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PRIMA LETTERA DI PIETRO
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I cristiani: eletti come stranieri nella diaspora (1Pt 1,1-21)

La prima lettera di Pietro inizia seguendo le regole dello stile epistolare antico, cioè con la menzione del mittente e del destinatario, a cui vengono rivolti saluti ed auguri. Ma, ricevendo già l’uso paolino, tutti questi elementi sono connotati teologicamente. Il mittente della lettera si presenta come Pietro e si definisce “apostolo di Gesù Cristo”. Si deve notare che la connotazione teologica del mittente parte già dal nome scelto, cioè non il nome originario, Simone, ma quello che ha ricevuto da Gesù, Pietro, che ne designa la missione. Considerando come all’origine questo nome fosse anche un titolo – “Pietro, cioè la Roccia” – comprendiamo immediatamente di trovarci non davanti ad una lettera privata, ma ad uno scritto autorevole indirizzato ai cristiani da colui che è la roccia, che ha il compito di fortificare e consolidare i fratelli nella fede (cfr. Lc 22,32). Nel tempo di prova che i cristiani vivono (cfr. v. 6), è necessario aggrapparsi alla roccia che è Cristo (cfr. 1Pt 2,4), e questa roccia vivente si manifesta nella parola forte dell’inviato che può essere “pietra” solo perché vive in comunione profonda di grazia con la Pietra unica che è Cristo, di cui porta la parola che conferma e consola. Anche i destinatari sono connotati in maniera decisamente teologica: essi sono definiti “i fedeli che vivono come stranieri dispersi”. Purtroppo la traduzione italiana, pur già significativa, non ci fa cogliere tutta la densità dell’espressione greca di Pietro. Il testo originale parla infatti dei destinatari come eklektoìs parepidèmois diasporàs, cioè “eletti che abitano come stranieri nella diaspora”. È fondamentale la categoria dell’elezione, che la traduzione italiana fa perdere di vista. È proprio perché eletti, scelti da Dio, che i cristiani sono stranieri nel mondo. Non vivono da stranieri perché odiano il mondo, ma perché Dio li ha separati con la sua chiamata. L’elezione divina li ha fatti estranei al mondo, un mondo nel quale pur devono continuare a vivere. Essi sono nella condizione di Abramo, chiamato fuori dalla sua terra, dalla sua casa, per dimorare come straniero in una terra promessa, ma non ancora consegnata. Al v. 17 l’Autore definisce il tempo in cui vivono i cristiani come “il tempo del vostro passaggio sulla terra”, idea che nel greco è espressa con la parola paroikìa. La paroikìa non corrisponde al concetto di pellegrinaggio, come traduceva la vecchia versione CEI ma al “soggiorno in terra straniera”. In At 13,17 Paolo usa il termine paroikìa per indicare il soggiorno degli Ebrei in Egitto. Dunque si allude al dimorare non solo in terra straniera, ma in un luogo dove si sperimenta sofferenza e tribolazione, rifiuto e persecuzione e da cui si attende la liberazione. In questa condizione l’atteggiamento più autentico è la speranza.



