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Come Don Alberione fu “afferrato” da San Paolo
1. Stava ancora studiando in seminario, il chierico Giacomo Alberione, quando fu conquistato dall’apostolo Paolo. Lo racconta egli stesso nell’opuscolo autobiografico “Abundantes divitiæ”: «San Paolo: il santo dell’universalità. L’ammirazione e la divozione cominciarono specialmente dallo studio e dalla meditazione della Lettera ai Romani. Da allora la personalità, la santità, il cuore, l’intimità con Gesù, la sua opera nella Dogmatica e nella Morale, l’impronta lasciata nell’organizzazione della Chiesa, il suo zelo per tutti i popoli, furono soggetti di meditazione. Gli parve veramente l’Apostolo: dunque ogni apostolo ed ogni apostolato potevano prendere da Lui. A San Paolo venne consacrata la Famiglia» (AD 64). 2. La Famiglia Paolina esisteva allora soltanto nella mente del giovane seminarista, già consapevole della propria vocazione speciale fin dalla notte santa di fine secolo, quando «una particolare luce venne dall’Ostia santa, maggior comprensione dell’invito di Gesù “venite ad me omnes”; gli parve di comprendere il cuore del grande Papa [Leone XIII], gli inviti della Chiesa, la missione vera del Sacerdote…, il dovere di essere gli Apostoli di oggi... Si sentì profondamente obbligato a prepararsi a far qualcosa per il Signore e gli uomini del nuovo secolo con cui sarebbe vissuto» (AD 15). In tale prospettiva il chierico Alberione orientò i suoi studi, privilegiando le ricerche storiche. E in questo percorso si incontrò con l’Apostolo. Era un primo incontrò, che solo più tardi si sarebbe approfondito in una forte amicizia e in un totale coinvolgimento della vita. Una diecina di anni dopo, nel 1914, Don Alberione fu in grado di realizzare il suo sogno apostolico, con la fondazione della “Scuola Tipografica”, primo nucleo della congregazione maschile, e nel 1915, con l’avvio del Laboratorio Femminile, prima denominazione delle Figlie di San Paolo. Sette anni ancora, e il Fondatore nel 1921 può dire: «Finalmente… vi è un numero sufficiente di persone che si sonno legate come in una società di anime, di volontà, di cuori, per l’opera della stampa buona. […] Ora si deve cominciare. Perciò la Casa prende il suo vero nome: Pia Società San Paolo» (Unione Cooperatori Buona Stampa, 15 luglio 1921). |
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Si voleva un Santo che eccellesse in santità e nello stesso tempo fosse esempio di apostolato. S. Paolo ha unito in sé la santità e l’apostolato» (Pred. SP 302). Santità e apostolato. Prego di ricordare questo binomio, che costituisce il cuore del carisma alberioniano, come vedremo fra poco. 5. Tale persuasione fu confermata in altro scritto del 1954, in cui il Primo Maestro esprime riconoscenza al Signore e ribadisce la certezza che il “vero Fondatore” è San Paolo: «La riconoscenza più viva va a Gesù, Maestro Divino, nel suo Sacramento di luce e di amore; alla Regina Apostolorum Madre nostra e di ogni apostolato; a S. Paolo Apostolo, che è il vero Fondatore dell’Istituzione. Infatti egli ne è il Padre, Maestro, esemplare, protettore. Egli si è fatta questa famiglia con un intervento così fisico e spirituale che neppure ora, a rifletterci, si può intendere bene; e tanto meno spiegare. Tutto è suo. Di Lui, il più completo interprete del Maestro Divino, che applicò il Vangelo alle nazioni e chiamò le nazioni a Cristo. Di Lui, la cui presenza nella teologia, nella morale, nell’organizzazione della Chiesa, nelle adattabilità dell’apostolato e dei suoi mezzi ai tempi è vivissima e sostanziale; e rimarrà tale sino alla fine dei secoli. Tutto mosse, tutto illuminò, tutto nutrì; ne fu la guida, l’economo, la difesa, il sostegno; ovunque la Famiglia Paolina si è stabilita. Meritava la prima Chiesa e la bella gloria che lo riproduce nel suo apostolato e nella sua paternità rispetto ai paolini. Non è avvenuto come quando si elegge un protettore per una persona, o istituzione. Non è che noi lo abbiamo eletto; è, invece, San Paolo che ha eletto noi. La Famiglia Paolina deve essere San Paolo oggi vivente, secondo la mente del Maestro Divino; operante sotto lo sguardo e con la grazia di Maria Regina Apostolorum» (San Paolo, Luglio-Agosto 1954). |
