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IL VANGELO SECONDO MARCO
(17)

 

Gesù si rivela “camminando sul mare” (6,45-52)

Alla moltiplicazione dei pani l’evangelista Marco fa seguire una nuova rivelazione di Gesù, che si manifesta ai discepoli “camminando sul mare [di Galilea]” (6,48). Questa rivelazione viene anche chiamata teofanìa (“manifestazione [=phàino] di Dio [=Theòs]”) e già precedentemente ci era stata descritta quella di Gesù che domina il mare in tempesta (cfr. Mc 4,35-41). Marco registra da parte dei discepoli una reazione inspiegabilmente negativa sia nei confronti del miracolo della moltiplicazione dei pani, sia nei confronti del cammino di Gesù sulle acque: i discepoli non comprendono. L’evangelista motiva questa incomprensione con le parole con cui conclude i due episodi: “il loro cuore era indurito” (6,52). “Avere il cuore indurito” indica nella Bibbia la reazione negativa dell’uomo nei confronti degli interventi di Dio, una profonda mancanza di fede (cfr. Es 7,3.13-14; 9,35; 10,20). Come Israele nel cammino lungo il deserto si oppose a Dio con il suo atteggiamento di incredulità “indurendo il cuore” (“Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto”: Sal 95,8-9; cfr. Es 17,1-7), così ora l’indurimento del cuore dei discepoli nei confronti di Gesù che opera miracoli ricorda l’incredulità del popolo biblico (notiamo che il contesto del miracolo della moltiplicazione dei pani richiama quello del dono della manna e dell’acqua a Israele nel deserto). La teofanìa di Gesù che cammina sulle acque flagellate dal vento ricorda la teofanìa di Jhwh che si rivela nella sua vittoria sulle acque e sul forte vento che sconvolge il Mar Rosso (come si legge nei capitoli 14-15 dell’Esodo). Ai discepoli impauriti (la mancanza di fede fa loro vedere in Gesù che cammina sulle acque “un fantasma”) Gesù rivela il suo vero nome, che è quello della fede professata in tutta la Bibbia: “Io sono” (“Coraggio, sono io [= “Io sono”], non abbiate paura!”: Mc 6,50). Ma i discepoli sono incapaci di aderire nella fede a questa rivelazione di Gesù. Questa loro incredulità li rende anche incapaci di riconoscere in Gesù il loro unico Salvatore, che li libera dalle loro profonde paure e dalle loro crisi (simboleggiate dalla tempesta sul mare e dal vento contrario). Il Maestro però non umilia né abbandona i

discepoli increduli. Egli che avrebbe voluto precederli nel cammino della fede come loro modello (“andò verso di loro… e voleva oltrepassarli [=precederli]”), non esita ad adattarsi alla loro lentezza nel credere e ad abbandonare il suo ruolo di guida nella fede per fermarsi, salire sulla barca e “stare con loro” (“salì sulla barca con loro”). È la pedagogia del vero Maestro che ha chiamato a sé i discepoli perché “stessero con lui” (Mc 3,14) e ora comprende che è lui a dover “stare con loro”, cioè con i suoi discepoli che sperimentano “la notte” del dubbio e della paura e “il vento contrario” della crisi e della sfiducia. È, questa, la pedagogia che incoraggiava nelle loro “notti” e nelle loro “crisi” anche i catecumeni che si preparavano al Battesimo nella Notte di Pasqua. Il Vangelo secondo Marco, come abbiamo detto nell’introduzione generale, era considerato infatti “il vangelo del catecumeno” (ieri e oggi). Marco ricorre a due espressioni della lingua greca per indicare la “durezza di cuore”. La prima è contenuta nel verbo poròo e nel termine derivato pòrosis (in Mc 3,5 la durezza di cuore è chiamata pòrosis, mentre qui in 6,52 è indicata con il verbo poròo, “indurire”). Pòrosis indica impenetrabilità, chiusura alla fede in Gesù e ai suoi interventi. La seconda è formulata con il termine sklerokardìa (skleròs, “duro”, kardìa, “cuore”). Come la durezza e la chiusura delle vene e delle arterie ostacolano il fluire del sangue nell’organismo, così la durezza e la chiusura alla persona di Gesù impediscono il fluire in noi della sua parola e della fede.

