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IL VANGELO SECONDO MARCO
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“Volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva” (Mc 9,38-40) Con il racconto di questo breve episodio, Marco continua a presentarci l’opera paziente di Gesù come Maestro, per formare nei suoi discepoli (e anche in noi) una autentica mentalità evangelica. L’episodio dell’esorcista al quale i discepoli vorrebbero impedire di operare perché non fa parte del gruppo dei Dodici, mette ancora in evidenza l’incapacità che essi hanno di comprendere che il seguire Gesù non dà loro nessun privilegio e nessuna esclusiva: “glielo volevamo impedire perché non ci seguiva”. Ma “seguire” è prima di tutto il verbo che indica Gesù che, come discepolo del Padre, si è lasciato da lui formare al cammino verso la croce. Il cammino verso la croce è il cammino lungo il quale Gesù, con la sua opera educatrice di Maestro, guida i discepoli e tutti noi a spogliarci della nostra mentalità mondana, basata sul privilegio (questo spetta solo a me) e sull’esclusività (questo è solo mio), sia nel fare il bene sia nel compiere un apostolato particolare nella Chiesa, per rivestirci della mentalità evangelica del servizio e dell’umiltà, dell’accoglienza fraterna e della collaborazione con tutti, secondo il programma di vita indicato da Gesù: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,35). Solo dopo lo “spogliamento” di questa mentalità mondana e dopo il “rivestimento” di questa mentalità evangelica, il verbo “seguire” diventa il verbo del discepolo e il “nome” di Gesù un ideale universale per operare il bene e spendere se stessi (“Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”: Mc 9,40). Lo scandalo e la pedagogia di Gesù (Mc 9,41-50) Siamo ancora davanti a Gesù che, con la sua paziente opera di Maestro, continua |
a formare i discepoli alla mentalità evangelica, che deve permeare tutto il tessuto della loro esistenza, come il sale permea di sé tutto il cibo che si conserva nella casa. Quella di Gesù è una pedagogia semplice e forte. Essa parte dalla semplicità dei gesti comuni, come il porgere un bicchiere d’acqua, per giungere a rivelarne il grande valore: Dio lo ricompenserà, perché ogni gesto quotidiano della nostra vita fraterna, egli lo ritiene fatto a sé (“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, non perderà la sua ricompensa”). È una pedagogia forte, come indica il comando, per noi paradossale, di privarsi con violenza delle membra del proprio corpo, quando la mentalità del discepolo (cioè il suo stile di vita, il suo comunicare con le parole e con i comportamenti) è la mentalità mondana che produce nella comunità scandalo per i piccoli (“tagliare la mano e il piede, gettare via l’occhio”). Questo linguaggio si ispira alla tradizione biblica, secondo la quale gli istinti umani risiedono negli organi del corpo: “occhi alteri” (per indicare la superbia e l’arroganza: Pr 6,17), “mani che versano sangue innocente” (per indicare l’omicidio: Pr 6,17), “piedi che corrono rapidi verso il male” (per indicare ogni azione cattiva: Pr 6,18). Anche nel giudaismo del tempo di Gesù la mano, il piede, l’occhio rappresentavano gli organi più importanti del corpo, capaci di incentivare i cattivi desideri e le cattive azioni dell’uomo. Gesù si trasferisce dalla Galilea nel territorio della Giudea Il capitolo 10° del vangelo secondo Marco vede Gesù che dalla Galilea (al nord della Palestina) si dirige verso la Giudea (la regione al sud della Palestina). La Giudea è la regione che ha Gerusalemme come capitale. Dirigersi a Gerusalemme significa per Gesù camminare verso la croce e la pasqua. Questo cammino verso Gerusalemme offre all’evangelista lo sfondo dell’insegnamento di Gesù ai discepoli, perché anch’essi possano compiere un cammino spirituale e interiore che li renda docili alla volontà del Padre e al suo disegno di salvezza, sull’esempio del loro Maestro Gesù. Ciò spiega perché in questo capitolo troviamo riproposto l’annuncio della passione (il terzo: Mc 10,22-33), come pure le condizioni per camminare verso la croce con Gesù: indissolubilità del matrimonio (cfr. 10,1-16); guardarsi dalle ricchezze (cfr. 10,17-26); privilegiare la via del servizio e dell’umiltà (cfr. 10,35-43). Questo insegnamento, infine, è reso visibile mediante il miracolo di guarigione del cieco di Gerico (10,46-52). Nel presentarlo, vedremo che in questa narrazione tutto ci riporta a quanto Gesù è andato insegnando e a quanto egli chiede al discepolo per “seguirlo lungo la strada” (cioè lungo il cammino della croce e lungo il cammino interiore del discepolato). “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?” (Mc 10,1-16) Nel suo insegnamento ora Gesù si confronta con i farisei su un tema di grande importanza per la vita familiare e per la società tutta, quale è la vera natura del matrimonio, che comporta l’indissolubilità. Il riferimento che Gesù fa “all’inizio della creazione” allude al libro della Genesi, che gli ebrei chiamano ancora oggi “In