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IL VANGELO SECONDO MARCO
(13)

 

La parabola del seme che cresce da sé (4,26-29)

Alla parabola del seminatore seguono altre due parabole che “narrano” il Regno di Dio. La prima è la parabola del seme che cresce da sé (4,26-29). La seconda è quella del granello di senape (4,30-32). Entrambe si presentano con la forma della similitudine introdotta dalla comparazione come: “Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno” (v. 26); “[Il regno di Dio] è come un granello di senape” (v. 31). Insieme con la parabola del seminatore (o “dei quattro terreni”), anche queste due brevi parabole aiutano a comprendere quali sono le vere leggi che regolano la crescita del Regno di Dio annunciato da Gesù. Infatti, come abbiamo già notato, fino a questo momento del suo ministero di annunciatore del Regno, Gesù aveva incontrato più opposizione che accoglienza da parte dei suoi contemporanei. Davanti a questo insuccesso – come lo considera la logica umana – Gesù cerca di far entrare nella logica di Dio i suoi ascoltatori: secondo questa logica il seme del Regno che è stato predicato/seminato da Gesù crescerà e fruttificherà, diverrà grande e giungerà al compimento. La prima parabola, quella del seme che cresce da sé (vv. 26-29), è stata tramandata dal solo Marco e sembra sviluppare l’immagine del “terreno buono” della parabola del seminatore. Nel “narrare” questa immagine tanto comune nell’ambiente agricolo del suo tempo, Gesù coglie ciò che alla maggior parte degli ascoltatori sfugge, cioè il silenzioso processo, lento e continuo, del piccolo seme che sotto le zolle si sviluppa, cresce e giunge a maturazione. E ciò senza un ulteriore intervento dell’agricoltore, come lascia intendere l’espressione “dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce” (v. 27). È questo processo che Gesù vuol far comprendere, per riflettere poi sulla stessa realtà dell’annuncio del Regno e della sua definitiva realizzazione (che ci sarà, come ci sarà il raccolto dopo la semina). La successione “di notte o di giorno” allude al modo di designare l’arco delle giornate presso gli ebrei, per i quali il giorno era calcolato da sera a sera. “Come, egli stesso non lo sa” (v. 27): il processo di trasformazione del seme dovuto all’umidità e al calore del terreno sfugge

all’agricoltore, che ne coglierà i primi segni solamente all’inizio della primavera, quando apparirà lo stelo del grano seminato. È un processo nascosto, senza alcun intervento dell’opera dell’uomo: “Il terreno produce spontaneamente [in greco, automàte, “automaticamente”] prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga” (v. 28). Allo stesso modo Gesù intende la crescita e la realizzazione del Regno da lui predicato/seminato nel terreno che, fuori dell’immagine, è il cuore degli ascoltatori. Questa predicazione/semina è solo il primo atto, ma poiché i frutti della predicazione del Regno non sono ancora visibili né spettacolari (come si aspettavano gli ascoltatori di Gesù), Gesù si ispira alla natura per far comprendere come Dio agisce e come realizza le sue opere. Come il contadino non può intervenire per forzare e accelerare il ritmo della natura (e quindi della crescita), così il Regno di Dio annunciato da Gesù deve procedere con i ritmi e i tempi assegnati da Dio, lenti e graduali, ma certamente destinati al frutto e al compimento (“la mietitura”). Il messaggio della parabola è perciò un richiamo pressante alla fiducia nella parola e nell’azione di Dio. Ma è soprattutto un richiamo a “entrare” nella volontà di Dio, cioè nella sua logica, nei suoi tempi e a non rimanerne “fuori”. “Perché è arrivata la mietitura” (v. 29): nella Bibbia la “mietitura”(in greco therismòs) è immagine del giudizio finale e dei tempi escatologici (cfr. Ap 14,15: “Getta la tua falce e mieti; è giunta l’ora di mietere, perché la messe della tua terra è matura”; cfr. anche Gl 4,13). Ciò significa la forza nascosta che ha il Regno di Dio, che verrà definitivamente realizzato alla fine dei tempi, nonostante l’apparente insuccesso della “crisi galilaica”, sperimentata da Gesù (la fine dei tempi è rappresentata dalla semina e dal raccolto, dalla messe e dalla mietitura). Tuttavia nel contesto di questa parabola la mietitura può essere anche compresa come la gioia del giorno del compimento, la gioia della festa, del trionfo e della vittoria finale, come il giorno in cui il Regno apparirà in tutto il suo splendore (cfr. Is 9,2: “Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete”; cfr. anche Sal 4,8).

