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LA SECONDA LETTERA DI PIETRO
(2)

 

2Pt 1,1-11: partecipi della natura divina

La Seconda Lettera di Pietro inizia rispettando le regole della composizione epistolare, con la particolarità che questa forma ha assunto nell’uso cristiano. L’autore della lettera si presenta con il suo nome, Simeone Pietro, aggiungendo i titoli che lo qualificano teologicamente “servo ed apostolo di Gesù Cristo”, e teologicamente definisce i suoi destinatari, come coloro che hanno ricevuto la stessa fede. A loro augura il tipico saluto cristiano di grazia e di pace. Ma in questo schema classico già notiamo le particolarità del nostro scritto. Innanzitutto la forma del nome dell’autore. Egli, scrivendo in greco, non usa la forma aramaica Kefa, ma la sua traduzione greca “Pietro”. Sorprende pertanto notare che la forma del nome proprio non è quella greca Simon, ma una esatta trascrizione di quella ebraica Simeon.
Questa particolarità ha attirato l’attenzione degli studiosi. Per alcuni questo è un espediente dell’autore che vuole dare un colore di antichità ed autenticità al suo scritto; perché allora non usare anche l’aramaico Kefa che pure Paolo usa talvolta nei suoi scritti? Per altri, ciò tradisce la mano del vero autore, un esponente della scuola di Pietro a Roma, che sappiamo essere guidata da cristiani di origine ebraica come Marco e Silvano; questo accenno collocherebbe lo scritto nella più autentica tradizione petrina. Altri, una minoranza, vi vedono invece un segno di autenticità: chi scrive è davvero Simeone Pietro, l’apostolo chiamato da Gesù, e dunque la lettera si daterebbe molto prima di quanto la maggior parte degli studiosi ritiene1. Al di là di quale opinione si voglia seguire, si potrebbe leggere in questo ebraismo un richiamo ad una continuità storica. La pietra della Chiesa è proprio quel Simeone che fu chiamato da Gesù sulle rive del lago, che partecipò della vita del Signore (cfr. 2Pt 1,16ss.)

