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IL VANGELO SECONDO MARCO
(20)

 

“Volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva” (Mc 9,38-40)

Con il racconto di questo breve episodio, Marco continua a presentarci l’opera paziente di Gesù come Maestro, per formare nei suoi discepoli (e anche in noi) una autentica mentalità evangelica. L’episodio dell’esorcista al quale i discepoli vorrebbero impedire di operare perché non fa parte del gruppo dei Dodici, mette ancora in evidenza l’incapacità che essi hanno di comprendere che il seguire Gesù non dà loro nessun privilegio e nessuna esclusiva: “glielo volevamo impedire perché non ci seguiva”. Ma “seguire” è prima di tutto il verbo che indica Gesù che, come discepolo del Padre, si è lasciato da lui formare al cammino verso la croce. Il cammino verso la croce è il cammino lungo il quale Gesù, con la sua opera educatrice di Maestro, guida i discepoli e tutti noi a spogliarci della nostra mentalità mondana, basata sul privilegio (questo spetta solo a me) e sull’esclusività (questo è solo mio), sia nel fare il bene sia nel compiere un apostolato particolare nella Chiesa, per rivestirci della mentalità evangelica del servizio e dell’umiltà, dell’accoglienza fraterna e della collaborazione con tutti, secondo il programma di vita indicato da Gesù: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,35). Solo dopo lo “spogliamento” di questa mentalità mondana e dopo il “rivestimento” di questa mentalità evangelica, il verbo “seguire” diventa il verbo del discepolo e il “nome” di Gesù un ideale universale per operare il bene e spendere se stessi (“Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”: Mc 9,40).

Lo scandalo e la pedagogia di Gesù (Mc 9,41-50)

Siamo ancora davanti a Gesù che, con la sua paziente opera di Maestro, continua

a formare i discepoli alla mentalità evangelica, che deve permeare tutto il tessuto della loro esistenza, come il sale permea di sé tutto il cibo che si conserva nella casa. Quella di Gesù è una pedagogia semplice e forte. Essa parte dalla semplicità dei gesti comuni, come il porgere un bicchiere d’acqua, per giungere a rivelarne il grande valore: Dio lo ricompenserà, perché ogni gesto quotidiano della nostra vita fraterna, egli lo ritiene fatto a sé (“Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome, perché siete di Cristo, non perderà la sua ricompensa”). È una pedagogia forte, come indica il comando, per noi paradossale, di privarsi con violenza delle membra del proprio corpo, quando la mentalità del discepolo (cioè il suo stile di vita, il suo comunicare con le parole e con i comportamenti) è la mentalità mondana che produce nella comunità scandalo per i piccoli (“tagliare la mano e il piede, gettare via l’occhio”). Questo linguaggio si ispira alla tradizione biblica, secondo la quale gli istinti umani risiedono negli organi del corpo: “occhi alteri” (per indicare la superbia e l’arroganza: Pr 6,17), “mani che versano sangue innocente” (per indicare l’omicidio: Pr 6,17), “piedi che corrono rapidi verso il male” (per indicare ogni azione cattiva: Pr 6,18). Anche nel giudaismo del tempo di Gesù la mano, il piede, l’occhio rappresentavano gli organi più importanti del corpo, capaci di incentivare i cattivi desideri e le cattive azioni dell’uomo.
Lo “scandalo” (in greco, skàndalon) era in origine il nome dato a una pietra più sporgente delle altre, così da provocare una caduta. In seguito era passato a indicare l’incitamento al male e al peccato. Chi si fa operatore di scandalo diventa nel medesimo tempo operatore di male e apre la via al peccato. Gesù non esita a usare anche in questo caso parole paradossali, che hanno lo scopo di evidenziare la gravità dello scandalo: “Chi scandalizza uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato in mare”. I “piccoli” (in greco, mikròi) non sono solamente i bambini (chiamati ricorrendo a un altro termine greco: paidìon), ma soprattutto quei membri della comunità più fragili nella fede e nella personalità, più suggestionabili psicologicamente e perciò facilmente vulnerabili, perché indifesi di fronte al fascino del male.
L’accenno alla “Geenna” (vv. 43 e 46: “andare nella Geenna… essere gettato nella Geenna”) allude a un ampio avvallamento con questo nome, situato nella parte meridionale di Gerusalemme. Da lì saliva un fumo continuo a motivo dei rifiuti che vi venivano gettati e bruciati giorno e notte. Questo fumo e questo fuoco continui avevano creato nell’immaginario collettivo l’idea dell’eternità della pena da scontare “nel fuoco inestinguibile”. Il riferimento al “sale”, con cui Gesù conclude il suo insegnamento, allude alla condizione originaria dei discepoli, che è quella di pescatori. Nel greco del Vangelo il termine sale si dice als e il termine pescatori è un suo derivato: pescatore infatti si dice aleèus (oppure alièus). Il sale rende saporito e gustoso il cibo. I discepoli-pescatori, formati dal Maestro alla mentalità evangelica, sono chiamati a rendere ricca di gusto e di pace la vita fraterna della comunità, attirando sempre nuovi discepoli con il fascino del bene e preservando la vita fraterna dal fascino del male (“Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri”). Il riferimento al fuoco (“Ognuno infatti sarà salato con il fuoco”) ha una connotazione escatologica: richiama cioè il giudizio finale, ultimo (in greco, èschaton), che sarà come fuoco purificatore.

