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II E III LETTERA DI GIOVANNI
UN’INTRODUZIONE

 

Ci congediamo dall’epistolario giovanneo dando uno sguardo semplice alla seconda ed alla terza lettera che il Canone delle Scritture cristiane ha tramandato, non senza difficoltà, sotto il nome di Giovanni. Queste difficoltà ad accettare questi scritti come parola divinamente rivelata si manifestò nell’antichità a causa della loro brevità, che comporta, di conseguenza, l’assenza di uno sviluppato discorso teologico e di un messaggio specifico per la Chiesa di ogni tempo, mentre la terza lettera non contiene nemmeno il nome di “Gesù”, né il titolo “Cristo”, unico caso tra tutti gli scritti del Nuovo Testamento. Tuttavia alla fine le due lettere furono accolte nel Canone delle Scritture come eco della prima lettera di Giovanni e furono interpretate alla luce del suo messaggio teologico e del suo contesto pastorale. Le due lettere, cioè, vengono viste quasi come “biglietti” per una applicazione pratica di quanto insegnato nella grande lettera, in singole comunità cristiane dell’area spirituale giovannea. Bisogna dire che l’esegesi moderna non è compatta in questa visione. Molto si è discusso, infatti, se i problemi che stanno dietro alle due lettere brevi siano gli stessi problemi teologici e comunitari che travagliano la prima lettera, e ci si è anche chiesti se l’autore dei tre scritti sia il medesimo. Abbiamo visto che la prima lettera di Giovanni, a differenza dell’uso epistolare antico, come testimoniato anche nelle lettere di Paolo, non inizia con il riportare il mittente, il destinatario ed i saluti, ma entra subito nel vivo del discorso; il testo esplicito della lettera così non ci fa conoscere l’identità dell’autore, il cui profilo si disegna dall’autorità e dallo stile con cui scrive, mentre il nome, Giovanni, ci viene indicato solo dalla tradizione ecclesiale. La seconda e la terza lettera invece presentano una intestazione, che tuttavia sfugge alle regole classiche. Il mittente infatti si designa non con il suo nome, ma con un titolo, “il Presbitero”, e solo nella terza lettera il destinatario ha un nome preciso, “Gaio”, mentre nella seconda anche il destinatario porta un titolo, probabilmente simbolico, “la eletta Signora”. In passato qualcuno ha voluto vedere nel destinatario della seconda lettera un personaggio concreto, cioè una donna di nome Eletta, o di nome Kyria (signora), per cui l’autore si rivolgerebbe alla “signora Eletta” o alla “cara Kyria”. Qualcuno, andando un po’ oltre con la fantasia, ha anche pensato che la signora eletta fosse la madre di Gesù, a cui scrive Giovanni apostolo che l’aveva in custodia, o Marta, sorella di Lazzaro, la radice del cui nome in aramaico, “mar”, significa appunto “signora” (stesso discorso etimologico vale, ancor più, per il nome Maria). Ma, abbandonate queste ipotesi artificiose, oggi è idea comune che l’eletta Signora sia la Chiesa, intesa come Chiesa locale, poiché viene

