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LA NASCITA MISTICA
NELL'ANIMA

 

In queste due meditazioni, una sul Natale e l'altra sull'umiltà, tenute alle Figlie di San Paolo nel 1941, il Fondatore ci parla dell'importanza di far nascere spiritualmente Gesù nelle nostre anime, altrimenti il Natale viene invano. Ci invita inoltre all'umiltà, sull'esempio di Gesù che da Dio si fa uomo per amore. La superbia è la nostra rovina, mentre l'umiltà è la porta della salvezza.

PREPARAzIONE AL NATALE

«Rorate, coeli, desuper, et nubes pluant Justum: aperiatur terra et germinet Salvatorem» [Invocate i cieli dall'alto, e le nubi piovano il giusto: si apra la terra e germini il Salvatore] va ripetendo insistentemente la Chiesa in ciascun giorno dell'Avvento. L'Avvento poi è tutto una preparazione al S. Natale: e anche noi dobbiamo prepararci con la preparazione che il Battista andava predicando alle turbe. Il Natale è la commemorazione della nascita di Gesù Cristo. Del Figlio di Dio, però, si possono considerare tre nascite:
1) La nascita eterna nel seno del Padre. Il Padre contemplando se stesso da tutta l'eternità, genera il Figliuolo e dal mutuo amore del Padre e del Figlio procede lo Spirito Santo. «In principio erat Verbum!», ma non in principio del mondo, sebbene nell'eternità. Questa nascita divina si perpetua nel tempo mediante le operazioni ad intra della SS. Trinità, in modo che perennemente il Padre genera il Figlio in tutto uguale a sé, e perennemente il Padre e il Figlio danno origine allo Spirito Santo che ha la loro stessa natura.
2) La seconda nascita del Figlio di Dio è la sua incarnazione. «Et Verbum caro factum est, et habitavit in nobis». Noi adoriamo quel Bambinello che è nato nella capanna di Betlemme e gli presentiamo i nostri ossequi e le nostre preghiere. S. Paolo nell'Epistola di oggi (domenica III di Avvento), ripete: «Rallegratevi sempre nel Signore: lo dico una seconda volta: state allegri. La vostra modestia sia nota a tutti gli uomini: il Signore è vicino». E noi nel gaudio santo e nella modestia ci prepareremo alla venuta del Natale.
3) La terza nascita del Figlio di Dio è la sua nascita mistica nelle anime. Come la Messa ricorda, anzi è la rinnovazione del sacrificio del Calvario, così la commemorazione del Natale richiama la

