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IL VANGELO SECONDO MARCO
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Missione dei Dodici (6,7-13) Dopo l’insuccesso di Nazaret, dove ha sperimentato il rifiuto dei suoi concittadini, Gesù non ha alcun ripensamento nei confronti della missione che il Padre gli ha affidato e non esita a riprendere subito la sua attività di predicatore itinerante e di maestro (“Gesù percorreva i villaggi d’intorno e insegnava”; 6,6). Si apre da qui in avanti un’ampia sezione (racchiusa in Mc 6,6-8,30), che è conosciuta come “la sezione dei pani”, a motivo della presenza del termine greco àrtos (“pane”, “cibo”). Questo termine infatti appare con frequenza, sia nei due racconti di moltiplicazione dei pani (6,30-44; 8,1-9), sia in altri passi di questa sezione. A differenza di Matteo (10,1-42) e di Luca (9,1-6; 10,1-12), il discorso missionario di Marco è molto sintetico, e presenta anche alcuni elementi che, a prima vista, sembrano in contrasto. |
La missione consiste fondamentalmente nell’annuncio del regno e della paternità di Dio al nuovo popolo messianico, originato in Gesù e nella sua Pasqua. Destinatario della missione è l’uomo del tempo di Gesù e l’uomo di ogni tempo, peccatore e sempre bisognoso di perdono e di salvezza. I modi della missione rispecchiano sia la prassi del giudaismo sia la prassi dei predicatori itineranti dell’epoca dell’ellenismo, che costituisce lo sfondo dell’opera e della predicazione dei missionari della prima Chiesa. “Essere mandati a due a due” rispecchia la tradizione biblica, fatta propria dal giudaismo, secondo la quale solo la testimonianza di due o più persone garantisce la verità (cfr. Dt 19,15). “Il potere sugli spiriti immondi” designa il potere proprio di Gesù su tutte le forze del male (che l’antichità vedeva concentrate negli spiriti cattivi), potere che egli trasmette agli apostoli, come segno del tempo messianico ormai iniziato. Manca però l’accenno all’insegnamento: questo rimane riservato al Maestro Gesù. Esecuzione di Giovanni Battista (6,17-29) Tra l’invio in missione dei Dodici e il loro ritorno presso Gesù, l’evangelista Marco inserisce il racconto dell’esecuzione di Giovanni Battista, avvenuta su comando del re/tetrarca Erode Antìpa (abbreviazione di Antìpatro), uno dei figli di Erode il Grande (73 a.C-4 a.C). Erode Antìpa aveva ottenuto il comando sulle regioni della Galilea e della Perèa alla morte del padre e regnò su di esse dal 4 a.C al 39 d.C. Lo storico giudeo Giuseppe Flavio (vissuto nel I secolo d.C.) colloca questo tragico evento nella fortezza di Macheronte (uno dei molti luoghi fortificati costruiti da Erode il Grande), presso il deserto del Mar Morto, motivandolo in chiave politica, come scrive nella sua opera Antichità giudaica (18,5,2). L’evangelista Marco, invece, nel racconto che ci offre in questa sezione, lo motiva in chiave morale: l’adulterio di Erode, che ha sposato la cognata Erodiade (moglie di Erode Filippo, fratello di Antìpa). La fine del Battista è descritta sul modello dei racconti di martirio contenuti nei libri dei Maccabei e comunica un messaggio importante: anche i Dodici, che hanno appena iniziato la missione, devono sapere che la persecuzione e il martirio faranno parte della loro chiamata a stare con Gesù e a divenire annunciatori del Vangelo. Come il Battista è stato precursore della venuta di Gesù e precursore della sua morte, così lo diventa ora anche per il discepolo di Gesù. Erode Antìpa sembra nutrire una profonda stima per il Battista, al punto che non esita a vederlo “risuscitato” nella persona di Gesù: “Quel Giovanni che io ho fatto decapitare è risorto” (v. 16). In questo egli concordava con l’opinione popolare che, osservando i prodigi compiuti da Gesù e venendo a conoscenza della sua fama tramite la predicazione degli apostoli (“il suo nome era diventato famoso”; v. 14), non esitava a dichiarare: “Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi” (v. 14). Prima moltiplicazione dei pani (6,30-44) Il ritorno degli “apostoli” (solamente qui Marco chiama con questo nome i Dodici), è caratterizzato dall’invito che Gesù rivolge loro: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto e riposatevi un po’ ”. È l’invito a ristabilire l’armonia tra la missione all’esterno e l’intimità con il Maestro che li ha chiamati e inviati. Questa armonia ristabilita è il vero “riposo”. “In disparte” (in greco, kat’ idìan, “ciò che è intimo, di più personale, di più proprio”) significa per i discepoli di Gesù entrare più profondamente nella sua intimità, nel suo silenzio (“in un luogo deserto”), che favorisce l’ascolto della parola del Padre e il compimento della sua volontà. “In disparte” Gesù continua a formare i suoi discepoli a “stare con lui” (questa è la ragione della loro chiamata: Mc 3,14), a pregare con lui, a prepararli al cammino verso la croce e al cammino per la missione nel mondo. Dopo questo “riposo”, Marco presenta l’azione di Gesù a favore della folla, essa pure bisognosa di “riposo”, alla luce della sua identità di “pastore”: “vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore”. Nella tradizione biblica infatti è il pastore/Dio che guida le pecore al riposo del pascolo e all’acqua del pozzo (“Il Signore è il mio pastore… Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce”. Sal 23,1). Lo stesso Mosè aveva pregato “perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore” (Nm 27,17). Il verbo greco splanchnìzomai (“commuoversi nelle viscere”, “sentire compassione”) esprime il sentimento materno, la piena dedizione di cui è capace la madre nei confronti del figlio. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1. Lo stile della missione proposto da Gesù ai Dodici interpella il mio stile di vita, il mio rapporto con i beni di cui posso disporre e la coerenza tra ciò che annuncio su Dio e sul Vangelo e la mia testimonianza di vita. Come mi pongo di fronte alla sobrietà e alla povertà dei Dodici? Come si pone il mio Istituto di fronte ai mezzi e ai beni di cui dispone per l’apostolato: dà loro il primato o lo dà alla testimonianza di vita povera, casta e obbediente dei suoi membri? 2. Come posso proporre l’accoglienza familiare dell’epoca del Vangelo e di san Paolo anche oggi alle famiglie, ai gruppi, alle comunità che vivono l’esperienza della missione, per divenire “chiesa domestica”, dove si ascolta e si accoglie il missionario e dove si “intronizza” il Vangelo e lo si pone al centro di ogni attività? 3. Gesù è il modello del missionario. So condividere la sua “compassione” (specialmente in questo anno del Giubileo della misericordia/compassione) per le “folle” di oggi, lontane e prive della luce e della grazia del Vangelo? So stare “in disparte” con il Maestro Gesù, per ricaricarmi nel silenzio e nell’approfondimento della sua Parola e così comporre nell’armonia la missione e la chiamata, l’attività e la preghiera, lo “stare con Gesù” e lo stare con i fratelli e le sorelle cui annuncio il Vangelo? Don Primo Gironi, ssp |