salutata da sua sorella, cioè la Chiesa locale dello scrivente. Infatti, nel corpo della lettera, l’Autore passa dal tu al noi, rivolgendosi al destinatario/destinatari, mostrando così che ha in mente una personalità collettiva, una comunità, come la “figlia di Sion” cui si rivolgono tanti oracoli profetici. Da questa designazione della Chiesa potremmo cogliere come chi scrive vede in lei la comunità dei discepoli del Signore, sui quali riposa l’elezione. “Non voi avete scelto me – dice Gesù nel vangelo di Giovanni – ma io ho scelto (“eletto”, exelexàmen) voi e vi ho costituito perché portiate frutto” (Gv 15,16). E questa Signora scelta, eletta, ha portato frutto: ha infatti dei figli, a cui il presbitero si indirizza (cfr. 2Gv 1). Con questo indirizzo la comunità dei discepoli è salutata come madre e come sposa, essa infatti è la Kyria (“Signora”), femminile di Kyrios, “Signore”, porta il suo nome come la prima donna (ishàh) portava, al femminile, il nome dell’uomo (ish) (cfr. Gn 2,23). Con i figli veri di questa Signora, il Presbitero intesse relazioni di amore nella verità, cioè non solo li ama veramente, ma è con loro in quella comunione di amore e di vita che nasce nel credere nell’unica verità, che è il Figlio di Dio venuto nella carne. Siamo così rimandati all’inizio della prima lettera, in cui la comunione si manifesta come rimanere nella tradizione di chi ha visto, ed ora testimonia, il Verbo della vita divenuto visibile; è ribadito fin dall’inizio di questa lettera lo stretto legame tra amore e verità, verità soprattutto dell’Incarnazione, che ha attraversato tutta la Prima Lettera.
La verità che dimora nel credente per la fede diventa, nella sua vita, grazia, cioè efficace e dinamica vita divina in lui; misericordia, cioè compassione di Dio che diventa perdono e perciò compassione dell’uomo graziato che sa essere misericordioso e pieno dell’amore vicendevole sul modello di Gesù; e pace, come comunione con Dio e con i fratelli, scopo cui tende l’opera di salvezza divina, realizzata in Gesù e manifestata nel comandamento nuovo dell’amore vicendevole. Ed è proprio questo comandamento che il Presbitero vuole ricordare alla Signora. Sta all’orizzonte la minaccia che questo amore sia rotto dalla minaccia dei secessionisti, che non rimangono nella verità di ciò che era fin dal principio. Il Presbitero si rallegra che alcuni figli camminano nella verità: egli ha dunque lo sguardo sereno per vedere non la catastrofe dilagante, ma il bene che c’è nella comunità credente. Tuttavia non pecca di ingenuo ottimismo, vede avvicinarsi la minaccia e mette in guardia dai “seduttori” che sono, come già ampiamente descritto nella grande lettera, coloro che “non riconoscono Gesù che viene nella carne” (v.7).
Facciamo attenzione che il testo greco non dice “Gesù venuto nella carne”, ma “Gesù che viene (erchòmenon) nella carne”, lasciando così intendere una permanenza dell’Incarnazione; egli viene nella vivente tradizione della Chiesa e nella carne del fratello concreto da amare. I seduttori infatti sono coloro che “vanno oltre” (v. 9). Andare oltre è il contrario dell’essere discepoli, che si caratterizza proprio per “l’andare dietro”. Chi va oltre non è uno che è stato eletto, ma che sceglie la sua via, e si perde. Nell’andare oltre c’è la pretesa dello Zarathustra di Nietzsche, del superuomo che vuole uscire dal gregge, ma andando oltre il suo essere uomo, oltre la concretezza dell’esistere diventa il tramonto dell’uomo in una solitudine che annulla, dove avendo lasciato alle spalle i volti con cui confrontarsi infrange anche il suo volto e precipita nell’abisso del nulla abitato dall’assurdo. Alla luce di ciò la drastica prescrizione di non ricevere in casa e non salutare chi porta insegnamenti devianti non si configura più come una norma di (cattiva) educazione, ma un manifestare a costoro l’assenza di comunione: non possono fermarsi nelle case dei credenti perché costoro sono andati oltre.
In realtà, questa affermazione ha un forte valore ecclesiale. Probabilmente la casa in cui il Presbitero invita a non accogliere i secessionisti è la domus ecclesiae, la casa in cui si raduna la comunità. In essa, come anche la prassi paolina ci attesta, giungevano missionari itineranti, che accolti come fratelli dalla comunità, venivano ascoltati come portatori della parola di Gesù. Negare loro l’accesso all’assemblea ed il saluto significa non riconoscerli come missionari della verità, portatori di quella parola unica attorno cui si edifica l’unità di tutte le Chiese. Questa realtà di accoglienza di missionari itineranti sembra essere il contesto in cui leggere la Terza Lettera. Il Presbitero saluta Gaio, il destinatario dello scritto, come agapetòs, cioè uno che è pienamente nell’agàpe, nell’amore/comunione che viene da Dio ed in cui vivono i veri credenti; infatti dice che lo ama “nella verità”, cioè nella comunione della fede. Dunque la traduzione con la formula di cortesia epistolare “carissimo” non è del tutto illuminante. Il Presbitero si rallegra con Gaio perché accoglie i missionari itineranti, mentre un tale Diotrefe non lo fa ed impedisce ai fratelli di farlo.
Infondo Diotrefe, che qui viene biasimato aspramente, sta mettendo in pratica quanto il Presbitero consigliava nella Seconda Lettera, solo che in questo caso a vedersi negare l’accoglienza nella comunità di Diotrefe sono proprio i missionari inviati dal Presbitero per esortare alla vera fede. Diotrefe pare essere il capo di una comunità, perché mentre la nostra lettera è indirizzata personalmente al buon Gaio, l’Autore dice di avere scritto alla “Chiesa di Diotrefe”. Molto si discute se Diotrefe sia da intendersi come un “vescovo” di quella comunità, o solo come il cristiano benestante che mette la sua grande casa a disposizione della comunità, e poi usi di questa sua posizione per determinare anche la vita comunitaria. Di conseguenza ci si domanda quale sia l’autorità del Presbitero, se già un’autorità gerarchica formata, o un’autorità carismatica, di discepolo del Signore, sapendo da antichi testimoni che “presbiteri” erano designati o i discepoli del Signore che avevano conosciuto Gesù, o i discepoli formati direttamente alla scuola degli apostoli. Suggestiva è la notizia antica che il Presbitero Giovanni fosse il discepolo dell’Apostolo Giovanni che egli designò suo successore alla guida della Chiesa di Efeso. Tuttavia chi qui scrive sembra piuttosto un membro di un collegio, più che un’autorità singola, perché spesso ricorre al noi; la sua autorità proviene dall’esser in comunione con coloro che hanno conservato la fede e l’amore trasmessi da chi ha visto il Verbo della vita venuto nella carne, ed a questa comunione vuole tutti richiamare.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) La II e la III lettera di Giovanni sembrano porre l’accento sulla Chiesa locale e la sua comunione con le Chiese sorelle, e perciò con la grande Chiesa. Cosa può dire alla nostra prassi ecclesiale questo messaggio? Come aiutare la nostra comunità a vivere l’atteggiamento comunionale di Gaio ed evitare quello di Diotrefe che non trasmette alla sua comunità la lettera del Presbitero e crea una rete di maldicenza screditanti verso di lui?

2) Come sperimentare e vivere l’elezione e la sponsalità che segnano la Chiesa ed ogni credente in essa? In che modo la Chiesa (in ogni suo membro) è Signora, partecipe della regalità del Kyrios?

3) Quale messaggio di grazia mi lascia lo studio delle tre lettere di Giovanni?

don Marco Renda