Il tema della speranza attraversa tutto il nostro scritto. Al v. 3 Pietro innalza una benedizione a Dio perché ha rigenerato i cristiani, mediante la resurrezione di Cristo, per una speranza viva. La rigenerazione indica una nascita radicalmente nuova. I cristiani non vivono più la vita di prima, sono creature nuove, veri figli di Dio. Perciò la speranza è iscritta nel loro essere rigenerati: essi già partecipano della vita del Cristo risorto, pur in questo mondo oscuro. La speranza dunque è la visione della vita che i credenti hanno nella fede. Solo essi sanno che non sono più travolti dal flusso della storia, ma stanno compiendo l’esodo di liberazione. Per questo i cristiani sono, come dicevano i Padri antichi, “coloro che non temono la morte”. La vita futura la possiedono già, anche se nascosta tra le tribolazioni del mondo. Essi sono nella schiavitù d’Egitto, ma come già liberati. Infatti è già stato immolato l’Agnello senza difetti e senza macchia, l’agnello pasquale della liberazione già compiuta (cfr. v. 19). Perciò essi vivono costantemente in condizione esodale, “cingendo i fianchi della mente” (v. 13), come gli ebrei stettero con i fianchi cinti per non essere intralciati nel cammino nella notte in cui lasciarono l’Egitto (cfr. Es 12,11). Ora è la mente ad essere cinta, cioè raccolta nella speranza della vita in Dio, per non lasciarsi intralciare dai pensieri delle cose del mondo nel correre verso l’incontro con Gesù, “quando Gesù Cristo si manifesterà” (v. 13). Infatti essi sono esortati a “non conformarsi ai desideri di un tempo, quando eravate nell’ignoranza” (cfr. v. 14).
L’invito a non conformarsi è espresso dal significativo verbo suschematizomai, cioè non assumere gli schemi di vita dettati dalle passioni mondane, ma piuttosto la santità di Dio. Ritorna l’idea della separazione eligente [che cioè elegge], ora l’elezione si rivela come santificazione. Già nell’augurio teologico posto ai destinatari Pietro aveva proiettato i suoi lettori nell’abbraccio santificante della Trinità. Essi infatti erano salutati come “scelti secondo il piano stabilito da Dio Padre”. Qui la nuova traduzione CEI recupera la parola “scelti” che aveva tralasciato prima, separandola da “stranieri che vivono nella dispersione” per designare invece coloro che sono “scelti secondo il piano stabilito da Dio Padre”. Non dimenticando il legame necessario tra elezione e stranierità, possiamo ora guardare come i cristiani sono eletti secondo la prògnosis di Dio, cioè la “pre-conoscenza” di Dio. Non si vuole qui alludere a nessuna predestinazione, ma la prescienza divina va letta nella stessa luce in cui si apre il senso di Rm 8,28ss. La pre-conoscenza di Dio indica non solo una priorità temporale, ma qualitativa. Dio ha conosciuto gli eletti sul piano divino, cioè ha aperto verso di loro la sua santità d’amore. La prescienza infatti è predicata del Padre che conosce i figli amandoli nel dare loro la sua vita, rigenerandoli nella grazia. La paterna prognosi è dunque il suo abbraccio che previene, chiamando alla grazia ed alla vita. Questo infatti è avvenuto nella santificazione dello Spirito Santo, colui che comunica la vita divina e che nel cuore dei credenti grida “Abbà, Padre” (Rm 8,15), come lo gridò il Figlio Gesù nella notte del Getsemani quando si rimise all’obbedienza, ed in questa testimonianza filiale fu esaudito per il suo pieno abbandono al Padre (Eb 5,5).
Ora lo Spirito che rende figli dona ai credenti di obbedire nella fede, ricevendo così l’aspersione del sangue dell’Agnello che scampa dalla distruzione di questo mondo.
La stranierità provocata dall’elezione si manifesta in una condotta di vita santa, che diventa testimonianza martiriale in mezzo al mondo. Colui che scrive sa bene che i suoi lettori sono afflitti da varie prove, ma le prove sono la verifica della fede. Pietro presenta le prove della tribolazione che i cristiani vivono come dokìmion, cioè un test di verità della fede. La tribolazione manifesta l’autenticità della fede, che potrebbe essere solo un’illusione finché non è scossa. Per questo ai suoi lettori rivolge l’invito alla sobrietà (v. 13), che è il contrario dell’ubriachezza che stordisce e fa sorgere sogni, attenuando i contorni delle cose, nascondendo quanto faccia male il vivere. Il cristiano non vive di illusioni, non vive anestetizzato dalla vita. Ne sente tutto il peso e l’amarezza, ma custodisce la speranza, che non è mai fuggire l’ora presente, ma vedere, nel buio di quest’ora, la presenza segreta di Dio. Questa presenza è la causa della gioia. “Voi lo amate, pur senza averlo visto… perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa…” (cfr. v. 8). È l’amore a Cristo il fondamento della speranza; uniti a lui, aspersi del suo sangue, dunque partecipi della sua passione, si attraversa la tribolazione rigenerati nella resurrezione. La tribolazione rende puro questo amore e lo fa somigliantissimo a quello del Cristo; infatti solo nel tempo della prova l’amore è assolutamente gratuito, senza guadagno alcuno e la speranza diventa perfetta, perché legata solo all’obbedienza alla parola ricevuta. Perciò Pietro può dire ai cristiani nella prova: teleìos elpìsate (v. 13), sperate perfettamente, cioè fino a raggiungere il tèlos, il compimento, come Gesù che nella sua passione amò eis tèlos, “fino alla fine” (Gv 13,1). Tutta questa realtà di speranza nella tribolazione, conservando la gioia, i cristiani la vivono nella diaspora.
Essi cioè sono un popolo disseminato in mezzo al mondo. Riprendendo il concetto di diaspora, Pietro si mostra erede della tradizione ebraica, che così aveva letto l’esilio del popolo eletto tra le nazioni pagane, arrivando infine a comprendere che anche in questo c’era una grazia: la presenza disseminata dei figli d’Israele tra le genti aveva seminato tra di esse i semi della conoscenza del Dio unico. Così anche la diaspora dei cristiani, sebbene dolorosa per essi, è salvezza per il mondo. Essi dunque capiscono l’elezione alla luce di quella del servo di Jahvè, cantato da Isaia come luce delle nazioni ed espiazione per la moltitudine. Dunque l’elezione separante dei cristiani non li isola in un’oasi altra rispetto al mondo, ma li offre come vittima sull’altare della storia. Essi non sono eletti per se stessi, ma per essere grazia per il mondo; sono costituiti stranieri dalla liberazione pasquale dell’Agnello immolato per amore del mondo che Dio ama, non sono assimilati al mondo solo per poterlo salvare, come ha ricordato alle Chiese d’Italia il papa Benedetto XVI concludendo il Convegno di Verona, che traeva il suo tema proprio da questo scritto petrino.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Quali esperienze di stranierità e di elezione è dato di vivere oggi al cristiano?

2) Speranza e gioia: componenti qualificanti la vita cristiana. Credi che la tua vita sia testimonianza di queste due virtù?

3) Come capire oggi la parrocchia alla luce del significato biblico della parola paroikìa da cui il nome deriva?

don Marco Renda