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PRIMA LETTERA DI PIETRO
(3)

 

L’identità del cristiano: essere uno con Cristo (1Pt 1,22-2,10)

Dopo essersi indirizzato ai cristiani come stranieri nel mondo, Pietro vuole ora indicare ad essi dov’è la loro vera casa. I cristiani trovano dimora nell’abbraccio di Cristo, anzi stringendosi a lui, pietra angolare, essi stessi sono edificati come la casa di Dio nel mondo, casa gloriosa, davvero edificata sulla roccia salda dell’amore crocifisso e risorto, che perciò non teme tutte le tempeste che su di essa possono scatenarsi. Per quanto infatti il mondo possa coprire di disprezzo la casa di Dio, che sono i credenti, essa si scopre nobilissima e preziosa nella grazia del suo Dio, di cui proclama incessantemente l’opera di salvezza. Il richiamo al battesimo appare evidente nel brano che stiamo leggendo. I cristiani sono coloro che sono stati purificati, deponendo la vecchia malizia (2,1, dove il verbo greco usato è apotìthemai, che significa “deporre, spogliarsi”) come si deponeva la veste prima di entrare nell’acqua battesimale, da cui si esce “stringendosi a Cristo” nel suo mistero pasquale, abilitati così ad esercitare un santo sacerdozio, divenuti popolo di Dio, mentre prima si era estranei a lui, vivendo nel paganesimo. In 1,22 Pietro richiama la purificazione battesimale dei cristiani usando il verbo hagnizein, un verbo che la traduzione greca delle Scritture ebraiche usa per esprimere la purificazione che preparava a compiere il servizio sacerdotale, purificazione che avveniva tramite bagni rituali (cfr. Lv 8,6). Il bagno rituale, prima che simboleggiare una purificazione morale, indica una separazione totale dalla realtà profana da cui si esce. È un vero passaggio tra due mondi, dal mondo profano a quello di Dio. L’idea sottintesa a questo significato veterotestamentario ben si prestava, dunque, ad essere riletta in chiave battesimale. Il battesimo è davvero un bagno che separa, che santifica, non per lasciare, però, in isolamento, ma per introdurre in una nuova trama di relazioni, il cui centro e punto di convergenza è Cristo.