e che ora testimonia la verità del Vangelo contro le novità dei falsi maestri. Egli, con il suo stesso nome, è un invito all’ascolto, evocando infatti l’ebraico shemà, “ascolta!”. Egli è uno che ha ascoltato la voce (cfr. 2Pt 1,18) ed ora invita ed esorta a restare in ascolto di quell’unica parola. Egli infatti si definisce “schiavo ed apostolo di Gesù Cristo”, cioè inviato da Gesù Cristo come uno schiavo che ha da compiere una commissione. Qui l’Autore non usa la parola diàkonos, ma dùlos, che designa proprio lo schiavo. Così indica che egli non si prende libertà di azione o di pensiero, come i fanno i falsi profeti, nell’eseguire il mandato ricevuto, ma è solo lo strumento della Parola2. Per questo i destinatari hanno accesso alla stessa preziosa fede, una fede di uguale valore a quella di colui che la trasmette. Tramite la parola dell’apostolo incatenato alla Parola, essi possono fare la stessa esperienza di chi per primo udì la Voce (cfr. 2Pt 1,18). In questo ascolto essi ricevono la fede preziosa in cui sono riscattati dalla schiavitù del peccato. Come l’apostolo, così i credenti, sono riscattati a prezzo del sangue di Cristo, sono comprati da lui, divengono suoi schiavi incatenati dalla sovrana libertà dell’amore a Colui che liberamente tutto si consegnò per amor loro. Secondo l’insegnamento ricevuto da Paolo, ben conosciuto nella Chiesa di Roma cui è indirizzata la grande lettera paolina, chi crede ottiene la giustificazione. Alcuni studiosi ritengono che qui giustizia sia da intendere in un senso diverso che sotto la penna di Paolo, e cioè non come giustificazione divina, ma come opere giuste compiute da chi crede. Ma l’autore sta dicendo che questa giustizia è quella del “nostro Dio e salvatore Gesù Cristo”.
Dunque è da intendere nel senso pieno di giustizia come Paolo la presenta: opera di Dio che rende giusto il peccatore, e solo in virtù di questa giustizia, che si attua nel dono dello Spirito Santo, il credente opera il bene. Da notare che questo è uno dei pochi passi del NT in cui Gesù è chiamato chiaramente Dio. A lui è attribuito il titolo di “Salvatore” che l’AT applica a Dio stesso, specialmente nell’uso che ne fa il profeta Isaia, nei cui scritti è presente la connessione tra presenza di Dio salvatore e la giustizia che egli opera, una giustizia che è salvezza per il suo popolo (cfr. Is 43,1ss. specialmente v. 3.11; 49,8ss. specialmente v. 26). L’augurio poi che l’Autore rivolge ai cristiani è di crescere nella conoscenza di Dio e di Gesù. Questo richiamo alla conoscenza, è particolare del nostro scritto, rispetto alle consuete forme di saluto ed augurio in apertura delle lettere; forse vi è un riferimento polemico alla conoscenza speciale vantata dai falsi maestri e dai loro seguaci. Il tema della conoscenza ritorna subito dopo il saluto iniziale, dicendo che essa è il mezzo per cui è elargito ai credenti ogni dono per la vita e la pietà (v. 3). Potremmo ritenere che si tratti di una endiadi, cioè due parole che esprimono lo stesso concetto. Per i credenti infatti la vita di grazia (zoe) coincide con la pietà (eusébeia), perché l’eusébeia è l’atteggiamento di fiducia ed affidamento nei confronti di Dio, la fedeltà amorosa a lui nell’obbedienza filiale che è frutto della conoscenza divina, come costante e piena esperienza della sua presenza salvatrice. Per questo i credenti, vivendo nell’accoglienza di questi doni, sono resi partecipi della stessa natura divina. Qui la rivelazione del NT tocca uno dei suoi apici: Dio ci rende partecipi della sua stessa natura.
Paradossale che la 2Pt, anche e proprio per questa frase, sia accusata di essere preda di una mentalità più ellenistica che biblica. Vero che la cultura ellenistica, imbevuta di neoplatonismo e di misticismo sincretista, ama parlare di partecipazione alla natura divina. Ma negli scritti coevi si parla piuttosto di metéchein theiàs fùseos, cioè partecipare della natura divina come se essa è qualcosa che si spartisce in pezzetti, ed a ciascuno ne tocca una parte, una scintilla, come dirà lo gnosticismo dei secoli successivi al nostro testo. Ma la 2Pt dice che i credenti sono theiàs koinonòi fùseos, facendo riferimento alla koinonìa/“comunione”, che può essere tale solo tra diversi che pure condividono un unico bene. Dunque non c’è qui nessuna idea di panteismo, né di annullamento dell’umano nel divino, ma anche in questo, siamo in linea con la tradizione paolina, che parla della presenza dello Spirito nel credente, presenza che rende il cristiano capace di dire con verità che Dio è suo Padre. Dunque c’è una vera comunione di vita tra il credente e Dio, e questa si manifesta nel tempo e nell’eternità. Infatti, nell’eternità, il credente partecipa dell’incorruttibilità di Dio, egli non passa insieme al mondo che passa. E questo avviene perché il credente non si è lasciato avviluppare dalle passioni mondane.
Chi è partecipe in pieno delle passioni mondane, è partecipe anche della caducità del mondo. Così il credente che in questa vita partecipa della vita santa di Dio, per la giustizia a lui donata, partecipa anche dell’eternità incorruttibile di Dio. Per questo l’Autore esorta i suoi lettori a crescere nelle virtù, di cui propone un elenco, secondo un modo che ritroviamo sia in Paolo che nella letteratura antica, specie di matrice stoica. Anche per questo il nostro scritto è accusato di indulgere ad una morale più filosofica che biblica, una morale adattata a questo mondo, senza più tensione verso il Regno veniente. Ma chi propone questa critica non si accorge della novità dell’elenco petrino. Se è vero che la “virtù”, la “temperanza”, la “pazienza” e la “pietà” facilmente possono trovarsi tra gli atteggiamenti che un maestro stoico propone ai suoi discepoli, certamente inedite sono le virtù poste all’origine ed al compimento di questa scala, cioè la fede e la carità. S. Ignazio di Antiochia scriverà, qualche decennio dopo il nostro autore, che “la fede è l’inizio della vita, la carità il suo fine”3. Inoltre queste virtù possono essere vissute solo perché partecipi della natura divina, collaborando, anche con fatica, con Dio che ne è l’autore. Questo è suggerito dal verbo epichorèghein/“ aggiungere”, che originariamente indicava l’offrire apporto economico perché lo Stato e l’autore potessero mettere in scena le tragedie a vantaggio del popolo.