La parabola del granello di senape (4,30-32)

La seconda parabola (vv. 30-32) è quella del granello di senape, che è “il più piccolo di tutti i semi che sono nel terreno”, ma quando cresce “diventa più grande di tutte le piante dell’orto”. La senape è presente quasi dovunque nella Palestina. Il suo seme è tanto piccolo da sembrare polvere. La pianta che si sviluppa può comunque raggiungere i tre metri di altezza, come un albero. È una immagine espressiva ed eloquente per indicare la realtà del Regno che Gesù annuncia e che, da un umile inizio, giungerà al suo compimento, tra lo stupore di tutti. “Fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”: possiamo vedere rispecchiato in questa frase (che troviamo, anche se leggermente modificata, in Mt 13,32 e Lc 13,19) un tratto delle profezie di Ezechiele e Daniele. Il primo, alludendo simbolicamente a un piccolo germoglio o “ramoscello” (Ez 17,22) che si svilupperà fino a diventare un grande albero, ha una espressione simile: “Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico.
Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà” (Ez 17,23-24), per indicare che tutti i popoli (rappresentati dagli “uccelli”) verranno incorporati al popolo di Dio. Il secondo esprime l’idea che il regno di Dio, paragonato a un “albero di grande altezza” (Dn 4,7), si estenderà a tutte le nazioni e tutte accoglierà alla sua ombra: “Le bestie del campo si riparavano alla sua ombra e gli uccelli del cielo dimoravano tra i suoi rami” (Dn 4,9.18). Questo è, allora, il messaggio fondamentale della parabola: dai piccoli e umili inizi (“il granello di senape”, che è “il più piccolo di tutti i semi che sono nell’orto”), il Regno avrà uno sviluppo inimmaginabile (“diventa più grande di tutte le piante dell’orto”). Questo stesso Regno ora non accolto e rifiutato, è destinato ad accogliere tutti i popoli e a dare loro difesa e protezione, come indicano le immagini dei “rami” e dell’“ombra”. Questo messaggio vale anche per la predicazione della Chiesa, che sperimenta l’insuccesso, ma ha la garanzia di una piena attuazione del vangelo di Gesù.
Qui si conclude il primo discorso di Gesù in parabole che Marco ha collocato dopo la “crisi galilaica”. Proprio queste tre parabole di Gesù orientano nella giusta dimensione l’apparente insuccesso della sua predicazione/semina del Regno di Dio. È la dimensione della “volontà” o della “logica” di Dio, cui sono invitati a “entrare” gli ascoltatori delle parabole (“Con molte parabole dello stesso genere [Gesù] annunciava loro la Parola, come potevano intendere”). Questo invito a “entrare” nella volontà del Padre è rivolto da Gesù ai suoi ascoltatori soprattutto con le parabole, che, attraverso la modalità della narrazione, avrebbero dovuto facilitare la predicazione di Gesù: “Senza parabole non parlava loro” (v. 34). La parabola doveva quindi disporre all’ascolto quanti erano “fuori”, cioè quanti non comprendevano i tempi, i modi, i ritmi, la volontà di Dio nel realizzare il Regno predicato da Gesù.
I discepoli, quelli cioè che sono “attorno a Gesù” e sono “entrati nella volontà del Padre”, vengono invece posti su un piano di particolare fiducia: “in privato, ai suoi discepoli [Gesù] spiegava ogni cosa”. L’avverbio greco kat’idìan (“in privato/in disparte”) compare cinque volte nel vangelo secondo Marco e sempre nel contesto di una particolare rivelazione che Gesù fa di se stesso e della sua missione ai discepoli (cfr. 4,34; 6,31-33; 9,2.28; 13,3). Sono i discepoli, infatti, coloro che saranno inviati da Gesù ad annunciare a tutti gli uomini il mistero del Regno e per questo Gesù li prepara e li istruisce con cura: l’imperfetto “spiegava” indica la continuità, la durata, la pazienza e la premura di Gesù nei confronti dei suoi discepoli (il suo corrispondente greco epèluen significa “scioglieva le difficoltà” che impedivano la comprensione). Anch’essi dovranno sperimentare il rifiuto e l’opposizione nei confronti della loro predicazione, ma da Gesù imparano a leggere il loro insuccesso in un’altra dimensione e in un’altra logica, come hanno spiegato queste parabole.