principio” (o “All’inizio”), dalle sue prime parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). A questo “principio” o “inizio” – che è perciò un riferimento alla Parola di Dio – Gesù invita i suoi interlocutori a trovare il fondamento dell’identità dell’uomo e della donna e della loro diversità (“[Dio] li fece maschio e femmina”) e a cogliere il progetto di vita sponsale con cui Dio Creatore li unisce in alleanza, per vivere insieme la gioia e la fatica della vita di coppia e di famiglia. Questo progetto contempla anche “l’uscita” dalla famiglia di origine, perché l’amore sponsale si rivela più forte di quello verso i genitori e la famiglia di origine: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola” (Gen 1,24 e Mc 10,7). “Una carne sola” significa nel linguaggio biblico “un solo essere”. L’insegnamento di Gesù sul matrimonio è inserito nel contesto della sequela di Gesù e delle esigenze che essa richiede anche nel matrimonio. Probabilmente esso è la risposta sia all’ambiente giudaico sia all’ambiente ellenistico, che ammettevano il divorzio. L’insegnamento di Gesù sulla ricchezza (Mc 10,17-31) – Prima parte Nella tradizione ebraica essere ricchi significava sperimentare la benedizione di Dio. Essere poveri significava, invece, sperimentare la lontananza e la maledizione di Dio. L’opera educatrice di Gesù consiste nel condurre a poco a poco l’uomo a un capovolgimento di valori. Matteo e Luca presentano questo capovolgimento nelle beatitudini (cfr. Mt 5,1-12 e Lc 6,20-26) e ricorrendo alle provocazioni di alcune parabole (pensiamo solo alle parabole del ricco e del povero Lazzaro [cfr. Lc 16,19-31]; del ricco stolto e avaro [cfr. Lc 12,16- 21]). Marco invece preferisce collocare l’insegnamento di Gesù sulla ricchezza nella cornice che caratterizza la seconda parte del suo vangelo (capitoli 9-16), mentre con i discepoli cammina verso la croce. In questo cammino – immagine del cammino che è la vita dell’uomo – la fiducia totale va data a Dio e alla sua parola e non ai beni di cui si può disporre e alla ricchezza. L’insegnamento di Gesù è originato dalla richiesta di un ricco possidente (che lo fosse lo si deduce dalla finale del racconto: “possedeva molti beni”). Costui è una persona osservante dei comandamenti e intenzionata a ottenere la salvezza (questo significa l’espressione: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”). Gesù, che legge nel cuore dei suoi interlocutori (come indica l’espressione: “Gesù fissò lo sguardo su di lui”), conosce la fedeltà di questo ricco possidente nei confronti di Dio e della sua Legge (infatti non gli ricorda i comandamenti della prima tavola della Legge, che riguardano i doveri verso Dio). Ma proponendogli i comandamenti della seconda tavola della Legge (quelli riguardanti il prossimo, a favore del quale dovrà rinunciare ai suoi beni e venderli), Gesù vuol far compiere un passo più completo al suo interlocutore, verso il quale, nonostante l’esito negativo di ciò che gli propone, non esita a esternare i propri sentimenti di accoglienza, stima e affetto: “Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò”. Vedremo in che cosa consiste questo passo. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1. È frequente in questi testi il richiamo di Gesù ai discepoli a “spogliarsi” della mentalità mondana e a “rivestirsi” della mentalità evangelica dell’umiltà e del servizio. Noi pure siamo chiamate a spogliarci di tutto ciò che ci veste di superiorità (io sono la più importante) e di esclusività (questo spetta solo a me) nelle nostre relazioni e nel nostro apostolato, e a rivestirci di tutto ciò che fa del nostro apostolato (nel lavoro, in famiglia, nella scuola, in parrocchia, nella malattia) un servizio umile e accogliente e lo rende aperto alla collaborazione con quanti nella Chiesa e nella società operano con i mezzi di comunicazione per il bene comune e per l’evangelizzazione. 2. Come accolgo nella mia vita la pedagogia “semplice” e “forte” del maestro Gesù? So ispirarmi ad essa sia nel compiere le piccole e semplici cose di ogni giorno, sia nell’evitare lo scandalo e tutto ciò che nel mio comportamento potrebbe essere di ostacolo alla fede, alla vita cristiana, alla risposta alla vocazione, alla mia testimonianza di consacrata nel mondo? 3. Come per vivere il progetto di Dio sul matrimonio è necessario ritornare alle sue origini nella Parola di Dio, anche per noi è importante ritornare alle origini della nostra vocazione. In questo nostro tempo di crisi di vocazioni (e della nostra stessa vocazione) vale anche per noi la parola di Gesù: “All’inizio non era così”. All’inizio della tua vocazione c’è stato il tuo “Eccomi”, il tuo pieno affidamento alla parola e alla pedagogia del Maestro, la tua entrata nell’apostolato, il tuo spenderti quotidiano che ti ha fatto compiere tutto per il Vangelo. Nei momenti bui e di crisi il ritorno alle origini della nostra chiamata ci apre nuovamente alla fiducia in Dio e in noi stesse. Don Primo Gironi, ssp
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