Se è chiaro che la virtù da cui scaturisce tutto il progresso della vita cristiana è la fede, più oscuro sembra il senso della virtù che segue, l’aretè, che in greco significa semplicemente “virtù”, e sembra rimandare all’opera umana; indica infatti l’eccellenza nel compiere qualcosa, specie nell’ambito dell’onore pubblico e del valore in guerra. Anche su questa parola si appuntano le critiche alla 2Pt di essere uno scritto “borghese”, che punta sull’autonoma prestazione umana. Ma se è vero che il nostro scritto risente del linguaggio e della cultura ellenistica, in cui però infonde senso cristiano – usandolo con il fine di essere comprensibile ai lettori del suo tempo – questo è vero proprio nell’uso di aretè. Nelle religioni misteriche, tanto diffuse nell’epoca in cui fu redatta la nostra Lettera, aretè era venuto a significare gli atti di valore di un dio, le azioni gloriose con cui era intervenuto a favore dei suoi fedeli; famose erano le aretologie di Iside, una sorta di litanie in cui si cantavano le opere potenti e le caratteristiche salvifiche e guaritrici della dea.
Allora non sorprenderebbe che il nostro Autore abbia raccomandato ai suoi destinatari di partecipare con la fede all’aretè di Cristo, alla sua azione salvifica per loro che produce nei salvati una eccellenza di vita che si esprime appunto in “virtù”, una vita cioè che ha la qualità divina a cui essi sono stati chiamati e di cui sono fatti partecipi. Allora non sorprenderà più trovare nell’elenco delle virtù la conoscenza, estranea ai cataloghi sia paolini che stoici. Non è solo ancora nota polemica contro i falsi maestri, ma ovvia conseguenza di una fede che accoglie e vive la vita divina: questa è la vera conoscenza/esperienza di Dio in Cristo, e chi ha questa conoscenza vive nell’enkràteia4, cioè domina le passioni. Chi conosce Dio e vive in lui per la fede, non è affascinato dalle passioni, non si lascia dominare da esse, ma solo la passione per Dio, e di Dio in lui, lo dirige al bene. Perciò avrà la upomoné, la “pazienza”, intesa come capacità di non lasciarsi turbare dalle circostanza della vita, perché tutto vive nella conoscenza di Dio e nella gioia della salvezza. Solo chi è saldo nella partecipazione alla vita divina rimane sempre nell’eusébeia, la “pietà” come fedeltà amorosa alla volontà divina, fiducia che si affida in un santo timore. Ed essendo affidato a Dio in tutto non teme gli altri, perciò si può amare di amore fraterno, sentendoli partecipi della stessa ricchezza che è la vita divina condivisa. Solo sotto questa paternità donata in comunione piena, i fratelli possono non essere rivali nella spartizione di qualcosa, e l’amore fraterno si risolve nella carità che abbraccia Dio e tutti i suoi figli in un’unica comunione vitale. Così a noi pare che le virtù non siano elencate a caso, come molti studiosi pensano, ma secondo una precisa scala che dalla fede porta all’amore, in cui ogni virtù trapassa ed è assunta nell’altra e tutte sono forme dell’amore che si fa vita e della fede che rivela le sue intrinseche potenzialità nella vita del credente. Infatti, dice il nostro Autore, che chi non ha queste cose, è cieco e miope. Da notare che, dopo aver detto cieco, l’Autore aggiunge myopàzon/“miope” (non “incapace di vedere”, come traduce la nuova versione CEI, forse per togliere l’incongruenza), sembrando così attenuare la prima affermazione. Ma il miope è colui che non vede le cose lontane. Colui che guarda solo all’immediato, al contingente, al terreno, è davvero cieco, perché non comprende il senso della vita dell’uomo. Non vede lontano, né nel passato, ricordando la grazia che gli fu data quando il battesimo lo illuminò e gli aprì gli occhi alle cose di Dio; né nel futuro, dove già si staglia all’orizzonte il regno glorioso del Signore risorto, che viene a compiere la salvezza, già donata in pegno ai suoi fedeli.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Come faccio esperienza dell’eusébeia, fedeltà amorosa e fiducia obbediente verso Dio?

2) Come la fede genera le virtù fino all’amore? Fare uno studio approfondito delle virtù tramite un buon dizionario biblico.

3) Come rispondere all’esortazione a rendere sempre “più salda la nostra chiamata e la scelta/elezione che Dio ha fatto di noi (cfr. 2Pt 1,10)?

Don Marco Renda

1 Argomenti interessanti a tal proposito si possono leggere in M. GREEN, La seconda epistola di Pietro e l’epistola di Giuda, EDIZIONI G.B.U., 17-32. Questo commentario può utilmente essere consultato per la chiarezza della sua composizione.

2 Gli antichi definivano lo schiavo istrumentum vocale “uno strumento che parla”.

3 Ad Eph. 14,1.

4 Enkràteia è più che “temperanza”, è “dominio di sé”, autodominio interiore. Essa “esprime quella capacità di equilibrio totale di tutte le sfere dell’uomo, ottenuta come dono di Dio e finalizzata anche al rapporto con i fratelli” (G. COSTA, Le opere della carne e il frutto dello Spirito, Piemme1998, 118.