riguardante la figlia del capo della sinagoga, che precedentemente aveva invocato l’intervento di Gesù a favore della figlia in fin di vita. Questo racconto era stato interrotto dalla sovrapposizione della guarigione della donna con perdite di sangue. Nel frattempo veniamo a sapere che la bambina era morta: «[Gesù] stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?” » (v. 35). Alcuni elementi di questo racconto di miracolo aiutano il lettore a coglierne la profondità del contenuto e del messaggio. Innanzi tutto il nome del padre della bambina: Giàiro. Nella lingua ebraica questo nome (= Iair, che appare anche in Nm 32,41; Dt 3,14; Gdc 10,3) significa: “Il Signore illumina” o “Il Signore risusciterà”. In questo nome è come anticipata la risurrezione della bambina da parte di Gesù. Il racconto, quindi, fin dall’inizio guida il lettore ad accostarsi a Gesù come al Signore della vita, al Kyrios risorto e vivo nella comunità di fede. Vi è poi il riferimento all’età della bambina: dodici anni.
Nella tradizione ebraica questa è l’età della maturità religiosa e della piena apertura alla vita. I maschi vi entravano attraverso il rito del Barmitzvàh (“figlio della legge”), un rito che li faceva entrare nel mondo degli adulti e li rendeva idonei a leggere in pubblico la Bibbia (o la “Legge”, per cui diventavano “figli della Legge”).
Per le bambine questa era l’età in cui iniziavano la loro vita nella società, percorrendo le tappe del fidanzamento, del matrimonio e della maternità. Tutto ciò veniva precluso a questa bambina con la morte. Ma i lettori, come il padre della bambina, non devono temere la morte: devono sempre continuare a credere che Gesù è il vincitore della morte perché la sua Pasqua di risurrezione ormai ha ragione sul potere della morte: “Non temere, soltanto abbi fede!”. I destinatari del vangelo secondo Marco non devono perciò cedere al potere distruttivo della morte, abbandonandosi a quelle manifestazioni di lutto caratterizzate dallo strepito e dai lamenti, cui allude il v. 38: “[Gesù] vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte”. Ormai Gesù con la sua risurrezione ha manifestato la potenza salvifica di Dio sulla morte e sul male.
Infatti il verbo con cui Gesù si rivolge alla bambina (“àlzati!”) è già il verbo della risurrezione di Gesù (in greco, eghèiro, “alzarsi” [dal sepolcro, dal sonno della morte]). Questa risurrezione è opera esclusiva di Gesù. Mentre la donna con perdite di sangue prende l’iniziativa di “toccare” Gesù, ora è Gesù che “tocca”, “prende per mano” la bambina, perché il potere di far ritornare alla vita (o di far alzare/svegliare dal sonno, come si esprime Gesù: “la bambina non è morta, ma dorme”) è legato unicamente alla sua iniziativa. E si tratta di una vera vita quella che la bambina riceve da Gesù, come indica il verbo “camminare” (“subito la fanciulla si alzò e camminava”), un verbo che nella Bibbia è immagine della vita che va man mano svolgendosi, e come indica il verbo “mangiare” (“[Gesù] disse di darle da mangiare”), che qualifica la persona che vive (come Gesù che, dopo la risurrezione, chiede ai discepoli qualcosa da “mangiare”, per indicare la realtà e la verità della sua presenza di risorto e di vivente: cfr. Lc 24,41-42; cfr. anche Gv 21,9-14).
Lungo la storia dell’interpretazione dei vangeli ci sono stati (e ci sono) coloro che hanno letto i miracoli di Gesù come una particolare manifestazione di capacità straordinarie (come interpretano la “forza uscita da lui” nel miracolo della guarigione della donna con perdite di sangue), oppure come conseguenza di alcuni gesti “magici” (come “l’imposizione delle mani” sulla bambina, secondo la richiesta del padre a Gesù), o anche come effetto di formule esoteriche (come le parole “Talitàkum” [“Fanciulla, àlzati”] con cui Gesù si rivolge alla bambina ormai morta). Bisogna però dire che una simile interpretazione dei miracoli non è accettabile. Gesù, nella sua opera di predicazione e nei suoi miracoli va invece collocato nella cornice biblica della predicazione dei profeti e dei miracoli narrati nei testi dell’Antico Testamento (come quelli compiuti dai profeti Elia ed Eliseo e narrati nei due Libri dei Re). Da una parte i miracoli di Gesù confermano lo stretto legame tra l’Antico Testamento – che promette un intervento gratuito di salvezza da parte di Dio a favore di Israele (e dell’umanità) – e il Nuovo Testamento che lo realizza nelle parole e nei miracoli di Gesù, e in modo definitivo nella sua risurrezione. Dall’altra parte i miracoli di Gesù esprimono la sua superiorità, perché egli non si affida a lunghe preghiere o a particolari rituali o a gesti complicati, come Elia (“prese il bambino, lo portò nella stanza superiore, lo stese sul letto, quindi invocò il Signore… si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore”: 1Re 17,19-21), o come Eliseo (“si coricò sul bambino, pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani sulle mani di lui, si curvò su di lui e il corpo del bambino riprese calore. Quindi desistette e si mise a camminare qua e là per la casa; poi salì e si curvò su di lui. Il ragazzo starnutì sette volte, poi aprì gli occhi”: 2Re 4,33- 35).
