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IL VANGELO SECONDO MARCO
(16)

 




Missione dei Dodici (6,7-13)

Dopo l’insuccesso di Nazaret, dove ha sperimentato il rifiuto dei suoi concittadini, Gesù non ha alcun ripensamento nei confronti della missione che il Padre gli ha affidato e non esita a riprendere subito la sua attività di predicatore itinerante e di maestro (“Gesù percorreva i villaggi d’intorno e insegnava”; 6,6). Si apre da qui in avanti un’ampia sezione (racchiusa in Mc 6,6-8,30), che è conosciuta come “la sezione dei pani”, a motivo della presenza del termine greco àrtos (“pane”, “cibo”). Questo termine infatti appare con frequenza, sia nei due racconti di moltiplicazione dei pani (6,30-44; 8,1-9), sia in altri passi di questa sezione. A differenza di Matteo (10,1-42) e di Luca (9,1-6; 10,1-12), il discorso missionario di Marco è molto sintetico, e presenta anche alcuni elementi che, a prima vista, sembrano in contrasto.
Ad esempio, nel vangelo secondo Marco è consentito ai missionari l’uso del bastone (per appoggiarsi nel cammino e per farsi strada) e dei sandali (per facilitare il cammino: cfr. Es 12,11), mentre Matteo e Luca escludono questo equipaggiamento (Mt 10,10: “non procuratevi né sandali né bastone”; Lc 9,3: “non prendete [né] bastone…”; Lc 10,4: “non portate sandali”). Probabilmente queste differenze sono dovute alle diverse situazioni in cui operano i missionari. Tuttavia il modello della missione rimane sempre Gesù, che la tradizione unanime di questi evangelisti ama presentare povero e vergine, interamente dedito alla causa di Dio e degli uomini.
L’inizio della missione dei Dodici è dovuto esclusivamente a Gesù: è lui che chiama (“chiamò a sé i Dodici”), che invia alla missione (“e prese a mandarli a due a due”) e stabilisce stile e modalità della missione. Anche la chiamata dei Dodici era stata presentata da Marco come iniziativa esclusiva di Gesù: uno stesso verbo, proskalèo, “chiamare a sé”, indica sia la chiamata dei Dodici (“chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui”; Mc 3,13) sia il loro invio in missione (“chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due”; Mc 6,7: il verbo “mandare” [in greco, apostèllo] è il verbo della missione e dell’apostolato).

