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LA MISERICORDIA INFINITA DEL PADRE

 

Il Primo Maestro ci esorta ad evitare il peccato ma, se dovessimo cadere, a ricorrere prontamente alla misericordia di Dio Padre. La meditazione è tratta dal volume Alle Pie Discepole del Divin Maestro 1966 (pp 217-222).

Nell’Epistola (1Pt 5,6-11), s. Pietro apostolo invita e insiste perché non cadiamo in peccato. “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, riversate su di lui ogni vostra pena perché egli ha cura di voi. Siate sobri e vigilate perché il vostro avversario, il diavolo, come leone ruggente si aggira cercando chi divorare”. Che, quindi, non siamo presi dal demonio; evitare il peccato. […] Se si è peccato allora ritornare nella via buona e quindi di nuovo con Dio. Prima, che non pecchiamo, e se poi abbiam peccato, allora ricorrere alla misericordia del Signore. […] “Così vi dico, ci sarà gioia alla presenza degli angeli di Dio per un solo peccatore che si pente” (Lc 15,1-10). Quindi, nel complesso della funzione della Messa di quest’oggi: non peccare; quindi evitare il peccato; e secondo, se c’è stato il peccato, domandare perdono e ottenere la misericordia di Gesù. E quindi, in cielo, si fa gran festa per un peccatore. Le novantanove pecorelle indicano che esse non erano perdute; cioè non si è commesso il peccato. Ma se si è commesso il peccato, allora pentirsi: in cielo c’è una grande gioia per la conversione di colui che ha peccato. E chi è che non ha peccato nella nostra vita? Bisogna che noi ci ricordiamo della purificazione: l’esame di coscienza e, secondo, la confessione, accompagnata veramente dal dolore e dal proposito. Il sacramento cancella il peccato nella misura in cui abbiamo le disposizioni, cioè il pentimento e il proposito. [Per] il sacramento della confessione, alcuni minuti bastano; ma è da farsi qualche cosa in più, e cioè, la virtù della penitenza. Poche volte si applica; ma occorre che noi continuiamo a vivere nella virtù della penitenza. E non è facile cancellare tutto, tutta la pena, occorre che ci sia questa virtù della penitenza. Nessuno dei santi ha dimenticato la virtù della penitenza, tutti i santi hanno esercitato la virtù della penitenza. D’altra parte la Chiesa ci insegna. La Chiesa mentre ci mette sulla bocca le preghiere, ci mette insieme anche le preghiere per