Gesù si trasferisce dalla Galilea nel territorio della Giudea

Il capitolo 10° del vangelo secondo Marco vede Gesù che dalla Galilea (al nord della Palestina) si dirige verso la Giudea (la regione al sud della Palestina). La Giudea è la regione che ha Gerusalemme come capitale. Dirigersi a Gerusalemme significa per Gesù camminare verso la croce e la pasqua. Questo cammino verso Gerusalemme offre all’evangelista lo sfondo dell’insegnamento di Gesù ai discepoli, perché anch’essi possano compiere un cammino spirituale e interiore che li renda docili alla volontà del Padre e al suo disegno di salvezza, sull’esempio del loro Maestro Gesù. Ciò spiega perché in questo capitolo troviamo riproposto l’annuncio della passione (il terzo: Mc 10,22-33), come pure le condizioni per camminare verso la croce con Gesù: indissolubilità del matrimonio (cfr. 10,1-16); guardarsi dalle ricchezze (cfr. 10,17-26); privilegiare la via del servizio e dell’umiltà (cfr. 10,35-43). Questo insegnamento, infine, è reso visibile mediante il miracolo di guarigione del cieco di Gerico (10,46-52). Nel presentarlo, vedremo che in questa narrazione tutto ci riporta a quanto Gesù è andato insegnando e a quanto egli chiede al discepolo per “seguirlo lungo la strada” (cioè lungo il cammino della croce e lungo il cammino interiore del discepolato).

“È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?” (Mc 10,1-16)

Nel suo insegnamento ora Gesù si confronta con i farisei su un tema di grande importanza per la vita familiare e per la società tutta, quale è la vera natura del matrimonio, che comporta l’indissolubilità. Il riferimento che Gesù fa “all’inizio della creazione” allude al libro della Genesi, che gli ebrei chiamano ancora oggi “In principio” (o “All’inizio”), dalle sue prime parole: “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). A questo “principio” o “inizio” – che è perciò un riferimento alla Parola di Dio – Gesù invita i suoi interlocutori a trovare il fondamento dell’identità dell’uomo e della donna e della loro diversità (“[Dio] li fece maschio e femmina”) e a cogliere il progetto di vita sponsale con cui Dio Creatore li unisce in alleanza, per vivere insieme la gioia e la fatica della vita di coppia e di famiglia. Questo progetto contempla anche “l’uscita” dalla famiglia di origine, perché l’amore sponsale si rivela più forte di quello verso i genitori e la famiglia di origine: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola” (Gen 1,24 e Mc 10,7). “Una carne sola” significa nel linguaggio biblico “un solo essere”. L’insegnamento di Gesù sul matrimonio è inserito nel contesto della sequela di Gesù e delle esigenze che essa richiede anche nel matrimonio. Probabilmente esso è la risposta sia all’ambiente giudaico sia all’ambiente ellenistico, che ammettevano il divorzio.
Presso i Giudei si discuteva sulle motivazioni del divorzio, rifacendosi al testo di Dt 24,1, dove la donna poteva essere rimandata se il marito avesse trovato “qualche cosa di vergognoso in lei”. Secondo la scuola rigorista che faceva capo a rabbi Shammài (vissuto dal 50 a.C. al 30 d.C.), il divorzio era permesso soltanto in caso di adulterio della donna; secondo quella più accomodante di rabbi Hillèl (vissuto dal 60 a.C. al 20 d.C.), il divorzio era ammesso per qualsiasi motivo (anche futile, come il non cucinare bene). Bisogna poi notare che nel giudaismo il divorzio era accordato soltanto all’uomo e non alla donna, che era considerata sua proprietà. Nel mondo greco-romano era invece accordato anche alla donna. Questo spiega la precisazione di Marco nel versetto 12: “Se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”. Gli interlocutori di Gesù pensavano che la concessione mosaica del divorzio fosse un segno della benevolenza divina nei confronti del suo popolo (“Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”). Gesù respinge questa interpretazione, attribuendo alla “durezza di cuore” dell’uomo l’aver compromesso il progetto originario di Dio. La durezza di cuore (è la sklerokardìa, che abbiamo notato già altre volte: Mc 3,5; 8,17-21) indica l’incapacità di aprirsi alla parola di Dio e di lasciarsi penetrare da essa. In questo senso indica l’uomo che progressivamente si allontana dal progetto di Dio e si costruisce una vita come a lui piace. L’insegnamento di Gesù e la proposta delle sue esigenze radicali hanno la capacità di far ritornare l’uomo al progetto originario di Dio sull’uomo e sulla donna, sul matrimonio e sulla famiglia. I vv. 13-16 sui bambini ripropongono quanto già abbiamo notato in Mc 9,33-37. Qui Gesù li presenta come modelli di accoglienza e di disponibilità sia al progetto di Dio sulla famiglia, sia all’apertura al Regno da lui annunciato (“a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio”).

