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INTRODUZIONE
ALLA SECONDA LETTERA DI PIETRO
“Questa, carissimi, è già la seconda lettera che vi scrivo” (2Pt 3,1). Con queste parole l’autore di questo scritto vuole ricollegarsi alla Prima Lettera di Pietro, accreditando la sua opera come un’ideale continuazione dello scritto petrino. In realtà il lettore trova grande difficoltà a riscontrare un legame fra le due lettere, notando la grande differenza di temi, di stili, di toni. Quasi la totalità degli studiosi contemporanei ritiene, infatti, che la Seconda Lettera che il Canone del Nuovo Testamento riporta sotto il nome dell’apostolo Pietro, non sia affatto opera sua, confortati in questo da voci autorevoli della Chiesa antica, tra cui Eusebio e Origene, che già dubitavano dell’autenticità petrina di questo scritto. Ci troveremmo dunque davanti ad un’opera pseudoepigrafica, cioè uno scritto attribuito ad un personaggio autorevole e significativo, che con il suo nome, rende degna di ascolto attento e obbediente l’opera presso i suoi destinatari; la lettera è infatti modellata secondo il genere classico del testamento di un patriarca o di un maestro di sapienza, che giunto alla fine della vita dà ai suoi figli e discepoli gli ultimi insegnamenti, ricordando il passato e mettendo in guardia su pericoli futuri (cfr. 2Pt 1,13-15). Non dobbiamo pensare però ad una falsificazione. La letteratura antica conosce bene il fenomeno della pseudoepigrafia. Ancora nel I secolo dopo Cristo venivano pubblicate opere sotto il nome del filosofo Pitagora, che tutti sapevano essere morto da secoli. Si riconosceva in questa azione un atto di umiltà del vero autore, che così dichiarava che la sapienza da lui espressa veniva dall’insegnamento originario dell’antico Maestro e si manifestava un forte senso corporativo, per cui in ogni membro della scuola insegnava ancora colui che aveva aperto quella comprensione filosofica. In questo contesto culturale la Chiesa primitiva non ha remore a ricorrere a questa forma letteraria, ancor più che i cristiani si sentono veramente corpo unico in cui risuona la voce del Signore consegnata agli apostoli per tutti i tempi. Ed i tempi in cui si trova a vivere |
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l’Autore della Seconda Lettera di Pietro non sono tempi felici.Gli apostoli sono ormai morti (cfr. 2Pt 3,4), non c’è più dunque la loro diretta presenza che legava strettamente all’esperienza storica di Gesù e tra i cristiani si diffonde un senso di scoraggiamento e di delusione per il ritardo del ritorno glorioso del Signore, che la prima generazione cristiana attendeva come imminente. Forse, nel momento in cui l’Anonimo scrive, non vi è una persecuzione violenta in corso, e il suo interesse non vuole sostenere cristiani provati da avversità esterne, come la Prima Lettera di Pietro. Ma il pericolo sembra ancora più grave. Infatti nel clima di delusione per il mancato ritorno di Cristo si vanno diffondendo le opinioni di alcuni maestri di errore, che il nostro Autore bolla come “falsi profeti”, con un linguaggio mutuato dall’Antico Testamento. Mentre dalla vivace polemica di Giovanni con i suoi avversari abbiamo potuto intravedere quale fosse il tenore delle false dottrine insegnate da costoro, la Seconda Lettera di Pietro non ci offre argomenti tali da capire cosa insegnassero questi cattivi maestri. PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 1) Quali tendenze e idee, presenti nel mondo di oggi, possono ricordare la visione dei maestri di errore contro cui scrive la “Secunda Petri”? E quali tendenze e idee nascoste nella Chiesa possono somigliare ad essi? 2) Come vivere oggi l’attesa del ritorno glorioso del Signore, e come annunziarla ad un mondo sospeso tra paure apocalittiche ed indifferenza al tempo, che diventa negazione della trascendenza e del futuro? 3) Cosa significa per noi leggere le Scritture con la Chiesa e nella Chiesa? don Marco Renda |