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PRIMA LETTERA DI PIETRO
(5)

1Pt 3,18-4,11: rottura con il peccato

Nei vv. 13-17 del capitolo terzo della sua prima Lettera, Pietro ha ricordato la situazione di persecuzione cui sono soggetti i cristiani, che da giusti ed innocenti soffrono a causa degli ingiusti, accusati con falsità di azioni e comportamenti indegni. Essi sono invitati a dare ragione della speranza che è in loro, sempre con mansuetudine e dolcezza, perché sia la loro stessa condotta bella a parlare in loro difesa. Il v. 18 corrobora questa esortazione dei versetti precedenti additando l’esempio di Cristo, che patì giusto per gli ingiusti, e con la sua morte riportò gli ingiusti a Dio. I lettori di Pietro sono così sottilmente invitati a riconoscere che anche loro appartenevano al mondo degli ingiusti, condividevano i modi di fare e di pensare di quei pagani che ora li perseguitano. Solo la morte di Cristo li ha strappati a quella situazione di tenebra ignorante e colpevole. Così anche la loro “passione” ora può divenire causa di salvezza proprio per quegli ingiusti che li perseguitano. Cristo è l’esempio da seguire, ma solo perché è la causa della salvezza. Egli infatti soffrì àpax. Questo avverbio, apax, non ha solo valore temporale, per cui la traduzione “una volta per sempre” è parziale. Significa, più pienamente, “in maniera unica”. La sofferenza di Cristo dunque non ha paragoni, è l’unica assolutamente innocente, l’unica che ha valore vicario e perciò l’unica che espia per gli ingiusti riguardo ai peccati. I cristiani, poiché partecipano della grazia della sua passione unica, lo imitano e ne ripresentano la passione, resi conformi al suo patire di giusto per gli ingiusti. Alla luce di queste considerazioni sembrerebbe più facile capire il senso dei versetti che seguono, dove in maniera misteriosa Pietro parla di una predica di Cristo ad anime prigioniere nel mondo dei morti. Ci si è a lungo domandati quale sia il vero significato dei vv.19-20. La tradizione cristiana, testimoniata dal Simbolo degli Apostoli, proclama una discesa di Cristo agli inferi, cioè nel mondo dei morti, lo Sheol della tradizione ebraica, che non ha le caratteristiche dell’inferno di punizione della escatologia cristiana.

 