La tempesta calmata (4,35-41)

Terminata questa sezione dedicata alle parabole, ecco aprirsi davanti a noi un’ampia sezione di racconti di miracoli, che Marco racchiude in 4,35-5,43. I miracoli sono frequenti nel racconto che questo evangelista fa di Gesù: sui 661 versetti che lo compongono, ben 209 sono dedicati alla narrazione di miracoli (il 31%). Questi, infatti, hanno lo scopo di preparare i contemporanei a comprendere il miracolo che più di tutti si impone, la risurrezione di Gesù. Ma hanno anche lo scopo di condurre alla comprensione della vera identità di Gesù, che il Padre ha arricchito con il dono dei miracoli insieme con il dono della parola. Poiché è sulla croce che appare la vera identità di Gesù (“Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”; Mc 15,39), i miracoli tracciano il cammino spirituale che conduce a questo pieno riconoscimento di Gesù. Il miracolo della tempesta calmata da Gesù è il primo di questa raccolta di miracoli che seguono il discorso parabolico appena pronunciato. Marco, infatti, nota che siamo “in quel medesimo giorno”, al sopraggiungere della sera (v. 35). È quasi una riprova che il Padre ha dato al Figlio sia il dono della Parola sia il dono dei miracoli. Il miracolo della tempesta calmata appartiene a quella che è chiamata “la triplice tradizione”: cioè è un testo presente in ciascuno dei tre vangeli sinottici (Mt 8,23-27: Mc 4,35-41; Lc 8,22-25).
Ma mentre nel vangelo secondo Matteo (che è “il vangelo della Chiesa”) ha più un “taglio” ecclesiologico (la “barca” è la Chiesa, il “mare” è l’ambito in cui la comunità cristiana è chiamata a dare la sua testimonianza di fede, la “tempesta” è l’immagine delle persecuzioni e del cedimento nella fede), in quello di Marco ha un “taglio” cristologico, cioè concorre a tracciare il cammino spirituale che conduce alla conoscenza della vera identità di Gesù (come appare dalla conclusione del racconto: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”). Gesù che domina la tempesta ha lo stesso potere che ha Jhwh nell’Antico Testamento: fin dai racconti della creazione e dall’evento dell’esodo egli rivela il suo pieno dominio sulle acque (che nella Bibbia – e soprattutto nei Salmi – sono l’immagine del caos, del pericolo e della morte).
Marco infatti descrive la tempesta con il termine greco làilaps, un termine concreto che non ammette un ulteriore significato simbolico, come invece fa Matteo, che chiama la tempesta seismòs, “sconvolgimento”, “terremoto”, alludendo simbolicamente alle prove che metteranno in crisi la fede della comunità cristiana, sconvolgimento che egli chiama ricorrendo proprio al termine seismòs (cfr. Mt 24,7). La tempesta, nel suo scatenarsi, è affrontata da Gesù mediante l’esorcismo, come appare dalla terminologia, che è quella usata per scacciare il demonio: “Minacciò il vento e gli disse: Taci, calmati!” (v. 40). Chi infatti incute timore ai discepoli (“Perché avete paura?”) e ostacola il loro cammino di fede verso la piena comprensione dell’identità di Gesù (“Non avete ancora fede?”) è Satana. Il taglio cristologico di questo miracolo è ravvisabile anche in un confronto con l’evento della passione/risurrezione. Gesù che dorme sulla barca durante la tempesta è il Gesù del sonno del sepolcro, che lascia perplessi e sgomenti i discepoli.
Gesù che si “desta” è il Gesù della risurrezione, che salva i discepoli non solo dal pericolo della tempesta, ma da un pericolo più minaccioso e fatale, quello della perdizione definitiva, espressa dal verbo “siamo perduti”: nel greco del vangelo il verbo corrispondente apòllymai è il verbo che indica proprio questa perdizione. E sempre nel greco del vangelo, il verbo “destarsi” riferito a Gesù (“si destò”) è reso con dieghèiro, che è uno dei verbi usati per indicare la sua risurrezione. I discepoli erano consapevoli della ricchezza “biblica” e “cristologica” di questo miracolo? Certamente lo furono dopo la Pasqua. Ma al momento del suo accadimento si posero una domanda su Gesù, quella che percorre tutto il vangelo secondo Marco: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”. Nella risurrezione avrebbero trovato la risposta vera.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. Nella mia crescita umana e spirituale so riconoscere il lento, graduale e silenzioso processo che la preghiera, i sacramenti, l’eucarestia celebrata e adorata sviluppano in me? So riconoscere l’opera profonda che Dio compie in me con i suoi tempi e i suoi ritmi, con le sue tappe e le sue soste da lui permesse per questa mia crescita?

2. So accettare e applicarmi a compiti, iniziative, proposte – che nella mia logica umana considero umili e insignificanti – dando piena fiducia al Signore e riconoscendo che da ogni piccolo granello di senape egli sa far crescere un grande albero, cioè darà successo e frutto?

3. Il Padre ha arricchito il Figlio Gesù con il dono della Parola e dei miracoli, come ci conferma l’evangelista Marco. Nella mia lettura del Vangelo so esprimere gratitudine al Padre per questi doni che ancora arricchiscono e nutrono la mia fede, la fede della Chiesa e offrono anche ai lontani una via per incontrare Gesù, Maestro, Salvatore e Guaritore della nostra umanità?

Don Primo Gironi, ssp

 

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