ottenere il perdono. Nella Messa, almeno nove volte, il sacerdote domanda perdono, cominciando dal “Mi confesso”, fino all’ultimo. Così tutti i santi – ma basterebbe anche se fossero solamente alcuni – e [solo per peccati] veniali. Allora sempre conservare lo spirito della penitenza, virtù. E in cosa consiste questa virtù della penitenza? In tre aspetti. Anzitutto ricordare che abbiamo disgustato il Signore; che abbiamo perduto dei meriti; e poi vorremmo possedere un pentimento sempre vivo; e ricordare che abbiamo dispiaciuto il Padre celeste, Gesù. In secondo luogo, vivere con attenzione per non commettere più peccati. E se erano troppe le parole che non erano buone, allora vigilare su quelle parole; o vigilare sui pensieri, se ci sono pensieri non buoni; e sui sentimenti, magari di superbia, di vanità, ecc. Sempre vigilare, perché non ricadiamo [nell’errore]. Terzo, che ci sia la mortificazione; e la mortificazione perché noi vigiliamo su noi stessi, ma ripaghiamo anche il nostro peccato con qualche mortificazione, ecco. E può essere la superbia, può essere la vanità, può essere l’invidia, quello che è distrazione nelle preghiere, quelle distrazioni della vita, della giornata. Persone che son sempre distratte, fuori di quella poca preghiera. Allora è necessario che si vigili sopra di sé.
La Teologia dice che tutti i santi hanno fatto la mortificazione, ecco cancellare così le pene che sarebbero del purgatorio, sì; e poi, perché avendo peccato, abbiam perduto delle grazie. E pregare perché il Signore, nella [sua] misericordia, ce le ridoni; nella nostra umiltà e nella nostra fiducia nella misericordia di Dio. Persone che si vantano, persone che si compiacciono, persone che si confrontano con gli altri come se fossero migliori. Quanto orgoglio dentro! Oh! Per vivere la pratica della virtù della penitenza la Teologia indica tre mezzi. [Primo,] domandare al Signore la grazia del dono delle lacrime. Nel Messale vi è l’Oremus (cfr. S. Gregorio Magno, Ep V, 46): che il Signore ti conceda il dono delle lacrime. Non è necessario che ci siano le lacrime materiali, ma che ci sia un gran pentimento interiore. Quante anime che non danno molta importanza alla venialità, oh! E se noi abbiamo ricevuto molte grazie, abbiamo la nostra responsabilità! D’altra parte, se noi non vigiliamo, possiamo cadere in maggiori sbagli. “Signore, concedici il dono delle lacrime”.
Secondo, considerare la passione e morte di Gesù Cristo; ricordare le pene che noi abbiamo dato al cuore di Gesù nella sua passione e morte. Ma il Signore Gesù, quando era a Nazaret, ha compiuto tutto e in tutto ha esercitato l’obbedienza al Padre celeste. E come ha riparato i peccati degli uomini? Con la preghiera, con la virtù, con l’umiltà, col sacrificio, la santificazione interiore. Tutti noi abbiamo pesato sopra Gesù Cristo che portava la croce, che portava non tanto la croce di legno, quanto la croce dei nostri peccati che han pesato sopra il suo cuore, il cuore di Gesù.
Quindi, si fa la Via Crucis, oppure si medita [la passione e morte di Gesù]. E poi che ci sia l’impegno quando [siamo] in chiesa, non guardiamo cose esterne, ma guardiamo di offrire al Padre celeste le pene di Gesù, il Figlio suo incarnato. Quindi offrire in riparazione le sofferenze di Gesù, offrirle al Padre celeste. Poi, terzo, che ci fermiamo a qualche mortificazione; la mortificazione, in primo luogo, per non commettere più lo sbaglio, il peccato; ma qualche mortificazione per cui otteniamo la grazia di non commetterne mai più e di riparare quello che [si] è commesso. E quanto merito che possiamo acquistare con la mortificazione! La mortificazione può essere: limitare il riposo nella misura giusta; nutrirsi nella misura giusta; poi non fare le preferenze di un cibo, di un altro; dominare gli occhi: non leggere quello che non ci riguarda; dominare l’udito, cioè non ascoltare cose inutili che ci distraggono. Leggere volentieri quello che è il Vangelo, la Bibbia. Non si vorrà mica arrivare alla morte senza aver letto tutta la Bibbia! La Bibbia è la lettera del Padre celeste agli uomini. E se un figlio riceve una lettera dal padre, non la legge tutta? Mortificazioni intime: una cosa ci è gradita e noi preferiamo quello che un po’ non è gradita; e poi, il govero dei nostri sensi: la fantasia, la memoria di cose non buone; e poi i sensi esterni, facilmente gli esterni, sì, lo stesso odorato e il gusto.
Oh! Ricordarci la passione di Gesù Cristo, sì. E come sono le mortificazioni nostre rispetto a quelle che Gesù ha sofferto nella sua passione e morte? E accettare la volontà di Dio sopra di noi in tutto. Quindi tre mezzi: domandare il dono delle lacrime; meditare la passione e morte di Gesù Cristo e scegliere qualche mortificazione, non per rovinarsi la salute, ma per quello che, anzi, giova alla salute, quando noi regoliamo in tutto noi stessi. Sì, la mortificazione. Questa virtù della penitenza è stata propria di tutti i santi – come si dice nella Teologia. Che noi vi partecipiamo, in qualche maniera, come l’hanno fatto i santi. Si diceva che s. Luigi aveva commesso appena due venialità, e le ha piante per tutta la vita. Come è in noi il dolore dei peccati? È il dolore così vivo da ottenere nella confessione, un pentimento tale che ci ottenga la misericordia di Dio? Non soltanto per il passato, ma per il futuro, in modo che non ricadiamo. Sia lodato Gesù Cristo.

Beato Giacomo Alberione

 

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