battesimo di Paolo

Infatti Pietro dirà dopo che i cristiani formano “un organismo sacerdotale santo che offra sacrifici spirituali ben accetti a Dio per mezzo di Cristo” (2,5)1 . Può stupire la traduzione “organismo sacerdotale” al posto di “sacerdozio” cui siamo abituati, ma questa versione vuole esplicitare meglio il percorso semantico della parola greca sottostante, hierateuma. Infatti le parole che sono costruite con il suffisso “ma”, indicano una realtà concreta, una funzione esercitata, che vede coinvolte più persone, come nel caso del buleuma (l’assemblea che delibera) o il politeuma (la cittadinanza attiva)2 . Questa piccola disquisizione semantica ci aiuta a comprendere il senso del sacerdozio dei cristiani: essi lo esercitano in quanto membra di un corpo, e lo esercitano concretamente, non in maniera figurata. Secondo la logica del Nuovo Testamento erano piuttosto i sacrifici materiali offerti nel tempio di Gerusalemme ad essere figura e simbolo del vero sacrificio, il sacrificio esistenziale offerto dai cristiani in Cristo, modellato e causato dal suo sacrificio, anzi incarnazione permanente di esso, l’unico sacrificio accetto a Dio. Essi offrono sacrifici spirituali, cioè nello Spirito Santo, che fa della loro vita il luogo in cui si rivela la santità di amore di Dio. Si compie così la promessa fatta al popolo di Dio ai piedi del monte Sinai, promessa donata per aver accolto in obbedienza la parola. La promessa antica, “se ascoltate la mia voce… voi sarete per me un regno di sacerdoti”, ora si è compiuta: “Voi siete un sacerdozio regale”, proclama Pietro, sottintendendo3 il tempo presente al posto del futuro che leggeva nel testo dell’Antico Testamento cui fa riferimento (Es 19,5-6; 1Pt 2,9). E questo compimento si realizza per mezzo di Cristo. Infatti è proprio dei tempi messianici il dono del sacerdozio a tutti, come profetizza Isaia: “Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, sarete detti ministri del nostro Dio” (61,6). E dietro ai profeti tutta la tradizione ebraica aspetta il giorno in cui tutti i figli di Israele saranno “sacerdoti celebranti e re incoronati” (cfr. Targum Jer.I ). Dunque i cristiani officiano un reale sacerdozio vivendo nella carità. L’immagine del sacerdozio santo è collegata direttamente all’essere compaginati nella casa di Dio, che può essere edificata solo se rimane saldo l’amore fraterno. Infatti la purificazione/santificazione/consacrazione sacerdotale avviene “nell’obbedienza alla verità che vi porta ad un amore fraterno” (1,22).
E questo amore fraterno nasce, come bene ci ha insegnato lo studio della Prima Lettera di Giovanni, solo da una nuova nascita, una rinascita dall’alto che crea una vita nuova. Pietro usa una immagine molto forte e concreta per indicare la generazione, quella del seme paterno che dona la vita. Gli antichi pensavano infatti che tutte le caratteristiche umane fossero racchiuse nel seme maschile, mentre il grembo materno era considerato solo la terra accogliente che lo porta a maturazione, ma senza nulla aggiungere. Tutta la struttura del cristiano, il suo DNA diremmo oggi, è custodito nel seme della Parola da cui egli è generato. Questo seme è incorruttibile, dunque porta con sé una vita radicalmente diversa da quella del mondo, che ha come caratteristica la precarietà, come l’autore conferma con la citazione biblica di Is 40,6-8. Il capitolo 40 di Isaia canta la divina consolazione per la liberazione da Babilonia. Dunque il grido sulla precarietà di ogni carne non è un memento mori, che invita alla tristezza per la fugacità della vita, ma un richiamo a guardare oltre ciò che oggi sembra potente, per considerare ciò che rimane oltre gli sconvolgimenti della storia: mentre la grande Babilonia tramonta, il piccolo Israele, poiché amato e custodito da Dio, è salvato dalla potenza della parola promessa da Dio. Perciò viene sottolineato che questa vita incorruttibile, che non si altera per le vicende che accadono nella storia e nel tempo, cresce nei cristiani rigenerati dal ventre battesimale grazie al costante nutrimento che nella loro piccolezza essi ricevono dal loghikòn àdolon gàla, il latte senza inganno del Logos. San Bernardo, commentando il Cantico dei Cantici, ha splendide pagine sull’ardita metafora dell’allattamento alle mammelle di Cristo4 .
Il Logos dunque possiede un latte senza inganno. Ma logos, oltre che parola, significa anche “ragione”.