La discussione sul “puro” e sull’“impuro” (7,1-23)

L’annotazione che Marco fa nei confronti dei malati desiderosi di toccare anche solo “il lembo del mantello” di Gesù per ottenere la guarigione (cfr. 6,53-56) ci introduce alla discussione di Gesù con gli scribi e i farisei sulle norme contenute nella “tradizione degli antichi”
(cfr. 7,1-13), e sulla sua presa di posizione nei confronti di ciò che il fariseismo chiamava “puro” e “impuro” (cfr. 7,14-23). La “tradizione degli antichi” era una raccolta di prescrizioni orali che le varie scuole rabbiniche conservavano accanto alla Legge scritta di Mosè. Gesù non è stato ribelle verso la tradizione religiosa di Israele, come dimostra l’uso, che egli rispetta, di portare delle frange o fiocchi alle quattro estremità del mantello (cfr. Dt 22,12). Secondo le prescrizioni di Nm 15,38-41 le frange dovevano stare ai lembi delle vesti e contenere al loro interno un filo di porpora viola: “quando voi – aveva detto il Signore a Mosè – guarderete [le frange] vi ricorderete di tutti i comandi del Signore”. A queste frange era stato attribuito un particolare potere miracoloso.
Per questo era invalsa l’usanza di “toccare il lembo del mantello” di personaggi dotati di carisma e prestigio (come presumono di essere gli scribi e i farisei che per questo – leggiamo in Mt 23,5 – “allungano le frange”). Gesù si è invece ribellato alla concezione formalistica delle tradizioni religiose di Israele, che riducevano l’osservanza alla sola esteriorità, come avveniva per il lavarsi le mani prima dei pasti o per il lavare i recipienti per l’uso domestico (cfr. 7,2-5). Gesù mira piuttosto alla purezza del cuore e alla nitidezza interiore, vera fonte del culto gradito a Dio e del vero amore verso il prossimo, come già esortava il profeta Isaia con le parole che Gesù stesso ripete ai farisei e agli scribi (cfr. 7,6-7; Is 29,13), scandalizzati per il comportamento di alcuni suoi discepoli. E neppure esita a contestare la doppiezza e l’incoerenza dei suoi interlocutori, i quali hanno eluso l’osservanza del comandamento dell’amore verso i genitori, sostituendo con un’offerta cultuale (chiamata in aramaico korbàn, “offerta”) quanto era loro dovuto dai figli per il sostentamento e le cure. Il contesto della discussione sul “puro” e sull’ “impuro” va colto nella tradizione religiosa di Israele, che aveva codificato una minuziosa legislazione per regolare il rapporto dell’uomo con Dio nel culto.
Questa legislazione è contenuta soprattutto nel libro del Levitico ed è opera di una corrente conosciuta con il nome di “sacerdotale”, proprio perché erano i sacerdoti coloro che ne curavano l’applicazione. Una intera sezione di questo libro biblico (capitoli 11-16) contiene un insieme di norme che costituiscono la cosiddetta “legge di purità”. In essa emergono con frequenza i termini “puro” e “impuro”, che vanno interpretati nel loro particolare significato. “Puro” è tutto ciò che appartiene alla sfera di Dio e favorisce il culto. “Impuro” è tutto ciò che non appartiene alla sfera di Dio e impedisce di accostarsi a lui. Si era così giunti alla compilazione di un fitto elenco di norme che invitavano a distinguere tra alimento e alimento, tra mestiere e mestiere, tra animali “puri” e animali “impuri”, fino a relegare realtà come la malattia, la sessualità e la morte nella sfera di ciò che poteva impedire il rapporto con Dio. A queste norme il popolo di Israele riconosceva la funzione di rivelare il suo Dio come totalmente puro e santo. Esse costituiscono una tappa di quel lento e graduale cammino di formazione che Dio ha iniziato con il suo popolo e che si va man mano perfezionando, fino a culminare – passando attraverso la predicazione dei profeti (come nel testo di Isaia 29,13, che Gesù stesso ripropone ai suoi ascoltatori) – nelle parole chiarificatrici di Gesù: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro.
Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro… Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e va nella fogna?” (7,15-19). Alla luce della rivelazione di Gesù, non è più la distinzione tra ciò che è “puro” e ciò che è “impuro” a collocare l’uomo nell’ambito di Dio (e per questo Gesù “rendeva puri tutti gli alimenti”). È invece il “cuore” dell’uomo ad avere questa capacità. “Cuore” nella Bibbia indica il “luogo” delle decisioni e delle scelte dell’uomo, la sua coscienza, la sua interiorità. Il male perciò non viene dal di fuori dell’uomo (il di fuori che il vangelo esemplifica con il non lavarsi le mani dopo esser stati al mercato, il non lavare bicchieri e stoviglie prima dei pasti o nell’assumere cibi dichiararti “impuri”), ma ha le sue vere origini nell’uomo stesso, nelle sue decisioni, nelle sue scelte, nel suo stile di vita, nel suo cuore (“Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini escono i propositi di male”). Nel cuore dell’uomo quindi culmina l’opera educatrice di Dio che, partendo dalle molte norme esteriori, è ora finalmente arrivato al centro della vera religiosità e del vero agire della sua creatura. Tutto ciò spiega perché Gesù con pazienza e con gradualità cerca di “guarire” la durezza di cuore che impedisce ai suoi discepoli e oggi a noi la comprensione della sua rivelazione (“Così neanche voi siete capaci di comprendere?”).