Ma secondo la tradizione stessa, come descritta dall’icona bizantina dell’Anastasis, Cristo scende in quel mondo per liberare le anime dei giusti dell’Antico Testamento. Qui invece Pietro parla di una visita ad anime prigioniere, quasi “anime dannate”, punite per una colpa che viene definita come la ribellione nei giorni di Noè. La tradizione ebraica amplia la notizia biblica in proposito, riferendo che la generazione dei contemporanei di Noè fu particolarmente peccaminosa, perché viveva in un mondo molto prospero e ricco, per cui viveva nell’ozio, abbandonandosi ad ogni sorta di vizio e di atti immorali. Noè, stando ancora alla tradizione extrabiblica, per quaranta giorni predicò la venuta del diluvio, invitando i suoi contemporanei alla conversione, ma essi si beffarono di lui, irrisero la sua fatica nel costruire l’arca e moltiplicarono le loro opere malvagie. Questo ritratto che i midrashim offrivano dei giorni del diluvio poteva ben ricordare a Pietro ed ai suoi lettori la situazione in cui essi vivevano.
I cristiani si erano separati dalle passioni di cui erano preda i pagani, ben descritte in 1Pt 4,3, sapevano che era prossimo il giudizio di Dio sull’empietà (cfr.1Pt 4,5) e lo annunciavano al mondo, ricevendo in cambio scherno ed ostilità, mentre essi faticavano, come Noè, nel vivere la vita santa nelle rinunce e nell’ascesi. Essi, i cristiani, sono davvero gli eredi di quegli otto che trovarono scampo nell’arca, figura del battesimo che ora salva i credenti dall’esondare del terribile ed ineluttabile giudizio divino sulla perversione umana. Il Cristo morto va dunque ad annunciare la salvezza che viene dalla sua passione proprio a quei ribelli, tenuti prigionieri e senza speranza. Nel libro apocrifo di Henoch si narra che il giusto Henoch intercede presso Dio per quella generazione malvagia, nata dall’immondo connubio di angeli decaduti e donne mortali che culmina nei giorni del diluvio, i cui progenitori sono incatenati nelle viscere della terra. Ma Dio lo invia agli inferi per comunicare loro che non ci sarà mai perdono e salvezza. Quello che non era riuscito ad Henoch, sembra suggerire Pietro, riesce al Cristo. La sua morte ha una potenza tale che annuncia salvezza anche ai peggiori peccatori. E qui l’autore usa il verbo kerùsso, il verbo del kerigma, della proclamazione della salvezza.
Questo verbo indica l’annuncio di un fatto compiuto, proclama una realtà effettuata. La predica di Cristo agli spiriti prigionieri sarebbe dunque da intendersi non come un invito a conversione, con argomentazioni, minacce e promesse, ma come la proclamazione della salvezza operata da Cristo, anche nel profondo della situazione più oscura di peccato e perciò di morte. Pietro dice che Cristo “andò” a portare il kerigma ai morti, dunque compie un movimento verso di loro. Ma il cammino verso i morti è il morire stesso di Cristo ed il suo essere sepolto. L’intensa riflessione del teologo von Balthasar sulla discesa di Cristo agli inferi aiuta a comprendere che questa discesa gloriosa e liberante coincide con la sua discesa umiliata e in totale impotenza nello Sheol, come morto tra i morti; è il vero e reale esser morto del Figlio del Dio vivente che vince la morte e la priva del suo potere. Cristo, assumendo su di sé la pena del peccato, fatto “peccato” e “maledizione” per noi peccatori e maledetti, debilita per sempre la forza del peccato e rende inefficace la sua fatale conseguenza, che è la morte. “L’essere solidale con la condizione dei morti verrebbe quindi ad essere il presupposto dell’opera della redenzione che si manifesterebbe ed eserciterebbe i suoi effetti nel ‘regno’ dei morti, ma sarebbe fondamentalmente conclusa sulla croce (consummatum est!). In questo senso anche la ‘predicazione’ attivamente formulata (1Pt 3,19; in 4,6 al passivo: euenghelìsasthe/”è stata annunciata la buona novella”) dovrebbe essere intesa come l’effetto ‘nell’al di là’ di ciò che si è compiuto nella temporalità storica”.