La missione consiste fondamentalmente nell’annuncio del regno e della paternità di Dio al nuovo popolo messianico, originato in Gesù e nella sua Pasqua. Destinatario della missione è l’uomo del tempo di Gesù e l’uomo di ogni tempo, peccatore e sempre bisognoso di perdono e di salvezza. I modi della missione rispecchiano sia la prassi del giudaismo sia la prassi dei predicatori itineranti dell’epoca dell’ellenismo, che costituisce lo sfondo dell’opera e della predicazione dei missionari della prima Chiesa. “Essere mandati a due a due” rispecchia la tradizione biblica, fatta propria dal giudaismo, secondo la quale solo la testimonianza di due o più persone garantisce la verità (cfr. Dt 19,15). “Il potere sugli spiriti immondi” designa il potere proprio di Gesù su tutte le forze del male (che l’antichità vedeva concentrate negli spiriti cattivi), potere che egli trasmette agli apostoli, come segno del tempo messianico ormai iniziato. Manca però l’accenno all’insegnamento: questo rimane riservato al Maestro Gesù.
L’equipaggiamento sobrio per il viaggio testimonia innanzitutto la povertà di Gesù e la sua totale fiducia nel Padre. Poi potrebbe essere rapportato all’equipaggiamento degli appartenenti alle correnti filosofiche degli stoici e dei cinici dell’epoca ellenistica. Questi, però, esortavano alla sobrietà e all’austerità di vita in vista della liberazione dell’uomo da tutte le necessità fisiche e materiali. Gli stoici (dal nome greco del luogo in cui erano sorti: stoà, “portico”) predicavano la libertà dalla materia per partecipare all’armonia dell’universo. I cinici (il nome deriva dal termine greco kyon, “cane”, da cui “cinico”) presentavano come modello della loro sobrietà e autosufficienza il cane, che vive libero da ogni legame e si accontenta dell’essenziale. I missionari del vangelo, invece, devono mirare alla liberazione dal peccato. “Scuotere la polvere sotto i piedi” è un gesto della prassi giudaica, con il quale ci si voleva liberare di tutto ciò che apparteneva al mondo pagano, persino la polvere; entrando nella Palestina da un territorio pagano, gli ebrei scuotevano la polvere dai sandali, per non contaminare la terra santa di Israele. Qui esprime quasi un atto di accusa per chi si chiude al vangelo di Gesù.
“Ungere di olio gli infermi” è un gesto che rispecchia l’ampio uso dell’olio nell’antichità, come medicina per tutte le malattie. È anche un segno visibile e simbolico della presenza del Messia nel nostro mondo (in ebraico infatti mashiàch, “messia”, significa “unto” e corrisponde al greco christòs, “Cristo”, cioè “l’unto”). La sua presenza esprime, mediante l’unzione, l’aiuto divino offerto all’uomo per la guarigione del corpo, dei suoi limiti e della sua fragilità, della sua debolezza e delle sue malattie. L’unzione con l’olio testimonia inoltre la prassi sacramentale della Chiesa che fin dalle origini operava con il segno dell’olio.
Il richiamo alla povertà di mezzi nella missione (come il non prendere con sé denaro, cibo, due tuniche: tutti segni e sfoggio di agiatezza) si spiega con una totale fiducia nella Provvidenza, così da rendere credibile e condivisibile la predicazione del messaggio evangelico rivolto soprattutto ai poveri e agli ultimi. Ma è pure motivato dall’accoglienza familiare che nelle prime comunità cristiane favoriva l’opera dei missionari del vangelo, accogliendoli e sostenendoli nelle necessità quotidiane (vitto, alloggio, assistenza): “Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì” (6,10). Così avveniva anche nelle comunità in cui si recava l’apostolo Paolo, dove era ampiamente praticata questa accoglienza familiare, ormai divenuta parte integrante della metodologia della missione, al punto di fare della casa una “chiesa domestica”, dove ci si radunava per l’ascolto della parola di Dio e per la celebrazione eucaristica (cfr. At 2,46; 5,42; 16,15). In questo interagire tra i missionari e la comunità che li accoglie e li ascolta sta il successo della missione e non nello spiegamento di mezzi potenti che il missionario può procurarsi o nell’affidamento alle molte risorse di cui può disporre (a volte purtroppo anche senza trasparenza e scendendo a compromessi).
Perciò il non accogliere e il non ascoltare i missionari determinano il vero insuccesso della missione: “Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza [cioè come accusa] per loro” (6,11). Tutta la tradizione evangelica, infatti, è concorde nell’affermare che accogliere il discepolo (e il missionario) è accogliere Cristo stesso e il non accoglierlo è chiudersi a Lui, il vero missionario (Mt 10,40: “Chi accoglie voi accoglie me”; cfr. anche Mc 9,37; Lc 9,48). Come pure è concorde nell’affermare che l’atteggiamento che conduce alla fede e alla risposta alla Parola annunciata e semiseminata da Gesù e dai missionari è quello dell’ “ascoltare” (Lc 10,16: “Chi ascolta voi ascolta me”). Il verbo greco akouo (“ascoltare”) indica nei vangeli l’adesione piena alla fede, alla parola di Gesù, come avviene nella parabola del seminatore, dove il terreno buono e fruttuoso designa “coloro cha ascoltano la Parola, l’accolgono e portano frutto” (Mc 4,20).

Esecuzione di Giovanni Battista (6,17-29)

Tra l’invio in missione dei Dodici e il loro ritorno presso Gesù, l’evangelista Marco inserisce il racconto dell’esecuzione di Giovanni Battista, avvenuta su comando del re/tetrarca Erode Antìpa (abbreviazione di Antìpatro), uno dei figli di Erode il Grande (73 a.C-4 a.C). Erode Antìpa aveva ottenuto il comando sulle regioni della Galilea e della Perèa alla morte del padre e regnò su di esse dal 4 a.C al 39 d.C. Lo storico giudeo Giuseppe Flavio (vissuto nel I secolo d.C.) colloca questo tragico evento nella fortezza di Macheronte (uno dei molti luoghi fortificati costruiti da Erode il Grande), presso il deserto del Mar Morto, motivandolo in chiave politica, come scrive nella sua opera Antichità giudaica (18,5,2). L’evangelista Marco, invece, nel racconto che ci offre in questa sezione, lo motiva in chiave morale: l’adulterio di Erode, che ha sposato la cognata Erodiade (moglie di Erode Filippo, fratello di Antìpa). La fine del Battista è descritta sul modello dei racconti di martirio contenuti nei libri dei Maccabei e comunica un messaggio importante: anche i Dodici, che hanno appena iniziato la missione, devono sapere che la persecuzione e il martirio faranno parte della loro chiamata a stare con Gesù e a divenire annunciatori del Vangelo. Come il Battista è stato precursore della venuta di Gesù e precursore della sua morte, così lo diventa ora anche per il discepolo di Gesù. Erode Antìpa sembra nutrire una profonda stima per il Battista, al punto che non esita a vederlo “risuscitato” nella persona di Gesù: “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risorto” (v. 16). In questo egli concordava con l’opinione popolare che, osservando i prodigi compiuti da Gesù e venendo a conoscenza della sua fama tramite la predicazione degli apostoli (“il suo nome era diventato famoso”; v. 14), non esitava a dichiarare: “Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi” (v. 14).