nostra incorporazione in Gesù Cristo e ci ricorda che il Salvatore deve nascere spiritualmente nelle nostre anime. L'incorporazione mistica avviene in questo modo: è volontà del Padre celeste restaurare tutti gli uomini sotto un unico capo, in modo che tutti formino con esso una cosa sola, un corpo unico. Il capo è Gesù Cristo e noi tutti siamo sue membra. Come le membra del corpo umano ricevono vita dal capo, così le membra del corpo mistico di Cristo, ricevono dal capo la vita e ogni bene, e tutto quello che fanno lo fanno per il capo e nel capo. Così: se piangiamo i nostri peccati, li piangiamo con Gesù nell'orto degli ulivi; se preghiamo, preghiamo con Gesù; se soffriamo, soffriamo ancora assieme a Gesù, anzi, è Gesù che prega, che soffre e soddisfa per noi. Egli, infatti, nella sua dolorosa passione ha visto e ha espiato tutti i nostri peccati e col suo sangue ci ha meritato la grazia che è la vita divina, e con la grazia tutti i beni che abbiamo. Questa divina incorporazione è avvenuta con la nostra nascita alla grazia, cioè nel Battesimo; ma nel Natale dobbiamo rassodare e perfezionare tale incorporazione.
Il Natale, così concepito, deve dunque essere una rinascita spirituale, una maggiore partecipazione alla vita del Capo. Per questo è necessario premettere una buona preparazione che deve essere quella che S. Giovanni Battista andava predicando e che la Chiesa ci fa considerare nelle domeniche di Avvento. Nel Vangelo di oggi S. Giovanni viene detto più che profeta: i profeti, infatti, parlarono del Messia futuro, ma egli lo indicò presente: «Ecce Agnus Dei, ecce qui tollit peccata mundi». Ma che cosa predicava al popolo il Battista? La penitenza. Ed egli ne era un grande esempio. «Fate penitenza, diceva, che il Regno dei Cieli è vicino». Anzi, indicava pure il modo con cui ognuno si doveva pentire: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha, e chi ha alimenti faccia altrettanto. Non esigete di più di quello che vi è stato ordinato.
Astenetevi da ogni vessazione e da ogni frode e accontentatevi della vostra paga». Il tempo di Avvento deve perciò essere tempo di mortificazione: mortificare la mente, la volontà, il cuore, la fantasia, la curiosità, la lingua, la gola, gli occhi, tutta la vita nella fedele osservanza dei nostri doveri. E come potremo presentarci a Gesù Bambino che giace sulla paglia, nella estrema povertà, se non abbiamo lo stesso suo spirito, cioè lo spirito di mortificazione? Il secondo modo per prepararci al Natale è l'esercizio dell'umiltà: riconoscere che siamo miseri, che abbiamo ancora tanti difetti, che abbiamo tanto bisogno della misericordia di Dio. Il Battista ci diede anche un grande esempio di umiltà quando, interrogato se fosse egli il Messia, rispose: «No. Io sono la voce di colui che grida nel deserto: appianate la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Notiamo: sarebbe bastata a Giovanni una sola parola per attirare a sé le folle; ma non la dice, anzi si proclama voce, fiato.
Che cosa vi è di più instabile che una voce? Eppure di lui Gesù aveva detto: «È più che un profeta, egli è colui del quale sta scritto: Ecco, io mando innanzi a te il mio angelo, il quale preparerà la tua strada ». Oh, la nostra superbia, la nostra abitudine a compiacerci di ogni più piccola cosa, quale umiliazione riceve! Terza disposizione al Natale è la confidenza. Gesù viene a togliere il peccato dal mondo, viene a portare la misericordia e la pace: speriamo in lui. Chi non avrà confidenza in quel tenero Bambino che il Natale presenterà alla nostra considerazione? Le sue mani distribuiscono grazie, il suo cuore palpita di amore per gli uomini, la sua vita è per la redenzione degli uomini. Chiediamo al Bambino tante grazie, chiediamogliele in ogni giorno della novena: abbiamo confidenza in lui. «Tutti quelli che l'hanno ricevuto convenientemente sono stati fatti figli di Dio e dalla sua misericordia hanno avuto grazie e favori». Così l'ha ricevuto Maria SS., così S. Giuseppe, i pastori, i magi e tutti coloro che lo hanno riconosciuto come il mandato dal Padre a salvare l'umanità: noi dobbiamo essere tra questi. «Confortatevi e non vogliate temere: ecco il nostro Dio verrà e ci salverà».

ISTRUZIONE SULL'UMILTA'

