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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(12)

 

Nel bel mezzo della sua catechesi sui carismi, tra il c. 12 e il c. 14, Paolo sperimenta come una particolare ispirazione – non solo in senso biblico, ma anche in senso letterario – che porta i suoi lettori, forse stupiti, al nocciolo essenziale dell’essere cristiani, seguaci di Gesù Cristo: al di sopra di ogni carisma e di ogni virtù vi è un principio vitale che non può mancare, perché è ciò di cui ha vissuto Gesù stesso: l’amore totalmente gratuito per noi. Paolo altrove sintetizza in tre parole il nocciolo della vita di Gesù, quando dice che Gesù «mi ha amato e si è consegnato » alla morte per me (Gal 2,20), «ci ha amati e si è consegnato per noi» (Ef 5,2), «ha amato la chiesa e si è consegnato per essa» (5,27).

L'INNO ALLA CARITà (C. 13)

Prima di ogni commento o riflessione su questa pagina di Paolo è indispensabile leggerla, anche due volte, adagio e tutta di seguito facendo attenzione alle parole, all’andamento, al ritmo, ai confronti, anche se non si capisce tutto subito. Tutti i commentatori sono d’accordo nel dichiarare questa pagina tra le più sublimi, anche letterariamente, scritte da Paolo. Si ha l’impressione che il segretario stenti a tenere il passo col ritmo incalzante con cui Paolo detta le parole e le immagini che riempiono la sua mente e il suo cuore di apostolo, il quale sente di toccare il centro vitale dell’essere e dell’agire cristiano. Nel mondo letterario greco-romano esistevano dei testi, ben costruiti e ponderati, che proclamavano l’elogio della virtù che, secondo l’opinione dell’autore, era giudicata la più sublime o la più eroica, la più stimata o la più utile alla vita. Il testo di Paolo sembra un torrente in piena che travolge tutto ciò che trova sul suo corso. Da una parte, si coglie in esso un esempio di quel “discorso di sapienza” di cui Paolo aveva parlato all’inizio della lettera (cfr. 2,6-16), di una sapienza che aveva la sua sorgente in Dio e di cui la croce è stata l’espressione più sublime perché motivata unicamente dall’amore; dall’altra parte, si avverte un discorso che sta alla

base della sua vita e del suo apostolato e che si può riassumere in una frase che Paolo scriverà ai Corinzi nella seconda lettera: «La carità di Cristo ci spinge», ci urge dentro (2Cor 5,14). Qui non si tratta dell’«elogio» astratto di una virtù, esaltata per sé stessa fuori dalla realtà, ma di un testo straordinario che vuole cam-biare la realtà: al di là delle parole l’attenzione di Paolo rimane fissa sulla situazione della comunità di Corinto, di cui ha parlato nei capitoli precedenti. Il testo è certo straordinario, assorbe ed entusiasma autore e lettori, ma è vicino alla vita vissuta. Possiamo dividere questo c. 13 in tre parti, che qualcuno chiama anche strofe, pensando a un inno: la prima è formata dai vv. 1-3 costruiti in maniera uniforme nella sintassi e nel ritmo; la seconda, formata dai vv. 4-7, descrive vari modi di esprimersi della carità; la terza formata, dai vv. 8-13, afferma la perennità della carità.

