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LA CORONCINA A SAN PAOLO
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Nel volume Per un rinnovamento spirituale, pagg. 271-274, possiamo leggere una meditazione del 6 Ottobre del 1952 del Primo Maestro, in cui spiega che cosa chiediamo al Signore recitando questa preghiera: vocazioni scelte, formazione delle stesse e sempre più amore e comprensione dello spirito paolino. […] È utile che ci fermiamo a considerare il senso di questa coroncina, affinché possiamo recitarla sempre con maggiore devozione. Tre intenzioni ha l’Istituto nel recitare questa coroncina: |
| benedico, o Gesù”. Quante predilezioni da parte di Gesù verso questo sempre, ad esempio, la domenica è santificata sufficientemente; non sempre lo studio è fatto con dedizione, con vero amorealla scienza civile o sacra. Domandiamo ancora “conversione dal difetto principale”, perché tutti siamo pieni di passioni, e fra esse vi è sempre quella che domina e travolge il cuore dell’uomo, quando il cuore non sappia fortificarsi e resistere. Cambiare anzi il difetto principale in virtù principale. Quanto ebbe S. Paolo prima della conversione di odio verso Gesù Cristo e verso i cristiani, altrettanto ebbe di amore, anzi molto di più a Gesù Cristo e alle anime dopo la conversione. 3. La docilità alla grazia si mostra in modo particolare con l’obbedienza. Ed ecco S. Paolo predicatore ed esemplare nell’obbedienza. Egli, che voleva tutto ordinato nella società: cioè ogni suddito dipendente dalle disposizioni di coloro che erano costituiti in autorità, affinché, docilmente sottomettendosi all’autorità, non resistessero a Dio. Quindi a coloro a cui si doveva onore, onore; a coloro a cui si doveva obbedienza, obbedienza; a coloro a cui si doveva il tributo, il tributo. Così dev’essere ordinata ogni comunità, perché vi sia ordine e sottomissione nella Chiesa. Da quante parti sentiamo elevarsi qualche voce di ribellione a quello che la Chiesa insegna, a quello che la Chiesa dispone! Si è sempre tentati di resistere all’autorità costituita da Dio, e questo significa opporsi a Dio. Sottomissione! S. Paolo dopo la conversione si lasciò guidare come un fanciullo, come un bambino da Gesù. Se aveva incominciato subito da principio a predicare il Vangelo di Gesù, perché tale credeva la volontà di Dio, egli però non si oppose al volere di Dio: di ritirarsi prima a compiere la sua trasformazione e la sua formazione. E anche quando già era ad Antiochia, tra gli altri membri eminenti della Chiesa, S. Paolo se ne stava umile, nulla chiedendo finché non intervenisse la voce dello Spirito Santo. E anche durante il rimanente della sua missione, fu sempre docile, guidato da Dio, da Gesù Cristo, dalla voce di lui. Chiediamo questo spirito di obbedienza, di sottomissione della mente, della volontà e del cuore a Dio. 4. La perfezione cristiana, ha scritto un Dottore della Chiesa, ha otto gradini, che sono le otto beatitudini evangeliche. Ma al primo gradino è la povertà: “Beati i poveri di spirito, perché di essi è il regno dei cieli” [Mt 5,3]. Ecco: cominciare dalla povertà. Se si rompe la povertà, è difficile, anzi è impossibile che si arrivi a salire gli altri gradini. La povertà sembrerebbe una virtù la quale ci ordina solamente nelle cose materiali; ma è il principio. Perciò il Divin Maestro invitava i suoi: “Lascia tutto, vendi ciò che hai, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi” [cfr. Lc 18,22]. E S. Francesco d’Assisi, che possedeva il vero spirito di Gesù, prima di tutto voleva che i suoi lasciassero tutto e che si rimettessero totalmente a Dio, alla sua provvidenza. Lasciare tutto! Spirito della povertà, la quale si applica a noi un po’ in tutte le parti della giornata. ora nell’apostolato, ora nelle altre cose singole, che riguardano il governo di noi stessi, le nostre relazioni e le disposizioni che noi andiamo prendendo a nostro riguardo. Vi sono persone che non entrano mai nello spirito religioso, perché non sanno salire. Il primo gradino è la povertà. Virtù grande, voto grande, nonostante che noi diciamo più perfetta la verginità e l’obbedienza. 5. La povertà si manifesta anche nell’amore e nello zelo per l’apostolato. Il cuore di S. Paolo fu tutto pieno di amore a Gesù Cristo e alle anime, tutto pieno di amore alla Chiesa: e quale contributo ha portato egli alla Chiesa, che poté dire: “Ho lavorato più di tutti”! [1Cor 15,10]. E aveva sofferto tanto, e aveva faticato tanto, egli che non voleva essere di peso a nessuno, e guadagnava il pane col sudore della sua fronte, anche con il lavoro materiale, ad esempio di Gesù, che noi adoriamo e ammiriamo nella casa di Nazareth. Il grande amore di S. Paolo alle anime è espresso in quel Caritas Christi urget nos [L’amore di Cristo ci spinge] che lo spinge a farsi tutto a tutti. Sentiva i bisogni di tutti, le gioie di tutti, e lo attesta nelle sue Lettere. Amiamo noi le anime? Coloro che non hanno zelo per la propria anima, non potranno avere zelo per le anime del prossimo. [...] Comprendiamo la missione paolina? Essa deve estendersi a tutto e a tutti. È anche la missione di Gesù Cristo: “Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutte le creature” [Mc 16,15]. Pratichiamo noi l’apostolato delle edizioni, della preghiera, dell’esempio, delle opere e della parola? Se vogliamo il premio di S. Paolo in cielo, dobbiamo seguire i suoi passi, i suoi esempi, e chiediamo che accenda il nostro cuore del suo fuoco. Beato Giacomo Alberione |