco non menziona qui con il suo nome (lo fa solo in 6,3). Maria non viene intaccata nella sua dignità, ma la sua presenza viene da Gesù spiegata alla luce della sua disponibilità alla volontà di Dio, che fa della madre la sua prima Discepola.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. La prima finalità che Gesù attribuisce alla chiamata dei Dodici è “stare con lui”. È la dichiarazione del primato della vita interiore su ogni altra attività che può impegnare la nostra vita di chiamate. È quello che il Fondatore ci ha inculcato esortandoci a “conformarci a Cristo” sull’esempio di san Paolo. Come possiamo realizzare oggi, così immerse nelle attività e nelle occupazioni di ogni giorno, la chiamata a “stare con Gesù”?

2. “Per mandarli a predicare” è la specificazione della missione dei Dodici. La predicazione fa parte anche della nostra chiamata, poiché le istituzioni fondate dal beato Giacomo Alberione sono state accolte dalla Chiesa per annunciare il Vangelo con i moderni mezzi di comunicazione (o con la cultura della comunicazione). Ci domandiamo: Questa nostra predicazione (che noi chiamiamo “apostolato”) nasce dalla nostra immersione nell’esemplarità di vita di Gesù, primo predicatore (o apostolo) del Regno? Ci stiamo convincendo, dopo tanti anni di esperienze apostoliche, che l’anima di ogni apostolato è la persona di Gesù?

3. Nella “nuova famiglia di Gesù” ci siamo anche noi, in forza della chiamata a “stare con lui” e a partecipare alla sua stessa missione (“essere inviate a predicare”). Ci chiediamo: Siamo tra quelli che “stanno attorno a lui” o tra quelli che “stanno fuori”? Come compiamo ogni giorno la volontà del Padre, che è al centro della “nuova famiglia di Gesù”? Come ascoltiamo ogni giorno la parola di Gesù?

Don Primo Gironi, ssp

 

 

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