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DON SASSI SU SAN PAOLO

 

In occasione dell’Anno Paolino indetto dal Santo Padre per il bimillenario della nascita di San Paolo – collocata dagli storici tra il 7 e il 10 d. C. – la Circolare si arricchisce di una nuova rubrica. Essa ha l’intento di approfondire la figura dell’Apostolo perché possiamo sempre più conoscerlo e imitarlo. Apriamo la rubrica riportando alcuni passaggi della lettera annuale del Superiore Generale, don Silvio Sassi, dedicata alla seconda lettera ai Corinzi.

La lettera annuale del Superiore Generale vuole essere sia uno strumento di lavoro per proseguire l’impegno assunto nell’VIII Capitolo Generale: Essere San Paolo oggi vivente. Una Congregazione che si protende in avanti; e sia una comune meditazione in preparazione all’Anno Paolino. Don Sassi esorta la Congregazione, e quindi l’intera Famiglia Paolina, a vivere questo anno giubilare come una “vera occasione storica per conoscere, meditare, imitare di più san Paolo” e, al tempo stesso, incita ad organizzare una pioggia di iniziative, spirituali, formative, vocazionali, volte a sensibilizzare la realtà ecclesiale intorno a questo nostro santo e padre. Invita tutti ad una vera e propria “mobilitazione, in piena sintonia con l’opera e l’insegnamento del Fondatore”.
La lettera del Superiore si muove su tre livelli. Anzitutto offre una essenziale esegesi (spiegazione) della seconda lettera ai Corinzi, così da comprenderne il contesto e il significato, poi si sofferma sulla comprensione e l’approfondimento che ne fa il Primo Maestro, attingendo da vari suoi scritti, e prosegue offrendone una lettura a partire dalla nostra realtà di Paolini di oggi.

Il Beato Giacomo Alberione e la seconda lettera ai Corinzi

Dopo aver fornito delle brevi indicazioni di carattere esegetico (che noi, per motivi di spazio, siamo costretti ad omettere) il Superiore propone la lettura che il beato Alberione ha fatto della 2Cor, focalizzando l’attenzione su due punti: comprendere i contenuti della lettera come cristiani che vivono la loro fede inseriti nel popolo di Dio, e come apostoli paolini, inviati ad evangelizzare nella comunicazione.
Anzitutto don Sassi riporta un riassunto globale fatto dal Fondatore, dal quale emerge come la Lettera sia un episodio della comunicazione esistente tra san Paolo e la comunità di Corinto. “Questo processo comunicativo – evidenzia il Superiore – comprende tre poli di scambio: san Paolo, i Corinzi che lo amano e alcuni che nella comunità di Corinto lo rifiutano”. Per causa di questi ultimi l’Apostolo è costretto a fare un’apologia della sua condotta e del suo apostolato. Continua don Sassi: “Don Alberione rileva in questa ‘apologia’ personale, insegnamenti sulla fede intesa come amore a Dio e al prossimo e come fenomeno di comunicazione apostolica”.
Diversi sono gli approfondimenti che il Superiore fa a partire dagli scritti del Primo Maestro, tra i quali ne segnaliamo alcuni.
Di fronte alle tante sofferenze del ministero, san Paolo in 2Cor 4,17-18 prende coraggio: ‘poiché il minimo di sofferenza attuale ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, giacché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili’. Annota don Silvio: «Don Alberione utilizza molte volte questa citazione per incoraggiare alla perseveranza nella fede. [....] Dice alle Figlie: “Ogni piccolo sacrificio merita un premio eterno… Finché non arriviamo a capire che la santità consiste nella pazienza con cui si sopportano le croci, noi possiamo anche aver trascorso venti anni di vita religiosa senza averne capito nulla, potremmo anche aver letto molti libri spirituali ma non avremmo imparato nulla della scienza dei santi”» (Alle Figlie di San Paolo 1940-1945 [1941], p. 120).
Parlando ancora alle Figlie e volendo mettere in risalto il valore delle azioni dell’oggi storico per il domani escatologico (così come San Paolo faceva con i Corinzi, Cfr. 2Cor 5,10), il Fondatore – riporta don Sassi – commenta: “Chi traffica bene i suoi talenti avrà in cielo una ricompensa proporzionata… chi più avrà faticato per lui, chi avrà amato con maggior fervore, avrà un premio più grande… Non è più furbo, né prudente colui che cerca di fare il meno possibile, ma colui che è inesauribile nelle sue fatiche, nelle sue invenzioni e astuzie pie di ogni bene” (Alle Figlie di San Paolo 1929-1933 [1933], p. 161).
Soffermandosi poi sul versetto paolino ‘Dio ama chi dona con gioia’ (2Cor 9,7), il Superiore  riferisce quanto don Alberione dice ancora alle Figlie: “Siamo riconoscenti a Dio per la missione a cui ci ha chiamate: parliamone con entusiasmo, con convinzione, quando dobbiamo parlarne e poi siamo contente sempre... allontaniamo dunque la tentazione dello scoraggiamento” (Alle Figlie di San Paolo 1940-1945 [1940], p. 51).