Gesù si affida unicamente all’efficacia della sua parola, proprio come avviene nella risurrezione della figlia di Giàiro: “Fanciulla, io ti dico, àlzati!”. L’espressione Talitàkum (“Fanciulla, àlzati”) non è una formula magica, ma appartiene alla lingua aramaica parlata da Gesù e testimonia l’antichità e l’originalità dello scritto di Marco. La presenza di Pietro, Giacomo e Giovanni accanto a Gesù indica la volontà del Maestro di associare questi discepoli ai momenti più importanti della sua missione (1,16-20; 9,2; 13,3; Mt 17,1; 26,37). Intende anche sottolineare la realtà del miracolo avvenuto, la cui veridicità, secondo la tradizione biblica, doveva essere comprovata da “due o tre testimoni” (come è prescritto in Dt 17,6 e 19,15 e come si legge in Mt 18,16; 2Cor 13,1; 1Tm 5,19; Eb 10,38). La raccomandazione di Gesù a mantenere il segreto su quanto era accaduto nella casa di Giàiro (“raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo”) si comprende con il riferimento, sempre presente in Marco, al segreto messianico. Gesù, cioè, vuole evitare che si veda in lui solo una persona straordinaria e dotata di capacità fuori dal comune. Vuole invece che emerga la sua vera identità di Messia e Figlio di Dio, quale apparirà nella croce e nella risurrezione: qui devono essere ricondotti tutti gli altri miracoli per la loro vera comprensione. Così, la luce della risurrezione illumina sia la donna che dal “sepolcro” della sua lunga malattia (“dodici anni”) viene restituita alla vita feconda normale, sia la fanciulla che nell’età della sua maturità (“dodici anni”) ritrova la vita perduta nel “sonno” della morte.
Gesù rifiutato a Nazareth (6,1-6)
Dopo la narrazione di questi miracoli compiuti da Gesù, il lettore si aspetterebbe un’accoglienza entusiasta da parte degli abitanti di Nazareth, la cittadina nella quale egli era cresciuto e dove ora si reca (Mc 6,1: “Partì di là e venne nella sua patria”). Senza dubbio erano giunte anche a loro le notizie di quanto questo loro concittadino aveva compiuto. Si trattava del resto di una serie di miracoli altamente significativi nella missione di Gesù e nella rivelazione della sua messianicità. Marco li chiama dynàmeis (“prodigi”, “potenze”: 6,2), perché abbracciano l’ampio orizzonte di azione nel quale può operare unicamente la potenza (dynamis) delle “mani” di Dio, che ora si fa visibile nelle “mani” di Gesù (“E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani?”: 6,2). È l’orizzonte che racchiude tutto l’arco delle opere caratteristiche dell’epoca messianica: miracoli sulla natura (la tempesta calmata sul mare di Galilea: Mc 4,35-41), liberazione dai demoni (l’esorcismo di liberazione sull’indemoniato gerasèno: Mc 5,1-20), miracoli di guarigione (è il caso della guarigione della donna con perdite di sangue: Mc 5,25-34), miracoli di risurrezione (la figlia di Giàiro morta e riportata in vita: Mc 5,21-24.35-43).
