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PRIMA LETTERA DI PIETRO
(6)

 

1Pt 4,12-5,12: la carità e l’umiltà nella Babilonia egoista e superba

Giunto ormai alla conclusione della sua lettera, Pietro riprende il tema della sofferenza dei cristiani nella persecuzione. Il cristiano non ha da meravigliarsi se è perseguitato: la sua condizione di straniero nel mondo non rende strano che il mondo lo perseguiti, sentendolo come non affine a sé. La persecuzione dei cristiani nel mondo li mette in una prospettiva escatologica. Non solo perché essi, trovandosi nella sofferenza nella situazione presente, attendono con fervore il mondo futuro, ma anche perché la sofferenza stessa li proietta già nella dimensione del mondo che verrà, non permette loro di adagiarsi comodamente tra le seduzioni e gli inganni del mondo che passa. La persecuzione appare così come un fuoco di purificazione che brucia tutto ciò che non è essenziale e distacca da tutto ciò che appartiene a questo mondo. Essa si rivela così come l’inizio del giudizio di Dio sul mondo. Questo giudizio comincia ad esercitarsi proprio nella casa di Dio, cioè sui cristiani, perché sia rivelato il segreto del cuore e sia resa manifesta la qualità della fede. Il falso cristiano, quello che non appartiene totalmente a Cristo, il cui cuore è compromesso con il mondo, è smascherato dalla persecuzione perché non resiste in essa. Il falso cristiano, se perseguitato per la sua fede, l’abbandona, rivelando la sua vanità. Ma il vero cristiano rifulge nell’ora della persecuzione. Su di lui riposa lo Spirito di Dio come sul Cristo. La profezia messianica di Is 11,2 annunciava che sul Re-Messia avrebbe riposato lo Spirito del Signore, lo Spirito che porta doni di conoscenza per comprendere il piano di Dio, di forza per attuarlo, di timore del Signore per restare umili alla sua presenza. Ora il cristiano nella persecuzione riceve una divina sapienza per cogliere il giudizio di Dio che opera sulla Chiesa e sul mondo, lo vive con forza, conservando
una docile umiltà davanti a Dio nella comunità santa (cfr.5,5ss.).