Temi per la formazione dell’apostolato paolino

In questa sezione don Silvio offre degli spunti per il nostro apostolato paolino. Anche in questo caso ne sottolineiamo solo alcuni: «San Paolo in 2Cor 2,14-15 descrive il suo ministero apostolico come un ‘profumo’: ‘Noi siamo infatti per Dio il profumo di Cristo tra quelli che si salvano’. Don Alberione richiama molte volte questa affermazione: “[...] l’esempio si diffonde come si diffonde il ‘bonus odor Christi’, il buon odore di Cristo. Gli altri potranno anche criticare, giudicare male e ridere, ma in fondo all’anima loro resta qualche cosa. L’esempio è una predica tacita e tante volte va al cuore più che una predica di parole”» (Meditazioni per consacrate secolari, 1976, p. 338).
Continua il Superiore: «Dopo l’incontro con Cristo, Paolo si sente sospinto ad essere suo apostolo: ‘L’amore di Cristo ci spinge’ (cfr. 2Cor 5,14), e a rivestire il ruolo dell’apostolo, cioè dell’inviato: ‘Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo ed è come se Dio esortasse per mezzo nostro’ (2Cor 5,20). [...] Riferendosi all’apostolato, don Alberione propone l’interrogativo: “Quest’oggi, dinanzi a Gesù, al Maestro degli apostoli, esaminiamo lo zelo avuto finora nel nostro apostolato, qual è l’amore che ci ha spinti, se è l’amore dell’io o la carità di Cristo. S. Paolo non temeva di dire: ‘Caritas Christi urget nos’. È l’amore a Gesù Cristo che vi spinge a tante fatiche?” (Alle Figlie di San Paolo 1929-1933 [1933], p. 203); [...] e ancora scrive: “Tutti all’apostolato! Tutto in ordine all’apostolato!”» (Per un rinnovamento spirituale, p. 30).
Don Silvio considera inoltre che: «Come argomento per giustificare la validità del suo ministero in 2Cor 11,16-33, san Paolo fa l’elenco delle fatiche sopportate per la predicazione. Don Alberione fa riferimento con frequenza a questo brano, soprattutto in vista del nostro apostolato. Parlando della fortezza, egli spiega: “Il secondo grado consiste nel sacrificare, quando fosse necessario, la propria libertà, la fama e la vita stessa, per la gloria di Dio e per il bene del prossimo. È questa la fortezza praticata dall’apostolo Paolo”» (Le grandezze di Maria, 1938, p. 93).
Riporta ancora il Superiore: «Sovente il Primo Maestro fa riferimento alla risposta divina data alla triplice supplica di san Paolo: ‘Ti basta la mia grazia’ (2Cor 12,9). [...] Esortando all’imitazione di san Paolo, don Alberione dice: “Oltre a conoscerlo, imitarlo. Anch’egli è andato soggetto a molte tentazioni. E quando aveva pregato il Signore perché lo liberasse, il Signore gli aveva risposto: Eh, no! Ti basti la grazia. E quindi, se tu mostri la tua debolezza, è con la grazia – voleva dire il Signore – che Dio mostra la sua potenza, la potenza della grazia; perché nonostante le lotte, egli santificava la sua vita sempre meglio. Quindi imitare san Paolo”» (Alle Pie Discepole del Divin Maestro, 1965, 364).
Da quanto esposto – conclude don Sassi – risulta evidente che il riferirsi di don Alberione a san Paolo è sempre in vista di una formazione spirituale in funzione apostolica: una spiritualità per la missione, e invita ciascuno ad un approfondimento personale attingendo all’Opera Omnia del Fondatore.