Alla luce di queste riflessioni di von Balthasar ci pare di poter intendere che, dove Pietro scrive che Cristo “fu messo a morte nella sarx/carne, ma reso vivo nello pneuma/spirito, e nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere” (1Pt 3,18s.), i termini carne e spirito non indichino tanto due componenti dell’uomo, ma due dimensioni del suo essere, in conformità all’antropologia biblica. Si potrebbe dunque intendere che Cristo secondo la visibilità e l’essere nel mondo fu messo a morte, ma proprio questo suo reale morire nell’ordine dello spirito fu vitale e vivificante, per Cristo stesso, in virtù della sua obbedienza al Padre, e per coloro che accolgono il kerigma, che ha il potere di salvare, della sua morte. Dire “nello spirito” significa proclamare la realtà invisibile della stessa carne. Così i cristiani che ora soffrono nella carne realizzano in sé, nella dimensione spirituale, quella libertà dalle passioni che è vita nuova, già risorta. E vivendo questa vita nuova essi scendono negli “inferi”che sono il mondo in cui dimorano, e con la loro stessa esistenza proclamano il messaggio universale di salvezza ai pagani, come Cristo nel suo esser morto lo rese manifesto agli spiriti peccatori prigionieri, offrendo all’umanità peccatrice di ogni luogo e di ogni tempo una insperata possibilità di grazia, di perdono e di salvezza.
Per questo Pietro può dire con verità ai cristiani che “avendo Cristo sofferto nella carne anche voi armatevi della stessa ènnoia/pensiero/ idea/considerazione, poiché chi ha sofferto nella carne ha rotto con il peccato” (1Pt 4,1). Infatti la carne, cioè la dimensione mondana, ha bisogni, desideri e passioni che sono l’occasione del peccato. Ma chi soffre secondo la carne ha tagliato alla radice le passioni, non volendo più fama, onori, relazioni mondane, piaceri della gola, dei beni materiali e della sessualità, perciò il peccato non trova più appiglio. Chi soffre nella carne per amore di Dio vive già nello spirito, vede i beni invisibili ed in essi trova la sua unica gioia; questi ha la ènnoia di Cristo, cioè il suo modo di vedere e valutare le cose.
E questa esistenza spirituale nasce dall’assimilazione al Cristo morto nella carne, ma reso vivo nello spirito che è avvenuta nel battesimo. Esso infatti non opera nell’ordine della carne, non è un bagno per detergere il corpo, cioè non ha effetti visibili, ma è “invocazione da Dio di una buona coscienza” (cfr. 1Pt 4,21). Qui Pietro usa la parola eperòtema, che la traduzione “invocazione” non rende con pienezza di significato. Si tratta piuttosto di un “patto” o “impegno”. Forse il senso della frase petrina è più oggettivo: il battesimo è “lo stipulare con Dio un patto per cui egli, Dio, crea nel credente una coscienza buona”. Cioè la coscienza buona non sarebbe la premessa al battesimo, ma il suo risultato; è il dono di Dio a chi è entrato in alleanza con lui. In questo senso il battesimo sarebbe “l’invocazione di una buona coscienza”, cioè la richiesta fiduciosa e sicura a Dio da parte del credente di avere da lui, proprio grazie al battesimo nella resurrezione di Cristo, una coscienza buona, una vita intima santa, un’esistenza spirituale risorta a vita radicalmente nuova “armata della ènnoia di Cristo”. Questa vita spirituale nuova si esprime nel rifiuto alle passioni mondane, cosa che ovviamente il mondo trova strano ed oltraggia i cristiani, dalla cui buona condotta si sente condannato. In questa condotta bella dei cristiani si pronuncia già il giudizio di Dio ed ai morti nello spirito è annunciato il vangelo di salvezza, come ai morti in senso proprio fu reso manifesto dalla morte per obbedienza ed amore del Figlio di Dio. Infine i vv. 7-11 esprimono come si manifesta la vita nuova dei battezzati: essa è la carità, che ha valore espiatorio dei peccati. La carità dunque è la forma della croce di Cristo nella vita dei cristiani. Questa carità si esprime nell’ospitalità accogliente e generosa e nell’esercizio del dono di grazia che Dio ha concesso ad ognuno per l’utilità comune. In questo esercizio della carità brilla la gloria di Dio come rifulse nella Pasqua di Gesù il Signore.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) La morte e resurrezione di Cristo, operante nei cristiani tramite il battesimo, svela loro l’operatività secondo la carne e secondo lo spirito e la loro necessaria interazione, pur nella diversità modale.
2) Esaminare la contrapposizione tra il catalogo dei vizi pagani abbandonati (v. 4,3) e le virtù praticate dai battezzati (4,7-10). Come le virtù della vita nuova sconfiggono i vizi antichi?
3) Quale kerigma per la generazione ribelle dei nostri giorni? Come annunciare come evangelo il giudizio di Dio sul mondo e sulla storia?

don Marco Renda

1 Ricordiamo che, stando alle fonti antiche pagane e cristiane come gli apologeti, i cristiani erano accusati di ateismo, perché non partecipavano al culto pubblico pagano; di pasti “tiastei”, cioè di mangiare carne umana, poiché i pagani fraintendevano qualche accenno che coglievano sull’Eucarestia cristiana; di rapporti promiscui, poiché i cristiani chiamavano fratello e sorella anche il marito e la moglie credenti.
2 Hans urs von Balthasar, Teologia dei tre giorni, Queriniana 1990 2 Id., pp. 133-134