Nell’ottica più profonda dell’evangelista Marco, interessato a cogliere la vera identità di Gesù, questi miracoli hanno la funzione di rivelare la continuità dell’agire del Dio della Bibbia, dove tutto è “opera delle sue mani”, con l’agire delle “mani” di Gesù. È questa continuità che gli abitanti di Nazareth non comprendono. Nella loro ottica superficiale, infatti, Dio non può operare in un uomo, come Gesù, che essi conoscono (è “il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone… e le sue sorelle non stanno qui da noi?”) e la cui esistenza è stata avvolta dalla normalità (“Non è costui il falegname?”) e non ha nulla di quel mistero che, secondo loro, è proprio di un uomo di Dio, dotato di “sapienza” (“E che sapienza è quella che gli è stata data?”). Per questo, annota Marco, Gesù “era per loro motivo di scandalo”.
È questa incomprensione l’impedimento che non permette ai Nazaretani di vedere nelle opere messianiche di Gesù (“i prodigi compiuti dalle sue mani”) la venuta del Regno di Dio. Questa incomprensione è colta da Gesù nel suo livello più profondo, quello dell’incredulità (“E si meravigliava della loro incredulità”). Questa incredulità (espressa nel greco dei vangeli con il termine forte apistìa, “assenza di fede e di fiducia”) è l’atteggiamento che ha caratterizzato Israele nei confronti dei profeti biblici, che sono stati perseguitati e rifiutati. Gesù è consapevole che la sua missione avrà questo stesso esito proprio tra i suoi, nel suo popolo, nella sua famiglia (“Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”: probabilmente questo era un proverbio popolare, che Gesù applica a sé).Al riguardo Marco ci aveva già precedentemente informati sull’incapacità dei “suoi” di “entrare” nella volontà del Padre, come vi è “entrato” Gesù, e di preferire di restarne “fuori”, rifiutando il modo “feriale”, umile e sofferente con cui Gesù compie la sua missione (cfr. il commento a Mc 3,20-21.31-35).
Tuttavia il rifiuto dei “suoi” non impedisce a Gesù di rimanere se stesso (è sempre il Messia e il Figlio di Dio) e di offrire le sue “mani” alle “mani” del Padre per compiere le opere dell’epoca messianica: “Lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì”. I “fratelli” e le “sorelle” di Gesù (Marco ci fa conoscere i nomi dei “fratelli”: 6,3 [anche Mt 13,55 li nomina, mentre in Luca non vi è cenno]) sono da intendere come i cugini (un termine che le lingue semitiche, come l’ebraico e l’aramaico, non conoscono, per cui ricorrono al termine “fratello”). “Il figlio di Maria”, come viene chiamato Gesù, probabilmente è, per l’evangelista Marco, un’allusione alla verginità di Maria. Ciò verrebbe confermato anche dal fatto che di Gesù si dice semplicemente che è “il falegname”, senza coinvolgere il padre Giuseppe (come in Mt 13,55 dove Gesù è “il figlio del falegname”, e in Lc 4,22 dove è chiamato “il figlio di Giuseppe”). Per Marco Dio è il solo padre di Gesù e Gesù è il Figlio obbediente che è “entrato” nella sua volontà.
PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
1. L’itinerario spirituale che caratterizza il cammino della donna con perdite di sangue guarita da Gesù, viene proposto dall’evangelista anche a noi lettori. Infatti nel nostro cammino verso il Signore spesso rischiamo di rimanere nell’esteriorità e nella superficialità: pregare solo con le labbra e per abitudine; affidarci ai soli nostri sensi ed emozioni (“toccare le vesti”); ricercare affannosamente ciò che potrebbe farci superare le difficoltà, i problemi, le preoccupazioni (“spendere tutti i propri averi”). Anche il linguaggio della nostra pietà popolare (parole, gesti, manifestazioni, processioni, tradizioni, usanze) va purificato con il linguaggio della fede e della salvezza e va evangelizzato alla luce del mistero di Cristo (come suggerisce il n. 1676 del Catechismo della Chiesa Cattolica).
2. Una fruttuosa lettura del Vangelo è quella che sa collocare nella sua cornice biblica il testo che si legge, cogliendone le differenze e scoprendo la novità e l’unicità del messaggio di Gesù. Prova a leggere i miracoli narrati da Marco nella sezione 4,35-6,6 (“il libretto dei miracoli”) alla luce (e nel confronto) dei testi biblici di riferimento citati lungo il commento.
3. Approfondisci la riflessione sulle “mani” di Dio (che operano nella creazione) e le “mani” di Gesù (che operano nei miracoli), come immagine dell’amore misericordioso di Dio per l’uomo (ti puoi servire anche di altre letture sul Giubileo straordinario della misericordia).
Don Primo Gironi, ssp