I Paolini e la seconda lettera ai Corinzi

Dopo aver riflettuto sulla seconda lettera ai Corinzi con l’apporto dell’esegesi e della mediazione operata dal beato Giacomo Alberione, don Sassi offre qualche pista di ricerca da cui attingere nuova energia per il carisma paolino vissuto nel contesto odierno.
Puntualizza il Superiore che la qualifica di ‘paolino’ si compone di due elementi inseparabili: la spiritualità di san Paolo e l’evangelizzazione nella comunicazione. Essi formano un’unità inscindibile. “Sarebbe un errore ipotizzare di sostituire san Paolo come fonte della nostra spiritualità con una spiritualità generica, così come sarebbe snaturare il carisma se si sostituisse con un altro apostolato, la comunicazione al servizio dell’evangelizzazione”.
Ripercorrendo alcuni passaggi della 2Cor, don Sassi traccia un identikit dell’apostolo. Anzitutto l’apostolo è un collaboratore della gioia dei fedeli (cfr. 2Cor 1,24); non predica se stesso ed è servo dei fedeli (cfr. 2Cor 4,5); non deve dare motivo di scandalo a nessuno (cfr. 2Cor 6,3-4) e prova affetto per i suoi fedeli (cfr. 2Cor 2,4; 6,11). Niente a che vedere con coloro che ‘trafficano la parola di Dio’ (2Cor 2,17) o con gli ‘arciapostoli’. Don Sassi al riguardo esorta: “Il profilo positivo dell’apostolo e le caratteristiche negative, che scaturiscono dalla considerazione dell’esperienza di san Paolo, ci invitano a riflettere costantemente sulla nostra identità di apostoli”.
In modo particolare egli sottolinea che, come continuatori dell’opera e delle convinzioni del beato Giacomo Alberione, non dobbiamo mai dubitare che con la comunicazione si possa evangelizzare in modo efficace e reale. In qualità di Paolini dobbiamo essere convinti che la misericordia di Dio agisce per vie misteriose e, quindi, la varietà della comunicazione permette l’incontro tra Dio e gli uomini e le donne del nostro tempo. “La comunicazione – afferma don Sassi – è a tutti gli effetti una ‘nuova evangelizzazione’ integrale... e non un ‘velo’ al nostro Vangelo”.
Il Superiore inoltre fa riferimento alla triplice richiesta di Paolo al Signore di liberarlo dal ‘pungiglione della carne’ (2Cor 12,7). La risposta del Signore è: ‘Ti basta la mia grazia, la mia potenza si esprime nella debolezza’. Questo significa che Dio non cerca dei super-uomini come suoi collaboratori, ma persone deboli, che lui fortifica con la sua grazia. L’Apostolo assume e assimila questa risposta (cfr. 2Cor 12,10): se Dio assicura che la sua potenza si esprime nella debolezza, chi è lui per non soggiacere a questo stile divino, accettando la condizione di debolezza per fare spazio alla potenza di Dio?
Infine conclude: «San Paolo e Don Alberio-ne, l’uno nell’opera di evangelizzazione dei pagani, l’altro nell’impegno di evangelizzare nella comunicazione, hanno vissuto in proprio lo stile divino della debolezza umana posta al servizio della potenza divina. Entrambi, secondo i differenti disegni della Provvidenza e in tempi diversi, sono stati nella comunità ecclesiale dei pionieri per una ‘nuova evangelizzazione’». Prendendo allora spunto da questo spirito pionieristico paolino-alberioniano, don Silvio esorta noi Paolini di oggi a vigilare sulla nostra missione per mantenere sempre viva nella Chiesa la nostra identità di frontiera per evangelizzare nella comunicazione.

Enza B.

 

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