L’insegnamento di Gesù sulla ricchezza (Mc 10,17-31) – Prima parte

Nella tradizione ebraica essere ricchi significava sperimentare la benedizione di Dio. Essere poveri significava, invece, sperimentare la lontananza e la maledizione di Dio. L’opera educatrice di Gesù consiste nel condurre a poco a poco l’uomo a un capovolgimento di valori. Matteo e Luca presentano questo capovolgimento nelle beatitudini (cfr. Mt 5,1-12 e Lc 6,20-26) e ricorrendo alle provocazioni di alcune parabole (pensiamo solo alle parabole del ricco e del povero Lazzaro [cfr. Lc 16,19-31]; del ricco stolto e avaro [cfr. Lc 12,16- 21]). Marco invece preferisce collocare l’insegnamento di Gesù sulla ricchezza nella cornice che caratterizza la seconda parte del suo vangelo (capitoli 9-16), mentre con i discepoli cammina verso la croce. In questo cammino – immagine del cammino che è la vita dell’uomo – la fiducia totale va data a Dio e alla sua parola e non ai beni di cui si può disporre e alla ricchezza. L’insegnamento di Gesù è originato dalla richiesta di un ricco possidente (che lo fosse lo si deduce dalla finale del racconto: “possedeva molti beni”). Costui è una persona osservante dei comandamenti e intenzionata a ottenere la salvezza (questo significa l’espressione: “Che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”). Gesù, che legge nel cuore dei suoi interlocutori (come indica l’espressione: “Gesù fissò lo sguardo su di lui”), conosce la fedeltà di questo ricco possidente nei confronti di Dio e della sua Legge (infatti non gli ricorda i comandamenti della prima tavola della Legge, che riguardano i doveri verso Dio). Ma proponendogli i comandamenti della seconda tavola della Legge (quelli riguardanti il prossimo, a favore del quale dovrà rinunciare ai suoi beni e venderli), Gesù vuol far compiere un passo più completo al suo interlocutore, verso il quale, nonostante l’esito negativo di ciò che gli propone, non esita a esternare i propri sentimenti di accoglienza, stima e affetto: “Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò”. Vedremo in che cosa consiste questo passo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1. È frequente in questi testi il richiamo di Gesù ai discepoli a “spogliarsi” della mentalità mondana e a “rivestirsi” della mentalità evangelica dell’umiltà e del servizio. Noi pure siamo chiamate a spogliarci di tutto ciò che ci veste di superiorità (io sono la più importante) e di esclusività (questo spetta solo a me) nelle nostre relazioni e nel nostro apostolato, e a rivestirci di tutto ciò che fa del nostro apostolato (nel lavoro, in famiglia, nella scuola, in parrocchia, nella malattia) un servizio umile e accogliente e lo rende aperto alla collaborazione con quanti nella Chiesa e nella società operano con i mezzi di comunicazione per il bene comune e per l’evangelizzazione.

2. Come accolgo nella mia vita la pedagogia “semplice” e “forte” del maestro Gesù? So ispirarmi ad essa sia nel compiere le piccole e semplici cose di ogni giorno, sia nell’evitare lo scandalo e tutto ciò che nel mio comportamento potrebbe essere di ostacolo alla fede, alla vita cristiana, alla risposta alla vocazione, alla mia testimonianza di consacrata nel mondo?

3. Come per vivere il progetto di Dio sul matrimonio è necessario ritornare alle sue origini nella Parola di Dio, anche per noi è importante ritornare alle origini della nostra vocazione. In questo nostro tempo di crisi di vocazioni (e della nostra stessa vocazione) vale anche per noi la parola di Gesù: “All’inizio non era così”. All’inizio della tua vocazione c’è stato il tuo “Eccomi”, il tuo pieno affidamento alla parola e alla pedagogia del Maestro, la tua entrata nell’apostolato, il tuo spenderti quotidiano che ti ha fatto compiere tutto per il Vangelo. Nei momenti bui e di crisi il ritorno alle origini della nostra chiamata ci apre nuovamente alla fiducia in Dio e in noi stesse.

Don Primo Gironi, ssp

 


 

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