1. Se parlassi... se avessi... se distribuissi... ma non ho la carità... (vv. 1-3)

Paolo ha appena parlato e discusso sui carismi che lo Spirito dona alla chiesa di Corinto e chiude il c. 12 con l’invito ad aspirare ai doni più alti. Ma c’è una «via» (secondo il modo di esprimersi di Paolo e di vari Salmi), cioè un modo di vivere, di pensare, di operare che è ancora più eccellente, che non elimina, non squalifica gli altri doni, ma è come l’orizzonte, lo sfondo dominante che abbraccia tutta la vita del cristiano: è la carità. Essa non è un carisma, perché viene posta al di sopra dei carismi, né è una semplice virtù che si pratica di tanto in tanto, secondo le occasioni; tanto meno si riduce a un generico umanitarismo o a pochi soldi di elemosina. Per esprimere questo amore Paolo usa una parola piuttosto rara nel greco profano: è la parola “agàpe”, rientrata un po’ in uso oggi nella chiesa, dopo il Concilio e tra i gruppi di rinnovamento nello Spirito. Per indicare l’amore cristiano Paolo ha evitato la parola “eros” per i suoi richiami all’amore fisico, passionale, possessivo; ha evitato anche la parola “filìa”, cioè l’amore di amicizia per l’aspetto di limitatezza e di reciprocità che implica. L’agàpe invece indica l’amore gratuito, l’aiuto disinteressato, la sofferenza condivisa cioè una vera con/passione.
Paolo cerca di trasmettere con tutto il suo entusiasmo questa idea della “carità” cristiana, in modo che si imprima indelebilmente nella mente e nel cuore dei suoi figli di Corinto. Per questo inizia collocandola al di sopra di tutti i carismi, anche i più spettacolari e ricercati: essi sono doni di Dio, sono preziosi, animano la comunità e la sostengono, testimoniando in maniera visibile la presenza dello Spirito nei cristiani che così riescono a fronteggiare meglio le avversità, l’ostilità dell’ambiente pagano. Ma se non cresce e non matura l’agàpe tra i seguaci di Cristo, i fenomeni più spettacolari servono poco: fanno solo rumore, dice Paolo, come bronzi o cembali (strumenti musicali del tempo), oggetti senz’anima! Probabilmente egli, quando scriveva, aveva ancora nelle orecchie lo strepito, il frastuono delle processioni in onore degli dèi, come Dioniso o Cibele che si svolgevano a Corinto. Così sarebbe il cristiano, anche se parlasse tutte le lingue (comprese quelle degli angeli, aggiunge Paolo paradossalmente), anche se avesse la scienza di un genio o una fede che trasporta perfino le montagne (come diceva Gesù, Mt 17,20), anche se desse in elemosina tutti i suoi averi (cosa che ci sembra molto eroica), senza la carità tutto questo non giova a nulla.
Evidentemente per Paolo si possono fare tutte queste cose meravigliose, anche senza avere la carità: per vanità, per orgoglio, per interesse o altro, insomma senza avere in sé quell’amore che è proprio di Dio e che «è stato riversato in noi mediante lo Spirito, datoci in dono» (Rm 5,5) come ricorda lo stesso Paolo scrivendo ai Romani. Gesù aveva detto ai suoi discepoli, nei discorsi prima della passione: «Come il Padre ha amato me, così io ho amato voi. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,9.12). C’è come una catena dell’amore che ha la sua origine nel Padre, si rivela nel Figlio Gesù e si trasmette ai suoi discepoli mediante lo Spirito che abita in loro. La carità di cui parla Paolo è quindi l’amore di Dio che ci avvolge totalmente e continuamente e vuole comunicarci la sua vita immortale, fonte di piena felicità. Paolo ha sperimentato questa realtà fin dalla sua conversione e può esclamare: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? La tribolazione, l’angoscia, la persecuzione? Nulla potrà separarci dall’amore che Dio ha per noi in Cristo Gesù nostro Signore» (Rm 8,35.39). Ogni cristiano, come Paolo, è chiamato a rendersi conto della realtà in cui è immerso per non perdersi mai d’animo, in nessuna situazione per quanto dura e sofferta.

2. La carità è longanime tutto sopporta (vv. 4-7)

Ed è proprio la coscienza di questo amore del Padre – che segue ogni istante quanti hanno accolto Gesù come il figlio di Dio e salvatore – che deve animare l’atteggiamento cristiano verso il prossimo che diventa quasi la via di ritorno a Dio dell’amore che è partito da lui. E’ questo il pensiero che sta alla base della seconda parte dell’inno di Paolo alla carità; perciò non ci meravigliamo che in questa esaltazione dell’amore non si accenni all’amore verso Dio. Paolo in questi versetti parla evidentemente dell’amore verso il prossimo nelle sue principali manifestazioni. E’ interessante notare che nei vv. 4-7 sono elencate 15 espressioni della carità e che nel testo originale Paolo riesce ad esprimerle tutte con altrettanti verbi, non con degli aggettivi come avviene spesso nelle traduzioni. Così egli sembra voler mostrare che si deve concepire la carità come una realtà dinamica, sempre protesa all’azione più che come una specie di “perla preziosa” da ammirare. Si diceva sopra che Paolo, pur scrivendo questa pagina sublime, mostra di aver presente la situazione concreta della chiesa di Corinto. Lo si avverte dopo aver letto i capitoli precedenti in cui Paolo interviene per correggere abusi, per dare direttive e mettere in guardia da comportamenti non conformi a dei seguaci di Cristo: 8 dei 15 verbi sopraindicati richiamano atteggiamenti contrari alla carità come gelosie, liti e divisioni, pretese orgogliose, cose sconvenienti (si pensi al caso di incesto del c. 5).
Forse senza volerlo, in questi versetti che caratterizzano la carità, Paolo ci ha lasciato una specie di ritratto di Gesù: proviamo a sostituire il nome di Gesù a “carità” e vedremo emergere la sua immagine che rivela l’amore del Padre agli uomini. E’ un ritratto frutto della contemplazione di Paolo che ha assimilato il suo modello: «Non son più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Gal 2,20), per cui poteva esortare i corinzi a farsi imitatori suoi, come lui lo era di Cristo (11,1). Se qui Paolo ha di mira l’amore del prossimo, si comprende che non si tratta dell’amore che nasce dalla carne e dal sangue, ma di quello che nasce da Dio che è amore, come afferma esplicitamente Giovanni nella sua prima lettera: «Dio è amore (agàpe)» (1Gv 4,8.16). E questa è la più vera e perfetta definizione di Dio, ed è la più impegnativa per noi, figli di Dio.