Guarigione della figlia di una donna pagana (7,24-30)

Il serrato “dibattito” tra Gesù (“Lascia che prima si sazino i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”) e la donna pagana che lo implora di scacciare il demonio dalla sua figlioletta (“Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole dei figli”) ci offre la vera chiave di interpretazione di questo miracolo di guarigione. L’aver “preteso” il pane anche per i cagnolini (gli ebrei chiamavano “cani” i pagani) da parte della donna induce Gesù ad estendere la sua missione e la sua opera messianica anche ai pagani (come sono gli abitanti della regione di Tiro e Sidone, sul Mediterraneo). È, questa fede della donna, la fede che “smuove” le montagne («Se aveste fede pari a un granellino di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là, ed esso si sposterà”»: Mt 17,20; Lc 17,6) e che ora “smuove” la volontà di Gesù a “uscire” dal territorio dei “figli” (gli ebrei) per “entrare” nel territorio e nel cuore dei “cagnolini” (i pagani). Gesù loda questa fede, che ha fatto portare il dono del “pane e delle briciole” (cioè il dono della salvezza) anche ai pagani. La figlioletta guarita e “coricata sul letto” (v. 30) è l’immagine della “fatica” scaturita dalla “lotta serrata” tra la parola della fede della madre e la volontà di Gesù (“Per questa tua parola va’; il demonio è uscito da tua figlia”). Sia la madre sia Gesù sembrano ora “riposare” da questa fatica.

Guarigione di un sordomuto (7,31-37)

Ogni pagina della Bibbia è come percorsa dai verbi “udire”, vedere”, “parlare”, “camminare”, tutti protesi verso il Messia Gesù, che li rende visibili attraverso i suoi miracoli di guarigione, chiamati “miracoli messianici”. È in questo contesto che possiamo comprendere meglio il miracolo di guarigione del sordomuto, da parte di Gesù. Questa guarigione in territorio pagano (come era la Decàpoli) significa il dono messianico che Gesù fa anche ai pagani di poter udire la sua parola che guarisce e di proclamare il suo vangelo che salva. Il miracolo più grande è perciò guarire l’uomo che rischia di rimanere muto e sordo di fronte ai segni e alle parole rivelatrici di Gesù. Per questo, Marco conclude la narrazione dei miracoli con la guarigione di un sordomuto (cfr. 9,14-29) e di un cieco (cfr. 10,46-52). Essi sono l’immagine dell’uomo di ogni tempo che si chiude alle parole e alle azioni di Gesù, e ha bisogno assoluto di guarigione. “Imporre le mani” era il gesto abituale delle guarigioni e significava il passaggio di una forza particolare dal guaritore alla persona colpita dalla malattia. “Porre le dita negli orecchi e toccare con la saliva” erano anche questi gesti abituali dei guaritori. Gli antichi attribuivano alla saliva particolari capacità terapeutiche, per la cura delle malattie. “Effatà” (“àpriti”) è una parola aramaica, che riporta il lettore all’ambiente originario di Gesù, quello della Galilea di lingua aramaica. Questi gesti e queste parole, grazie alla ricchezza del loro simbolismo, sono ancora capaci di esprimere la salvezza offerta dai sacramenti della Chiesa. I catecumeni li sperimenteranno nella Notte di Pasqua, quando riceveranno questi sacramenti.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. Alla luce di queste pagine del Vangelo secondo Marco, so riconoscere la mia “durezza di cuore” nell’aderire a Gesù e nel crescere nella fede? Mi convinco sempre più che è dal “cuore indurito” che hanno origine il male, il peccato, le 314 mie negligenze, le mie scelte sbagliate e le mie decisioni in contrasto con la volontà del Padre?

2. Nel mio rapporto con Dio e con il prossimo privilegio l’interiorità, la retta intenzione, la fuga da ogni formalismo e da ogni atteggiamento incoerente? So superare simpatie e antipatie, sull’esempio del Maestro Gesù che insegna ad abbattere tutte le barriere (come quelle tra “puro” e “impuro”)?

3. La mia fede è grande? È una fede fiduciosa nell’ottenere ciò che chiede con umiltà e confidenza, sull’esempio della donna siro-fenicia? Oppure anch’io mi colloco tra i discepoli di Gesù, spesso descritti con poca fede e incapaci di riconoscere chi è veramente Gesù? Sono sorda e muta nei confronti della fede? So sperimentare la salvezza che mi viene dai sacramenti che ricevo e che operano in me la guarigione come nei malati del Vangelo?

Don Primo Gironi, ssp

 

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