Lo Spirito di Dio che riposa sui credenti così conformati a Cristo è Spirito di gloria. L’idea della gloria rimanda alla luce. I cristiani fedeli risplendono come luce; il fuoco della persecuzione non li distrugge, ma li accende come candelabri viventi nel tempio di Dio e sul mondo, infiammati da un fuoco di amore divino che diventa testimonianza eloquente per il mondo incredulo. Ma la gloria indica anche la presenza di Dio in mezzo al suo popolo per salvarlo. È proprio nel restare saldi nell’ora della persecuzione che i cristiani sperimentano la forza di salvezza del loro Dio. Pietro invita i cristiani perseguitati ad affidarsi alle “mani del loro Creatore fedele”. Evocando Dio come creatore, l’apostolo ricorda che la vita è opera di Dio, che tutto ciò che egli compie è per realizzare vita. Egli crea ordinando e separando, secondo la spiritualità giudaica. La persecuzione è dunque un doloroso atto creatore con cui l’Onnipotente separa i suoi dal mondo e dimostra la sua fedeltà/affidabilità. Egli infatti non si lascia strappare dalla mano il suo progetto, ma lo persegue anche per mezzo di coloro che pensano di opporsi ad esso. Il cap. 5 si apre con una esortazione agli anziani, i presbiteri della Chiesa. Sappiamo dalle lettere pastorali paoline e da altri scritti dei primi secoli cristiani che i presbiteri erano chiamati ad un ruolo di responsabilità nella Chiesa. Qui Pietro affida loro esplicitamente un compito pastorale: “Pascete il gregge di Dio”.
Il lettore potrebbe stupirsi di questo passaggio improvviso da una esortazione sulla perseveranza nella persecuzione a questa indicazione sul ministero dei presbiteri. In realtà Pietro comprende che la buona prova dei cristiani dipende anche da una salda e sapiente guida di coloro che devono pascerli con la Parola di Dio. Se l’opera attenta dei presbiteri trova la docile accoglienza dei “giovani”, Satana non può vincere, il leone persecutore non riesce a fare scempio del gregge di Dio. Pietro incoraggia i presbiteri paragonandoli agli apostoli. Infatti egli, che in 1,1 si era definito “apostolo di Gesù Cristo, ora si definisce “co-presbitero” (5,1); dunque i presbiteri sono come gli apostoli, trovano la ragione del loro ruolo nell’essere testimoni delle sofferenze e della gloria di Cristo. Questa testimonianza fa riferimento alla storia di Gesù, ma anche alla sofferenza del corpo ecclesiale nella persecuzione, in cui l’apostolo ed il presbitero sono inseriti. La testimonianza è dunque nello sperimentare in sé la passione di Cristo, come anticipo della gloria. Infatti l’apostolo ed il presbitero sono già testimoni della gloria futura. La loro testimonianza vive dunque della stessa tensione escatologica che anima e guida tutti i cristiani. I presbiteri sono invitati a pascere il loro gregge come modelli, comunicando loro una esperienza personale e viva della passione di Cristo, sentendo la gioia e la libertà del compito gravoso loro affidato, cercando il bene del gregge e non i loro beni.
Dal tenore di questa esortazione si comprende come i rischi di esercitare il ministero come fonte di arricchimento o di facile guadagno ed occasione per esercitare potere su altri fossero già serpeggianti nella Chiesa delle origini, e la storia che seguirà racconta come, purtroppo, l’esortazione petrina non sempre è stata ascoltata. Ma se i presbiteri esercitano il ministero secondo Dio i giovani sono invitati ad essere loro sottomessi. Se infatti il presbitero testimonia solo la parola di Cristo, il suo dono d’amore nella passione, chi vuol essere fedele non può che accogliere questo annuncio. A tutti però viene raccomandata l’umiltà. Umiltà davanti a Dio, nel santo timore che non si oppone ai suoi misteriosi disegni, ma anche umiltà davanti agli altri. L’umiltà infatti non accusa né Dio né gli altri, e così vince Satana che è accusatore di Dio e dei fratelli. Solo l’umile resiste nel tempo della tentazione. La persecuzione è paragonata alla caccia del leone che cerca prede da sbranare.
Ora la persecuzione rivela il suo vero volto. È opera del diavolo, il divisore, che vuole separare i credenti da Dio. Essi però restano saldi nella fiducia in Dio, frutto di umiltà. In virtù di quella umiltà si abbandonano confidenti nelle sue mani, anche quando non ne comprendono i disegni. Ma in questo abbandono umile e confidente si rivela la potenza di Dio. La lettera si conclude con un canto di lode all’Onnipotente, per la cui potenza i cristiani fedeli sperimenteranno la gloria del Crocifisso Risorto cui sono stati chiamati. Anche i saluti finali concorrono a corroborare questo messaggio. I mittenti della lettera vivono a Babilonia, nome sotto cui si nasconde Roma e la sua potenza. Ma essa è come l’antica Babilonia: perseguita i fedeli, ma è già destinata a cadere. Alla corruzione della grande prostituta Babilonia, che vive di egoismo e seduce solo per i suoi interessi, si oppone vittoriosa la carità pura dei cristiani, che con grande umiltà si salutano con il bacio santo di pace. Il bacio, scambiato sulle labbra, indica la comunione di vita e di respiro. I cristiani che si salutano con il bacio di comunione riconoscono di vivere di un’unica vita, di essere animati dallo stesso soffio vitale: lo Spirito di Dio datore di vita per sempre.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Il cristiano vive una condizione di straniero nel mondo a motivo della tensione escatologica propria della fede. Qual è il nostro comportamento verso le seduzioni e gli inganni del mondo che passa? Ho un atteggiamento solo di condanna silenziosa e passiva oppure ho il coraggio di denunciare con sincerità e chiarezza le falsità di questo mondo, pronto a pagarne le conseguenze?

2) Il ministero sacerdotale è gravoso e delicato. I presbiteri sono chiamati a pascere il gregge di Dio, facendosi in tutto, modelli. Quanto siamo vicini ai sacerdoti che conosciamo o con i quali collaboriamo nell’apostolato con la comprensione, la preghiera, la vicinanza?

3) I cristiani della prima ora si salutavano con il bacio di comunione, riconoscendo così di vivere di un’unica vita, di essere animati dallo stesso soffio vitale. Come coltivo la comunione all’interno del gruppo d’Istituto, del gruppo parrocchiale o di apostolato?

don Marco Renda