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IL VANGELO SECONDO MARCO
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La seconda moltiplicazione dei pani (Mc 8,1-10) Questo racconto di miracolo può essere letto e interpretato come la conseguenza del cambiamento della volontà di Gesù, che ora offre anche ai pagani il dono del pane. Il miracolo avviene infatti nel territorio pagano della Decàpoli e allude alla richiesta della donna di origine sirofenicia di sfamare anche i “cagnolini” con le briciole dei “figli” (cfr. Mc 7,27-28). Gesù non solo esaudisce la richiesta della donna pagana guarendole la figlioletta, ma ora esprime anche la sua profonda compassione per tutto il mondo pagano (rappresentato dalla folla che lo circonda), esso pure bisognoso del pane della sua parola e della guarigione che lo libera dal potere del demonio. È la compassione che l’evangelista affida al verbo splanchnìzomai. Nella lingua greca questo verbo significa “sentire compassione”, come indica il termine da cui deriva, splanchna (“viscere, utero della madre”). È quindi il verbo dell’amore e dell’affetto materni: “Sento compassione (splanchnìzomai) per la folla; ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare”. Mentre nella prima moltiplicazione dei pani l’iniziativa parte dai discepoli (cfr. Mc 6,35-36), ora è Gesù stesso che decide di donare alla folla affamata il pane che la nutre. I discepoli manifestano ancora incomprensione (“Come riuscire a sfamarli di pane qui, in un deserto?”), ma Gesù, che è il Maestro che non rinuncia alla sua paziente e premurosa pedagogia, li coinvolge nei suoi gesti e nella distribuzione del pane. È una pedagogia importante questa, perché lo sfondo della moltiplicazione dei pani è qui spiccatamente eucaristico sia nei gesti che Gesù compie (“prese i pani… li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero”) sia nei suoi atteggiamenti (“rese grazie… recitò la benedizione”) e dell’Eucaristia i discepoli diverranno i ministri e i “distributori” (“essi li distribuirono alla folla”). Diversi elementi del racconto di questo miracolo si prestano a una interpretazione che arricchisce il significato dell’evento e la cornice biblica che fa da sfondo. Il deserto richiama il dono del pane e dell’acqua che Dio fa al suo popolo che soffre la fame e la sete lungo il cammino che lo introdurrà nella terra della promessa |
| (cfr. Es 16,1-35; 17,1-7). Questo deserto e questa fame ora hanno come protagonisti i pagani, ammessi essi pure all’Eucaristia. Il numero sette (“sette pani… sette sporte di pezzi avanzati”) ha diverse risonanze: è il numero della perfezione e della pienezza delle benedizioni (come lo sono i miracoli di Gesù), è il numero delle sette nazioni pagane che sono in Canaan (Dt 7,1; At 13,19). Ricorda i sette diaconi scelti dal mondo pagano per il servizio alle mense e per le diverse opere di misericordia verso i poveri (At 6,1-7) e ricorda i sette precetti dati da Dio a Noè (chiamati “precetti noachici” o “Toràh di Noè”), che anche i pagani dovevano a osservare (cfr. Gen 9,4-7). Il numero quattromila (riferito a coloro che avevano mangiato i pani della moltiplicazione) evoca i quattro punti cardinali che racchiudono tutta l’umanità destinataria della salvezza e del dono di Gesù nell’Eucaristia. Il racconto non si dilunga sui “pesciolini”, perché l’evangelista è più interessato al pane e al suo significato, per una catechesi eucaristica da offrire ai catecumeni. La località di Dalmanuta, dove Gesù e i discepoli si recano dopo questa seconda moltiplicazione dei pani, è sconosciuta. Il lievito dei farisei e di Erode (8,14-21) Come abbiamo notato precedentemente, questa sezione del vangelo secondo Marco è conosciuta come “sezione dei pani”. Vi alludono le due moltiplicazioni dei pani e una ricorrente terminologia che può essere chiamata “il linguaggio del pane”, come artos (“pane”: 17 volte), esthìo (“mangiare”: 13 volte), chortàzo (“sfamarsi, saziarsi”: 3 volte). Ora questo linguaggio si arricchisce di un nuovo elemento, il “lievito” (zumé): “Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e di Erode!”