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E per farsi sentire salirebbe sui pulpiti più elevati e moltiplicherebbe la sua parola con i mezzi del progresso attuale: stampa, cine, radio, televisione. Non sarebbe la sua dottrina fredda ed astratta. Quando egli arrivava, non compariva per una conferenza occasionale: ma si fermava e forava: ottenere il consenso dell’- intelletto, persuadere, convertire, unire a Cristo, avviare ad una vita pienamente cristiana. Non partiva che quando vi era la morale certezza della perseveranza nei suoi. Lasciava dei presbiteri a continuare la sua opera; vi ritornava spesso con la parola e con lo scritto; voleva notizie, stava con loro in spirito, pregava per essi. 8. Troviamo qui in sintesi tutti i motivi per cui San Paolo è divenuto, per grazia prima che per scelta, il Patrono, il modello e l’ispiratore della Famiglia Paolina. Possiamo aggiungere che l’Apostolo incarna per Don Alberione il “carisma di fondazione” nel suo duplice versante: della spiritualità e dell’apostolato. Il documento “Mutuæ Relationes” tra Vescovi e Religiosi, al paragrafo 11 spiega: «[Il] carisma dei Fondatori si rivela come una esperienza dello Spirito, trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il Corpo di Cristo in perenne crescita» . Essa costituisce come l’anima delle istituzioni e la loro “indole propria”. «Tale indole propria, poi, comporta anche uno stile particolare di santificazione e di apostolato» (MR 11). a) Il versante spirituale. – Quando il giovane Alberione si pose ai piedi del tabernacolo, nella lunga adorazione notturna del 31 dicembre 1900, percepì il senso e i dati fondamentali della propria vocazione, così come li riassunse in AD 13-21. Egli comprese la missione vera del sacerdote, il modo di esercitarla più efficacemente, come “apostoli di oggi”, e pregò che la Chiesa avesse un nuovo slancio missionario sullo stile di San Paolo. – Questa la componente spirituale del carisma, che impronta innanzitutto lo “stile particolare” della santità. b) Il versante apostolico. – La seconda qualità del carisma alberioniano è la riattualizzazione della vita e della missione dell’apostolo Paolo. «La Famiglia Paolina è suscitata da San Paolo per continuare la sua opera; è San Paolo, vivo, ma che oggi è composto di tanti membri... E se vivesse oggi, che farebbe?...Adopererebbe i più alti pulpiti eretti dal progresso odierno…: per il Vangelo di Gesù Cristo» (Alle FSP, 1955; Vad. 651). 9. Dunque il carisma fondazionale non fu solo un dono dello Spirito riguardante la sorgente interiore e le modalità dell’apostolato moderno; fu anzitutto un dono di comprensione del mondo moderno, della sua realtà drammatica dal punto di vista religioso e culturale. Non si dimentichi in che misura il giovane Alberione aveva sperimentato la tragedia della cultura atea… Fu allora che la coscienza straordinariamente vigile del “convertito” Giacomo ebbe la percezione della posta in gioco e delle enormi possibilità offerte dai mezzi moderni per la promozione di una cultura ispirata al Vangelo. E la certezza che la nuova cultura sarà tanto umana e salvifica nella misura in cui sarà «integralmente cristiana», cioè se attingerà tutti i valori del “Cristo integrale”: Via e Verità e Vita (Maestro di dottrina e guida morale, Modello e Mediatore, Sacerdote e liturgo universale). Il concetto di “integralità “ è essenziale nella visione apostolica di Don Alberione, e significa che tutto il mistero di Cristo dev’essere comunicato a tutto l’uomo, in tutte le sue componenti, con tutti i mezzi più aggiornati di ricerca e di trasmissione. Strumento tecnico e pastorale di questa impresa apostolica, ispirata a Paolo, il “Santo dell’universalità”, è il sistema moderno dei media, assunti come veicoli sacramentali del Verbo eterno, secondo la teologia dell’Incarnazione e l’immagine esemplare di San Paolo. 10. Conclusione: «Quando questi mezzi del progresso servono alla evangelizzazione, ricevono una consacrazione, sono elevati alla massima dignità. L’ufficio dello scrittore, il locale della tecnica, la libreria divengono chiesa e pulpito. Chi vi opera, assurge alla dignità dell’apostolo» (Ariccia, 1960; UPS I, 316). Perciò «[In tutti i centri apostolici paolini] Il libro del Vangelo e l’immagine di San Paolo saranno esposti convenientemente» (San Paolo, 27 marzo 1946). E ancora «Preoccupazione e vigilanza sarà da usarsi perché l’apostolato si mantenga sempre in quella elevatezza pastorale che è nelle lettere di San Paolo» (San Paolo, 1 marzo 1936).
Don Eliseo Sgarbossa SSP |