3. La carità non viene mai meno (vv. 8-13)

La prima affermazione di Paolo in questa terza parte dell’elogio alla carità è quella della sua permanenza indefettibile. E lo comprendiamo facilmente, tenendo presente l’espressione di Giovanni appena riportata: se Dio è amore è evidente che l’amore non può venire mai meno, è eterno come Dio stesso nel suo essere trinitario in cui ogni persona tutto dona e riceve dalle altre in un processo di amore eterno e infinito che per noi resta un mistero incomprensibile, data la nostra mente limitata (ricordiamo l’episodio di S. Agostino che vide un bambino sulla spiaggia intento a versare con una conchiglia l’acqua del mare in una piccola buca da lui scavata; e lui, il grande studioso e teologo, capì che quel bambino era lui stesso che pretendeva di comprendere il mistero di Dio). Ma torniamo all’inno alla carità. Dopo aver esaltato la superiorità della carità su tutti i carismi, e dopo averla descritta nelle sue più significative manifestazioni, ora Paolo afferma l’eternità di questa realtà divina che in noi, creature viventi nel tempo, deve andare crescendo lungo la nostra vita. In Dio raggiungerà la sua perfezione che formerà la nostra piena felicità. Tutto il resto, tutti i carismi non solo sono inferiori alla carità, ma sono destinati a scomparire perché non ce ne sarà più bisogno così come i calzoncini di un bambino sono da buttare via mano a mano che egli cresce e si fa adulto, come il suo pensare e parlare da bambino va scomparendo e subentra l’uomo adulto, pienamente sviluppato nella sua maturità umana.
Di fatti, lingue e profezie, miracoli e visioni, servizi di governo e di insegnamento nella Chiesa, gli stessi sacramenti, sono tutte cose legate alla nostra condizione attuale terrena, e qui sono necessarie; ma nella vita che il Padre il Figlio e lo Spirito ci preparano nel paradiso tutto ciò sarà inutile, superfluo. Ora, dice Paolo, conosciamo qualcosa, abbiamo un’esperienza parziale, limitata; poi avremo una conoscenza completa, per quanto possiamo averla noi creature. Ora vediamo come in uno specchio, allora vedremo il Signore come egli è, come egli vede noi, faccia a faccia. Paolo accenna allo specchio e al suo tempo, in cui non c’era ancora il vetro, gli specchi erano di metallo levigato e lucidato secondo le tecniche di allora per cui l’immagine risultava poco nitida e anche deformata. Paolo si serve dunque di paragoni che accostano l’imperfetto al perfetto, il temporaneo all’eterno: non è il caso, sembra dire Paolo, di affannarsi tanto o vantarsi per ciò che passa o ciò che è imperfetto. Alla fine del suo discorso egli mette a confronto anche le tre virtù “teologali” e dice: «ora rimangono queste tre realtà: la fede, la speranza, la carità». “Rimangono”: vuol dire che non sono transitorie, come i carismi? E che la fede e la speranza dureranno anche nella vita eterna? Da quanto Paolo stesso dice altrove sulla fede e la speranza, la parola “ora” si comprende meglio riferendola a questa vita, per cui la fede e la speranza “ora” sono virtù stabili che con la carità formano la struttura portante della vita cristiana, ma non ce ne sarà più bisogno nell’altra vita, perché si vedrà ciò che si crede e si possiederà ciò che si spera (cfr. 2Cor 2,5-7; Rom 8,24-25).
Così Paolo termina il suo inno alla realtà più divina e più profondamente umana quale è l’amore, che trova il suo modello e la sua realizzazione in Cristo Gesù, tutto dedito all’amore del Padre che lo voleva tutto dedito alla nostra salvezza. Noi possiamo concludere ricordando che in dicembre la liturgia ci propone la meditazione del mistero dell’Incarnazione, l’evento che ci rivela il Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio» (Gv 3,16). E’ certamente un tempo tra i più propizi per meditare questa pagina del nostro padre S. Paolo.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) I vv. 4-7 possono formare un prezioso e dettagliato questionario per un serio esame di coscienza nel quale non si devono notare solo le deficienze, ma anche gli aspetti positivi della pratica della carità nella nostra vita, per rendere grazie al Signore della sua presenza in noi.

2) Coltivo la coscienza, il pensiero, di essere amata personalmente da Dio? Egli non ci ama in massa, ma “personalmente”, e quindi sono qualcuna per lui, una a cui tiene particolarmente. Sento che questo è importante perché sta alla base della mia serenità e anche del mio equilibrio interiore?

3) Se Dio mi ama personalmente, chiede a me ciò che non chiede ad altre, non solo esternamente, ma anche interiormente (anche se la mia vita può apparire simile a tante altre), e attende che io accolga quanto mi dona nella mia vita quotidiana, per ridonarglielo come la mia risposta concreta al suo amore.

D. Antonio Girlanda ssp

 

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