Prima moltiplicazione dei pani (6,30-44)

Il ritorno degli “apostoli” (solamente qui Marco chiama con questo nome i Dodici), è caratterizzato dall’invito che Gesù rivolge loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’ ”. È l’invito a ristabilire l’armonia tra la missione all’esterno e l’intimità con il Maestro che li ha chiamati e inviati. Questa armonia ristabilita è il vero “riposo”. “In disparte” (in greco, kat’ idìan, “ciò che è intimo, di più personale, di più proprio”) significa per i discepoli di Gesù entrare più profondamente nella sua intimità, nel suo silenzio (“in un luogo deserto”), che favorisce l’ascolto della parola del Padre e il compimento della sua volontà. “In disparte” Gesù continua a formare i suoi discepoli a “stare con lui” (questa è la ragione della loro chiamata: Mc 3,14), a pregare con lui, a prepararli al cammino verso la croce e al cammino per la missione nel mondo. Dopo questo “riposo”, Marco presenta l’azione di Gesù a favore della folla, essa pure bisognosa di “riposo”, alla luce della sua identità di “pastore”: “vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore”. Nella tradizione biblica infatti è il pastore/Dio che guida le pecore al riposo del pascolo e all’acqua del pozzo (“Il Signore è il mio pastore… Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce”. Sal 23,1). Lo stesso Mosè aveva pregato “perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,17). Il verbo greco splanchnìzomai (“commuoversi nelle viscere”, “sentire compassione”) esprime il sentimento materno, la piena dedizione di cui è capace la madre nei confronti del figlio.
A questo sentimento si ispira anche l’agire di Gesù/ pastore nei confronti della folla/gregge. Anche il miracolo della prima moltiplicazione dei pani è presentato da Marco in questa luce. Gesù compie ciò che nel deserto dell’esodo Jhwh aveva fatto per il popolo biblico. Vi alludono l’erba verde (“in pascoli erbosi mi fa riposare”; Sal 23,2), la disposizione della folla in gruppi di cento e di cinquanta (come erano disposte le schiere degli Israeliti nell’esodo), i cinque pani che sfamano la folla (è un richiamo ai primi cinque libri della Legge [il Pentateuco], che nutrono la fede di Israele), le dodici ceste di pezzi avanzati e raccolti (immagine delle dodici tribù di Israele radunate dal Signore dopo la dispersione, ma anche immagine dei dodici apostoli riuniti attorno a Gesù dopo la “dispersione” della missione). Va pure sottolineato lo sfondo eucaristico di questo prodigio. I verbi che descrivono in successione i gesti di Gesù sul pane sono già quelli della celebrazione eucaristica: “prese i cinque pani, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai discepoli”. Secondo alcuni commentatori questi sarebbero solamente gesti comuni di ogni pasto giudaico. Ma senza dubbio c’è qualcosa di più profondo. Infine non va dimenticato il ruolo che hanno i discepoli nella distribuzione dei pani: “[Gesù] li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro”. Ancora oggi il pane eucaristico non è ricevuto autonomamente, ma viene distribuito dal ministro e accolto dal fedele.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. Lo stile della missione proposto da Gesù ai Dodici interpella il mio stile di vita, il mio rapporto con i beni di cui posso disporre e la coerenza tra ciò che annuncio su Dio e sul Vangelo e la mia testimonianza di vita. Come mi pongo di fronte alla sobrietà e alla povertà dei Dodici? Come si pone il mio Istituto di fronte ai mezzi e ai beni di cui dispone per l’apostolato: dà loro il primato o lo dà alla testimonianza di vita povera, casta e obbediente dei suoi membri?

2. Come posso proporre l’accoglienza familiare dell’epoca del Vangelo e di san Paolo anche oggi alle famiglie, ai gruppi, alle comunità che vivono l’esperienza della missione, per divenire “chiesa domestica”, dove si ascolta e si accoglie il missionario e dove si “intronizza” il Vangelo e lo si pone al centro di ogni attività?

3. Gesù è il modello del missionario. So condividere la sua “compassione” (specialmente in questo anno del Giubileo della misericordia/compassione) per le “folle” di oggi, lontane e prive della luce e della grazia del Vangelo? So stare “in disparte” con il Maestro Gesù, per ricaricarmi nel silenzio e nell’approfondimento della sua Parola e così comporre nell’armonia la missione e la chiamata, l’attività e la preghiera, lo “stare con Gesù” e lo stare con i fratelli e le sorelle cui annuncio il Vangelo?

Don Primo Gironi, ssp

 

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