. Il lievito nella tradizione biblica è ritenuto un elemento di corruzione (cfr. 1Cor 5,6-8; Gal 5,9) e viene identificato con una forza maligna capace di intaccare la persona nella sua relazione con Dio e il prossimo. È, cioè, l’incredulità. Gesù mette in guardia i discepoli da questa incredulità, i cui esponenti sono i farisei e lo stesso Erode (Erode Antìpa, figlio di Erode il Grande, che regnava sulla Galilea al tempo di Gesù). I farisei manifestavano la loro incredulità nei confronti di Gesù, chiedendogli “un segno dal cielo”, che Gesù nega perché conosce la loro “durezza di cuore”. Erode aveva manifestato la sua incredulità accondiscendendo alla decapitazione di Giovanni Battista (cfr. Mc 6,14-29). A causa della loro concezione messianica nazionalistica, i farisei ed Erode non avevano compreso la vera missione di Gesù e non lo ritenevano il Messia liberatore di Israele e restauratore del regno davidico. Questo lievito/incredulità è pericoloso, perché può far lievitare una massa che ne verrà intaccata e ne porterà le conseguenze, come un po’ di lievito fa fermentare tutta la massa (cfr. Lc 13,20; 1Cor 5,6; Gal 5,9). La guarigione del cieco di Betsaida (8,22-26) È una guarigione, questa, molto lenta e laboriosa, quasi immagine della lenta e graduale formazione alla fede che Gesù sta compiendo nei confronti dei discepoli. La guarigione avviene in due fasi. Il cieco viene condotto “fuori dal villaggio” di Betsaida (“la casa della pesca”, località da cui provengono i pescatori Pietro e Andrea). Questo “fuori” evoca la chiamata che Gesù fa ai discepoli perché vengano “in disparte” ed egli li possa formare secondo il suo cuore e secondo la volontà del Padre che da sempre li ha chiamati. I molti e diversi gesti che Gesù compie nelle due fasi della guarigione (“prese il cieco per mano, lo condusse fuori dal villaggio e, dopo avergli messo della saliva sugli occhi, gli impose le mani”) richiamano quelli compiuti nei confronti del sordomuto che aveva precedentemente guarito (cfr. Mc 7,31-37). La gradualità della guarigione del cieco è il simbolo della comprensione lenta e progressiva del cammino di fede dei discepoli che Gesù educa alla vera comprensione della sua identità, come verrà subito dopo proclamata da Pietro: “Tu sei il Cristo” (8,29). Il cieco nella prima fase confida a Gesù di vedere “come degli alberi che camminano” (v. 24). Nella seconda fase si sente già guarito e “ci vede chiaramente” (v. 25). Così è per i discepoli che, dalla incomprensione del “linguaggio del pane” vengono “presi per mano” da Gesù e giungono a comprendere il linguaggio che definisce Gesù nella sua vera identità, cioè il linguaggio della fede. “Tu sei il Cristo” (8,27-38) La professione di fede di Pietro (“Tu sei il Cristo”), conclude la prima parte del vangelo secondo Marco, racchiusa nei capitoli 1-8. Questa è, infatti, la sezione caratterizzata dalla narrazione dei molti miracoli compiuti da Gesù e che l’evangelista, per una scelta legata alla sua particolare presentazione di Gesù, ha qui raggruppato. Gli altri evangelisti amano invece disporre i miracoli lungo tutta la loro narrazione, intercalando così le parole con i gesti di Gesù. Nell’insieme del vangelo di Marco, i miracoli hanno lo scopo di condurre al riconoscimento della vera identità di Gesù, sapendo vedere nella sua persona e