Il primo e principale impedimento ad abbracciare la volontà di Dio in tutte le cose è la superbia; l'umiltà invece è la virtù che prepara lo spirito a compiere il divino volere. Se noi ci sforziamo di adunare virtù senza l'umiltà, raduniamo paglia e foglie secche. È certo che la prima virtù per farsi santi è l'umiltà, la seconda è l'umiltà, la terza l'umiltà, e così di seguito. Beata virtù di cui molti parlano e così pochi possiedono! Tante anime cercano di andare avanti ma non ci riescono perché manca loro il fondamento, cioè l'umiltà. Che cosa è l'umiltà? L'umiltà è conoscere bene noi stessi, è riconoscere che tutto ciò che abbiamo ci viene da Dio, a cui dobbiamo servire. Umiltà è riconoscerci peccatori e quindi peggiori del nulla, perché il nulla è innocente. Si vorrebbe che tutti parlassero in bene, che ci circondassero di premure, che riconoscessero chissà quali meriti! Questa è superbia e falsità di vita. L'umile non crede mai che lo disprezzino troppo, che gliene capitino di troppo grosse; l'umile riconosce che non può far niente di bene senza il Signore e che da un momento all'altro può cadere in chissà quale peccato.
Si vedono talvolta anime ricche di virtù e profondamente umili ed altre che fanno poche cose e mettono tutto in vista perché tutti riconoscano i loro meriti e le lodino. Sono come quelli che s'imbellettano, si adornano, vestono elegantemente e poi non hanno neppure il pane per sfamarsi. L'umile riconosce che di suo ha solo il peccato, che non merita altro che umiliazioni e castighi e se ne sta sempre in queste disposizioni. Altro che desiderare che lo stimino e lo amino! L'umile non si sforza di far vedere tutto il bene che ha e se ne sta sempre supplichevole e a capo chino davanti al Signore. [...] La casa dell'umiltà è la casa delle benedizioni di Dio, la casa della superbia è la casa dell'aridità, del disgusto, della pena, del disordine. L'albero che affonda le sue radici nella terra darà frutti abbondanti, ma l'albero che non affonda le sue radici in terreno buono, sarà sterile. È necessaria l'umiltà? Sì, è necessaria di necessità assoluta. Il superbo è sempre odiato da Dio, l'umile è sempre amato. Basti ricordare qui la parabola del fariseo superbo e del pubblicano. Si è tanto santi quanto si è umili. San Macario si stimava gran peccatore e Dio lo favoriva di tante grazie. Un giorno il diavolo gli domandò: «Dimmi, Macario, perché Iddio ti ama tanto, mentre odia me? Tu ubbidisci e io non faccio mai la mia volontà, tu digiuni e io non mangio mai, tu sei casto e io pure; che differenza c'è tra me e te?».
«Tu sei superbo, rispose S. Macario, e basta la superbia a fare il diavolo». Uno può accumulare lavoro, può dar via ai poveri tutto il suo; può essere persona di molta orazione e penitenza, ma se non ha l'umiltà mette tutto in un sacco bucato. Si possono avere tante virtù, ma se manca il fondamento che è l'umiltà, tutte le altre virtù cadranno. Dall'umiltà nasce la pazienza, la carità, la fede, il bisogno di pregare e quindi ogni bene, ma dalla superbia nasce ogni male. Guardati pure nello specchio, anima nera: tra qualche anno non sarai che un carname roso dai vermi. Perché t'insuperbisci, polvere e cenere? Dio con tutto il cuore, amo il prossimo come me stessa: è vero? Ma se non puoi sopportare una parola pungente, se ami solo coloro che ti amano, che ti lodano, che ti danno sempre ragione anche quando non l'hai, che ti circondano di attenzioni? E nel futuro che sarai? Pensa alla morte e a ciò che seguirà. Il tuo corpo che circondi di tante cure andrà a marcire sotto terra. [...] Finché una non si crede la più grande peccatrice, non è umile, non è una perfetta religiosa. Dice S. Teresa: «Quale impedimento è la superbia nel cammino della virtù!
Se tu non ti stimi l'ultima di tutte, se non ti stupisci che gli altri ti sopportino, non hai fatto ancora molto progresso nella via della perfezione». È difficile trovare un'anima veramente umile. L'umiltà è carità, l'umiltà è pazienza, l'umiltà fa sì che l'anima davanti a Dio non osi quasi guardare l'altare, l'umiltà dà un timbro di particolare bontà alla preghiera e l'umile è sempre esaudito. Il nostro orgoglio è il più grande impedimento a fare la volontà di Dio: è il principio della nostra rovina. Talvolta due case vicine, due gruppi di suore non vanno d'accordo: e perché? Perché sono orgogliose. E questo lo si giustifica con buone ragioni, con apparenza di zelo, mettendo avanti il decoro (!) della Congregazione... Io sono umiliato perché temo di non avervi insegnato bene questa virtù, perché vedo che questa virtù non è ancora praticata. Ah, come si capisce ancora poco l'umiltà di Gesù che volle nascere tra un bue e un asino! [...] Se c'è l'umiltà anche se ci sono stati dei peccati, il Signore darà la grazia di risorgere, ma se c'è la superbia, anche se ci fossero già molti anni trascorsi nella virtù più consumata, c'è sempre da temere: si potrebbe da un momento all'altro cadere nelle colpe più umilianti. Chiedete al Signore la virtù dell'umiltà che vi renderà facile l'abbracciare la volontà di Dio e sarete a lui care e da lui benedette.

Beato Giacomo Alberione

 

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