Dunque chi sugge questo latte acquista i ragionamenti della parola, il modo di pensare del Verbo di Dio. Bevendo questo latte si gusta la bontà stessa del Signore (1Pt 2,2-3). Ma questo latte può riceverlo solo chi ha deposto “ogni genere di cattiveria ed ogni frode (dòlos)” e gli altri vizi che vengono elencati in 1Pt 2,1. Ma questi primi due, cattiveria ed inganno, sono detti al singolare, come se fossero la radice di ogni male, da cui svelle il gustare e lo sperimentare la bontà del Signore, assumendo il latte àdolon, “senza inganno”. L’immagine del suggere il latte completa con una metafora femminile l’immagine maschile del seme generatore legato alla nascita ed alla crescita. È una immagine forte di assimilazione, cui segue l’altra stringente immagine di prossimità che è l’essere edificati sulla pietra angolare, pietre vive sulla Pietra viva, poiché generati dal seme della Parola viva che nutre con il suo latte.
Tutta l’identità del cristiano sta dunque nell’essere assimilato a Cristo, nel formare una cosa sola con lui. Questa relazione di “comunione” è sottolineata dall’allitterazione presentata dal testo greco per esprimere il convergere delle pietre vive sulla Pietra viva: pròs hòn proserchomenoi, “avvicinandovi a lui” (2,4), dove è ripetuta due volte la particella pròs, che indica l’essere rivolti verso, quasi a rendere palpabile la tensione e lo slancio per un incontro che sigilla l’unità. In questa assimilazione i cristiani condividono la sorte di Cristo, la Pietra viva, che è sempre, anche al presente, rigettata dagli uomini nei suoi fedeli perseguitati, ma che è già ora preziosa presso Dio, insieme ai suoi fedeli che in lui sono già accolti presso il Padre, eletti e preziosi nel Risorto vivente nella gloria. Essi sono così edificati da Dio stesso come edificio spirituale. Qui Pietro preferisce usare non la parola “tempio”, ma oìkos, “casa”, forse con sottile riferimento alla profezia di Natan (cfr. 2Sam 7,11ss): a David che vuole fare un tempio a Dio, uno spazio sacro separato dalla città degli uomini, Dio promette di edificare per lui una casa/discendenza, una compagnia di uomini che nel succedersi delle generazioni testimoni e proclami la fedeltà del Dio eterno. Così ora i cristiani sono quella stirpe eletta, ghènos eklektòn, la generazione che vive della divina elezione, che Dio fa procedere nella storia e tra le genti proprio per proclamare le opere meravigliose di Dio; nell’idea di ghènos è implicito il senso di una comunità che ha una origine comune che conferisce loro le peculiarità stampate sul loro volto.
Questo ghènos nasce e si identifica nella divina elezione. I cristiani, riconoscendosi stirpe, nazione e popolo hanno la coscienza di essere una unità vivente, un corpo con particolari caratteristiche, che li rende evidentemente differenti da tutti gli altri gruppi umani, ma la loro diversità è una diversità “divina”. Pietro qui è maestro della reinterpretazione delle Scritture, citando Os 3,25. Mentre il profeta si rivolgeva al popolo di Israele abbandonato e poi riaccolto nella misericordia, l’Apostolo legge “non-popolo” in senso radicale. I suoi lettori, pagani, le genti, erano veramente “non-popolo” di Dio, ma ora, per la grazia della chiamata alla fede nel battesimo sono diventati il popolo di Dio, ereditando e compiendo i titoli di gloria promessi ad Israele. Ma come sempre l’elezione pone in condizioni sfavorevoli agli occhi del mondo, consegna alla persecuzione. Perciò l’autore esorta i suoi cristiani, usando un modo tipico della retorica antica, il discorso epidittico. Questo modo di argomentazione procede lodando una certa realtà, mentre biasima la condizione opposta. Pietro, appoggiandosi su due citazioni di Isaia (28,16; 8,14s), incoraggia i cristiani proclamando l’onore che è loro riservato per la fede, e mostrando la sorte di vera precarietà riservata ai non credenti. Essi, non generati dal seme incorruttibile, inciampano e cadono, rovinando la loro vita.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) L’obbedienza alla verità conduce verso la comunione dei cuori: l’ascolto è via alla comunione.
2) Sacerdozio regale dei fedeli e sacerdozio ministeriale nella Chiesa: quale rapporto?
3) Il venerando Canone Romano definisce l’Eucaristia “sacrificio spirituale”, mentre la 1Pt chiama così la vita secondo lo Spirito dei cristiani uniti al crocifisso risorto: quale relazione?

don Marco Renda

1 Per approfondire il tema del sacerdozio dei cristiani secondo la 1Pt risulta di grande utilità la lettura di A. VANHOYE, Sacerdoti antichi e nuovo Sacerdote, Elle Di Ci 1990, pp.189-214.
2 Cfr., ibidem, pp.194-195.
3 Nel testo greco 1Pt 2,9 è un’acclamazione priva di verbo, ma che non può essere intesa che come proclamazione di una realtà già in atto, come appare chiaro continuando la lettura con il versetto seguente.
4 BERNARDO DI CHIARAVALLE, Sermones in Cantica Canticorum, IX, 5.