nelle sue azioni il Cristo (il Messia) e il Figlio di Dio (cfr. Mc 1,1). La guarigione fisica che essi offrono è immagine di una guarigione più profonda e totale, quella dal peccato e dal male, che verrà donata dal Messia Gesù. È importante notare come nella prima parte del suo vangelo, Marco non presenti le esigenze radicali che la sequela di Gesù comporta. Le presenta invece nella seconda parte, racchiusa nei capitoli 9-16, perché solo chi è giunto a riconoscere la vera identità di Gesù sarà in grado di accettare anche le esigenze della sua sequela o dell’essere suo discepolo (abbracciare la croce, scegliere l’ultimo posto, perdere la vita in questo mondo). Il riconoscimento di Gesù come Messia o Cristo (il termine “Cristo” è l’equivalente dell’ebraico mashiach, “il consacrato”, “l’unto”, reso in greco con christòs) costituisce perciò il punto di arrivo del cammino di vita insieme, di fede e di preghiera che i discepoli hanno percorso con Gesù. Da adesso occorre intraprendere un nuovo cammino, alla luce delle esigenze richieste da Gesù e che l’evangelista Marco colloca dopo la confessione di fede di Pietro. “Cesarea di Filippo” è così chiamata per distinguerla dalla più importante Cesarea sul mare. Fu costruita da Erode Filippo nel 2 a.C., presso le sorgenti del fiume Giordano. L’identificazione di Gesù con Elia si rifà alla tradizione popolare che vedeva nel ritorno di questo profeta un segno dell’imminente venuta del Messia (Mal 3,23: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore”). “Tu sei il Cristo” è una professione di fede nella messianità di Gesù, che sarà compresa pienamente dopo la Pasqua, quando apparirà in tutta la sua visibilità la scelta del messianesimo sofferente compiuta da Gesù. I discepoli allora comprenderanno che solo attraverso l’umiliazione della croce e della morte – e non nella straordinarietà dei miracoli, secondo la concezione del messianesimo nazionalistico e vittorioso – è stata offerta agli uomini la salvezza. Per questo, Gesù impone il silenzio ai discepoli, volendo percorrere questa via di sofferenza e volendola proporre anche a chi si pone alla sua sequela. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1. I due miracoli di moltiplicazione dei pani ci invitano a una lettura e a una comprensione più profonda di quello che nel commento è stato chiamato “il linguaggio del pane”. La nostra spiritualità paolina è stata molto marcata dal Fondatore alla luce dell’Eucaristia. Come posso nutrire questa spiritualità con la lettura e l’approfondimento del messaggio di questi due miracoli? 2. Il “lievito” dei farisei e il “lievito” di Erode alludono anche alla profonda crisi di fede che attanaglia la nostra società e la stessa Chiesa (inogni sua articolazione). Il richiamo di Gesù a stare in guardia ci trova preparate, disponibili, pronte ad annunciare in pienezza il Vangelo e a testimoniarlo con la nostra vita? Oppure anche noi ci lasciamo coinvolgere nella cecità e nella sordità di fronte alla fede e alla persona di Gesù? 3. La lettura del Vangelo, la preghiera, la partecipazione alla vita della Chiesa e alle iniziative dell’Istituto favoriscono in me la conoscenza della vera identità di Gesù, come è stato per Pietro (“Tu sei il Cristo”)? Oppure anch’io respiro il clima di indifferenza, scetticismo, relativismo e superficialità che porta a vivere e agire “come se Dio non ci fosse” (etsi Deus non daretur), come se il Vangelo non avesse rivelato la persona e l’opera salvifica di Gesù, la sua necessità per l’uomo e la sua presenza necessaria nella storia? Come possono aiutarmi le esigenze radicali che Gesù chiede a chi lo vuole seguire ed essere suo discepolo anche oggi, anche in questo clima? Don Primo Gironi, ssp |