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LE SETTE PAROLE DI GESÙ IN CROCE
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Questa meditazione, tratta dal volume Alle Pie Discepole del Divin Maestro 1961, pagg. 133- 140, è tenuta da don Alberione in occasione del Venerdì Santo. Il Primo Maestro commenta una per una le sette frasi che Gesù dice in punto di morte. Meditiamo sovente “questi ricordi del Maestro morente”. Quando un padre sta per chiudere la sua giornata terrena, si trova grave, raccoglie i suoi figliuoli attorno a sé e dà a loro gli ultimi avvisi, ricordi. E i figliuoli buoni li accolgono con riverenza, rispetto, amore, compresi del cuore paterno da cui nascono quelle espressioni, quegli ultimi avvisi e consigli. Sette parole di Gesù in croce. La prima parola è stata tutta una parola di misericordia, come anche la seconda e la terza. La prima parola. Gesù era stato inchiodato. La croce era stata alzata alla vista di tutti e gli avversari, i Giudei, cominciavano a lanciare i loro insulti. Egli non raccolse gli insulti, ma voltò lo sguardo al cielo, cercando la faccia benigna del suo Padre: “Padre, perdona loro, che non sanno quel che si fanno” (cfr. Lc 23,34). Quando si pecca, veramente non sappiamo cosa ci facciamo: per un niente perdere dei beni eterni. Che stoltezza! Per un momento di soddisfazione, perdere dei beni eterni. I soldati che l’avevano inchiodato e che si erano divisi le vesti di Gesù e avevano giocato la tunica a chi toccasse, erano i meno colpevoli. Essi avevano eseguito un comando e non potevano conoscere la ragione della condanna, com’era stato il processo al Salvatore, erano esecutori materiali. L’esecutore veramente formale è il peccato. Il peccato è carnefice di Gesù. Vi sono però state, attorno a lui, persone che erano responsabili, che l’avevano realmente fatto condannare a morte. E sant’Agostino dice: Voi l’avete ucciso – rivolto ai Giudei. E quando? Quando avete gridato: crucifigatur [sia crocifisso]. Il Signore solo può dire quella parola: “Non sanno quel che essi facciano”. Chi può penetrare nell’intimo di un cuore e capire quale responsabilità abbia? Alle volte vi è una persona che ha molta responsabilità perché ha molta luce, è stata istruita, [ha] ricevuto molta grazia e, anche come mancanza minore, può essere che davanti a Dio sia più responsabile di una persona la quale ha commesso una mancanza anche più grave, ma non aveva quella luce. Se manchiamo noi, con tanta luce, con tanta istruzione, con tante preghiere, con tanta assistenza, con tanta grazia dal Signore, con tanti mezzi, per condurci alla perfezione... le nostre mancanze rivestono una responsabilità molto più forte, più grave. Il peccato veniale è sempre peccato veniale e il mortale è sempre mortale, quindi non bisogna pensare che un peccato veniale, anche di una persona consacrata, sia mortale. Ma le responsabilità, il rendiconto che dovremo dare al Signore? |
| Domandare sempre la luce. Non scrupoli, ma star sempre vigilanti come dice il Signore: Vigilate et orate, ne intretis in tentationem [Vigilate e pregate, per non entrare in tentazione] (Mc 14,38), perché la tentazione può venire anche dopo una vita di un certo tempo, una vita buona, già condotta per parecchi anni. Non fidarci mai. Sempre umili. Vigilare e pregare. Seconda parola del Salvatore è quella rivolta al buon ladrone. I due ladroni crocifissi accanto a Gesù, da principio insultavano il Maestro: “Se sei il Cristo, libera te e libera me, libera noi” (cfr. Lc 23,39). Ma a un certo punto uno fu toccato dalla grazia. Ebbe un raggio di luce e allora rimproverò il compagno. Era il primo a confessare la regalità di Gesù, dopo la crocifissione. E Gesù risponde: “Oggi sarai con me in paradiso” (cfr. Lc 23,43). Sarà stata grande la sua umiliazione e grande il suo amore per cancellare anche il purgatorio: “Oggi sarai con me in paradiso”. Sì, una persona può convertirsi anche tardi, ma poi ricevere tanta abbondanza di grazia, di luce, di amore da sentire un pentimento vivissimo, profondo. Ecco, Gesù Cristo dice: “Sarai con me in paradiso”. Gesù Cristo chiude la sua giornata in paradiso. Beato Giacomo Alberione |